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6. michele rosivolume IV | 9.10
Non facile impresa, ai primi del Novecento, porsi a studiare il Risorgimento italiano senza preoccupazioni o rispetti per partiti e per sétte. Ben lo seppe Michele Rosi, al quale pochi perdonarono allora quella Sua predilezione per la verità schietta, qualunque si fosse, quel Suo non piegarsi a incensare piccoli e grandi, idoli riconosciuti, quel Suo voler vedere e voler fare da sé senza le utili dande e comodi paraocchi della parte. E ne vennero così le accuse di partigiano e di settario a Lui, che era per natura e però temperamento alienissimo atutto quello che sapesse di partito o di sétta.Oggi é di dominio pubblico l'idea dell'autonomia del nostro riscatto nazionale dalla Rivoluzione francese, ma nel primo quindicennio del Novecento quanti osavano sostenere apertamente una simile tesi e svincolarsi dalla angusta visione di un Risorgimento a base di oleografie patriottiche e di non tanto immortali principi? Incurante di ostacoli e d'insulti, sereno e tenace, Michele Rosi procede per la Sua via, percorsa a testa alta fino agli ultimi giorni della Sua vita nobilissima con la sola preoccupazione di affermare il vero, nella certezza di rendere così alla Patria un più alto servigio che non ripetendo le facili fole della cronaca tradizionale. Amplissima la visione che il Maestro ebbe del Risorgimento, non già inchiodato tra le retoriche colonne d'Ercole del 1815 e del 1870, non più vincolato a tre o quattro figure assorte a valore di eroi eponimi, ma slargato oltre quei limiti fittizi, ma portato a comprendere tutti gli Italiani. Vita dell'Italia, storia dell'Italia nel Settecento e nell'Ottocento, «due secoli di lotte, di studii e di lavoro per l'indipendenza e la grandezza della Patria» questo 11 Risorgimento per Michele Rosi. Oggi una simile concezione ci sembra ovvia e naturale, ma vent'anni fa suscitò commenti e qualche indignazione nei pudibondi tutori della lectio recepta, che videro chi sa mai quali pericoli in un Risorgimento fatto veramente italiano! Perché questo voleva dire intendere gli avvenimenti del secolo XVIII, «che hanno uno schietto carattere nazionale. che più della Rivoluzione possono rigardarsi strettamente congiunti con le vicende svoltesi nel secolo XIX» come preparazione del nostro riscatto. Le tradizioni nazionali, vide giustamente il Rosi, non si perdono, ma si modificano sotto l'azione rivoluzionaria e napoleonica, per riprendere progressivamente il proprio carattere dopo la Restaurazione. E il Risorgimento posa su basi «essenzialmente nazionali» e la sua storia non termina né con la proclamazione del Regno d'Italia, né con la presa di Roma. «Essa continua fino ai nostri giorni e continuerà ancora per un pezzo finché le forze del paese non abbiano avuto il loro logico sviluppo all'interno e all'esterno». Parole queste d alto significato, che Michele Rosi scriveva nel 1914 nella prima edizione della Sua Storia contemporanea d'Italia, in cui raccoglieva quanto da vent'anni andava ripetendo dalla cattedra e nelle varie sue opere, in tempi di filie e di fobie ufficiose, suscitando il tolle e il crucifige dei settari d'ogni partito, che non gli perdonavano la Sua schiettezza senza fronzoli, lo sdegno per i luoghi comuni. Aveva già detto nel Primato di Carlo V; «questo esercizio di critica raccomandiamo specialmente ai giovani che vogliono formarsi una coscienza propria, che amino la verità e si rifiutino di ripetere meccanicamente le cose da altri insegnate». E a questa norma fu fedele anche negli studi sul Risorgimento. Cattolico schietto e convinto, non nascose mai la propria fede, ma non tentò d'imporre la maschera dei Suoi convincimenti ai propri personaggi; sinceramente amante della Patria, non temette di guardare oltre i cancelli del patriottismo di maniera. Ma se la Sua parola suonò spesso dura critica o monito severo, la Sua fede nell'avvenire d'Italia non vacillò mai, la Sua speranza nell'opera delle giovani generazioni fu sempre profonda ed incrollabilmente salda. Tutta l'opera del maestro é consacrata all'esaltazione dello sforzo compiuto dal nostro paese per la conquista dell'indipendenza e della grandezza. Ed éun atto di fede nell'Italia nuova quello che conclude l'ultima edizione della Storia Contemporanea: «Forze materiali e spirituali di carattere nazionale e fatti esterni, tutti elementi adoperati dal popolo italiano per costruire il nuovo edificio, danno a questo una grande solidità e gli consentono di affrontare le più fiere tempeste». Così scriveva nel 1934 Chi al nostro ritorno dalla guerra nel 1919 ci aveva affermato che per salvare il paese era necessaria una rivoluzione. Egli sentiva chiaramente e giustamente che la Sua visione del Risorgimento era più alta e degna di quella tradizionale «Se riusciremo a trasfondere nei nostri lettori la convinzione che ci siamo formata in molti anni di lavoro, la moderna Italia &eagrave; scriveva nella Storia Contemporanea � apparirà anche ad essi, come appare a noi, una compagine forte e vigorosa formata non da pochi grandi cittadini, ma da un popolo che nella sua maggioranza ha conosciuto e conosce i propri diritti in armonia con quelli degli altri popoli civili». Michele Rosi non giunse d'un balzo a questa nuova visione del Risorgimento. Non ebbe fretta di far la storia definitiva, la sintesi. La larga preparazione di storia generale gli facilitava il compito, ma lo ammoniva anche della difficoltà del cammino e del pericolo delle sintesi affrettate. Anche qui s'incamminò per gradi. Il primo lavoro di Storia del Risorgimento fu la pubblicazione del Compendio di P. L. Garzoni sui fatti lucchesi del 1799 (Miscellanea Napoleonica, (1898), cui seguirono sulla Rivista d'Italia dal 1904 al 1906 gli Appunti di politica guerrazziana. Un plebiscito repubblicano al tempo del Congresso di Vienna, Giuseppe Mazzini e la critica di un amico emigrato, le Critiche forlivesi al Potere temporale dei papi nel 1819, preziosi tutti per sicurezza d'indagini o novità di giudizi. Pronto ormai per affrontare un più vasto tema, delineò quella biografia di Antonio Mordini (1906), cui seguì due anni dopo, più caldo e organico, il felice volume sui Cairoli, lodato dal Luzio. E intanto la pubblicazione del Diario del conte Cesare Gallo (1908) ed altri minori lavori non lo distraevano dal portare a termine la prima Sua grande delineazione del Risorgimento dalle origini ai giorni nostri, La storia contemporanea d'Italia (1914), ed ora, 5.a ristampa, 1934), che resta tra le Sue opere più degne e significative. La prefazione a questo Dizionario del Risorgimento nazionale ribadì in efficace scorcio il Suo pensiero (1914), che fu riaffermato poi in opere maggiori e minori, quali L'ltalia Odierna (1916 e segg.), Il popolo italiano negli ultimi due secoli (1924 e 1931), La formazione dell'Italia Contemporanea, 1700-1928, apparsa prima in Scuola Fascista e poi raccolta in volume (1929), L'unità d'Italia, 1849-1881 (1931). Le Sue idee trionfavano, anche se mancavano i riconoscimenti ufficiali. |
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