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6. michele rosi

volume IV | 7.8
comprendere l'attrazione che esercitava, l'amore che suscitava quest'uomo dalla figura imponente, dagli occhi fieri e pur dolci illuminanti un volto pieno di espressione.

«Visse più per gli altri che per sé, trionfò con la sua ferrea volontà di tutti i mali di cui fu intessuta la Sua vita, né fu del tutto infelice perché, con la coscienza del bene operato e con la rassegnazione, seppe vincere la stessa infelicità» ha scritto di Lui persona a Lui vicinissima per vincoli d'anima e di sangue. Questo intuirono i Suoi discepoli ed anche per questo amarono il loro Maestro dalla vita semplice e severa, francescanamente frugale nel vitto, modestissimo nell'abito, pago delle gioie che la scuola Gli procurava e consacrato tutto al lavoro, meravigliosamente estraneo e indifferente ad ogni necessità e ad ogni debolezza del corpo. Altri poteva imporsi per qualità più brillanti, e più facili. Rosi si voleva bene appunto perché diverso degli altri. Da quanto tempo avevamo abbandonato Palazzo Carpegna e le sue aule per le trincee, l'eloquenza universitaria per quella dei comunicati ufficiali, i libretti e le dispense per i fonogrammi a mano e gli ordini d'operazione?. Non era già molto tempo: un anno e mezzo prima. Ieri, ma un ieri così lontano nella memoria, che c'era da dubitare fosse mai esistilo quel tempo in cui, ricchi di speranze, d'illusioni, di sogni eravamo andati a cercare la Scienza e la Verità, illustri sorelle, nel loro modesto e borghesuccio appartamento della Facoltà di lettere romana.

La tradotta della licenza si incaricava di rituffarci ancora una volta in quel nostro mondo, in quel nostro temps de jadis. Quindici giorni, un attimo, e per molti senza domani, durante i quali si correva alla vecchia Sapienza per cogliere sul volto dei vecchi professori un sorriso d'approvazione e per poter dire loro: «Ecco, anche noi sappiamo fare qualche cosa ». E, si capisce, questo qualche cosa la loro scienza.
Strette di mano, commozione, complimenti, auguri... Ma l'abbraccio e il bacio di questo Maestro avevano per noi un valore diverso. Erano davvero un abbraccio e un bacio di padre a figlio, di padre lieto di vedere, almeno per allora, salva la sua creatura, ma più ancora orgoglioso di sentirla ossequente a quella religione del dovere nella quale Egli credeva e nella quale l'aveva educata.
E la stanzetta di via Oberdan, dove Lo si accompagnava dopo la lezione, o dove altre volte si tornava durante quella rapida sosta tra una sfida alla morte e l'altra, non risonava mai di generiche approvazioni e di vaghi incitamenti. La tragica grandezza dell'ora non consentiva agli occhi Suoi sfoghi retorici, e la parola sonava austera e l'interrogare non vano e superficiale, ma trepido di non celata ansia per le sorti presenti e future della guerra e della Patria, per la vita dei Suoi discepoli dispersi su tutti i fronti, in quotidiana lotta con la morte.
E si partiva da Lui con la stessa commozione figliale con la quale ci si era accostati al primo incontro, e con negli occhi una muta richiesta di benedizione.

L'apostolato esercitalo nella scuola Egli continuava nella Sua opera scientifica, vasta e feconda. S'era dapprima interessato agli studi letterari ed aveva cominciato la Sua attività di scrittore nel 1889 con quel Saggio sui trattati d'amore del Cinquecento, che, rifuso poi nel maqgior volume Scienza di amore: idealismo e vita pratica nei trattati d'amore del Cinquecento (1904), non ha ancor oggi perso ogni valore. Ma quantunque alle ricerche letterarie Michele Rosi tornasse anche in seguito, la Sua vera vocazione fu rappresentata dagli studi storici. Formatosi alla scuola severa di Amedeo Crivellucci, non aveva potuto sottrarsi all'influenza del Suo maestro ed alle sue particolari predilezioni per lo studio dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa nel Medioevo. E s'era così iniziata quella sua infaticata attività che dal primo saggio su Longobardi e Chiesa romana al tempo di re Liutprando (1890) doveva, condurlo attraverso studi su varie età e diversi problemi ai saggi di storia e la molteplicità dei suoi interessi: il Medioevo barbarico, l'età delle Signorie, la Riforma e la Controriforma, l'epoca contemporanea, tutto ha offerto materia alla Sua indagine ed al Suo sforzo 'ricostruttivo.
Fortunate ricerche documentarie gli consentirono notevoli interpretazioni di particolari aspetti e di caratteristiche figure, di cui sono esempio La riforma religiosa in Liguria (1894), La morte di Jacopo Bonfadio (1895), U barro di Pietro Foglietta (1895), i Documenti genovesi sull'assedio di Siena (1895).. Alternando le ore di scuola con le indagini d'archivio, a Recanati aveva potuto raccogliere un'interessante silloge documentaria Della signoria di Francesco cesco Sforza nella Marca secondo le memorie dell'archivio recanatese (1895), mentre, venuto a Roma, aveva studialo su nuove fonti il drammatico episodio L'Ambasciata di papa Giovanni I a Costantinopoli (189S), raccolto notizie di contemporanei sulla Liberazione dei principali prigionieri turchi presi a Lepanto (1898 e 1901) e tracciata la Storia delle relazioni fra la Repubblica di Genova e la Chiesa romana (1899). N'&eactue; l'interesse per un più vasto panorama storico gli aveva dimenticare la più piccola patria, alla quale si rivolgeva il Suo cuore di figlio e il Suo interesse di studioso, come ne fanno prova Sul Burlamacchi e sulla Politica lucchese durante l'assedio di Firenze (1928). Ed anche quando la Storia del Risorgimento l'ebbe preso compiutamente i due volumi dell'Italia di ieri (1921) ed II primato di Carlo V (1925) attestarono ancora una volta le Sue felici doti di indagatore e di ricostruttore, intento sempre alla ricerca del vero e pur sempre pervaso da un grande e sincero amor di Patria, che lo portava a rivendicare la nostra storia anche in quelle pagine che la tradizione ufficiale voleva men degne e men alle. «Si vedrà chiaramente è ammoniva concludendo il Primato di Carlo V è quanto siasi esagerato nel giudicare gli Italiani di questo periodo storico e come siasi errato nel mettere in evidenza i loro difetti e nel trascurare le virtù, quali apparivano in campi diversi, anche quando la grande violenza straniera adoperavasi a deprimerle». Ma la vera impronta, il segno inconfondibile, rinnovatore Michele Rosi ha lasciato nella storiografia del Risorgimento. Una ventina di saggi, di memorie, di volumi ci mostrano nella sua interezza la Sua visione del Risorgimento. Già libero docente in Storia moderna, aveva professato questa disciplina all'università di Genova e per qualche tempo a quella di Roma, dove aveva finito col volgersi interamente al Risorgimento, del quale gli venne assegnato l'incarico dell'insegnamento ufficiale. Ricerche sistematiche di documenti, esplorazioni fruttuose d'archivi pubblici e privati gli offrirono il materiale per la Sua interpretazione spesso innovatrice.
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