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6. michele rosivolume IV | 5.6
Michele Rosi aveva avuto dura e penosa la giovinezza. Nato sano e forte, un implacabile male lo segnò per sempre del suo marchio crudele. Ma la ferita infinita al corpo non piegò né l'alta, precoce intelligenza, né l'amore all'azione, né il desiderio di studiare, di apprendere. La sventura pareva avere accresciute non tarpale le naturali qualità dell'animo. E molti a Lui giovanissimo predissero sicuro destino, attesero da Lui immancabili affermazioni, certe vittorie. Con tenacia mirabile e volontà inflessibile seppe vincere il peso e il tormento di quella menomazione del suo corpo d'atleta e superare gli ostacoli, le difficoltà, i triboli di cui fu sparsa la Sua vita. Uscito ventiquattrenne dalla Scuola Normale di Pisa, superbo vivaio di uomini di scienza e di maestri, che si tempravano sotto la guida di un D'Ancona e di un Crivellucci, s'era subito dedicato all'insegnamento medio, educando al culto severo della verità e del dovere, all'amore sincero della Patria le scolaresche di Recanati, di Catania (1889), di Genova (1892) e di Roma, ove giunse vincitore di un concorso speciale nel 1896. E fin dal primo inizio della Sua attività di educatore fu vero e grande Maestro. Che Egli intese tutto ed intero il valore immenso della scuola, l'austera grandezza e la responsabilità del compito dell'educatore. Pochi amarono la scuola come Michele Rosi, che seppe essere padre e guida ai suoi discepoli e dall'alto della cattedra e nella vita. Poiché per Michele Rosi la missione dell'educatore, non si esauriva in un felice impeto oratorio o in brillanti e superficiali formule. Michele Rosi non dissertò di tecnica pedagogica e non amò le polemiche sulla funzione del maestro e sull'arte dell'insegnare. Maestro esercitò il Suo magistero, sentito altamente e nobilmente non come mestiere o professione, ma come missione, come apostolato, come dovere. «Ai giovani che intesero lo spirito del mio insegnamento» consacrava nelle ore più gravi e tormentose della guerra mondiale «qual nuovo pegno di immutabile amore» é l'opera Sua maggiore, L'Italia Odierna, vera testimonianza della Sua dedizione profonda alla scuola e ai giovani. E questi, che da Lui avevano appreso ad amare seriamente e tenacemente la Patria, che avevano avuto da quel Suo inesausto e benefico prodigarsi in loro vantaggio un insegnamento non meno alto di quello che la Sua dottrina aveva loro offerto, i giovani lo amarono di un amore pari al Suo. In quarantaquattro anni d'insegnamento in tutti i gradi della Scuola Italiana il più alto, il più puro consenso venne dalle schiere dei Suoi discepoli. Anche quando sognati e promessi riconoscimenti ufficiali gli mancarono, il plebiscito di riconoscenza e di amore di questi Suoi figli secondo lo spirito, l'omaggio puro della giovinezza all'integrità della Sua vita senza macchia e senza debolezze, all'altezza del Suo ingegno e della Sua dottrina bastarono a placare l'amarezza e lo sconforto. Sdegnoso sempre di plausi accattati e di onori formali e non ambiti, imparziale e disinteressato, non piegò mai né per lusinghe, né per minacce, e la Sua parola suonò sempre alta e serena a incitare e ad ammonire i giovani. Molti della mia generazione ricordano ancora il primo incontro con Michele Rosi nella vecchia Sapienza romana. Nell'ambiente assonnato della Facoltà di Lettere si spegnevano ormai le ultime energie di professori che pure un tempo erano stati famosi, anche se non propriamente tutti per ragioni scientifiche, né ancora erano giunti a ravvivarlo con la loro operosità e con il loro entusiasmo i nuovi, con i quali alla vigilia immediata della guerra o nei primissimi anni di questa gli studi letterari dovevano riaversi. Se le discipline filologiche offrivano maestri come il Ceci, il Festa, il De Lollis, se la storia antica aveva un rappresentante insigne ed aspro nel teutonico Beloch, quanti erano entrati alla Sapienza attratti dal desiderio di darsi a studi di storia moderna, trovavano ormai vecchio e stanco l'ordinario della disciplina, il Crivellucci, un giorno meritatamente illustre come studioso e come insegnante. Ma gli anziani consigliavano esperti «Venite a sentire il Rosi». E si andava a sentirlo, non senza diffidenza grande per la Storia del Risorgimento, che non pareva disciplina abbastanza seria (le accuse di storia facile correvano già allora), e per l'insegnante che appariva rude e quasi sgraziato al primo incontro. E l'imperfezione fisica che si rivelava prima del Suo salir sulla cattedra e una certa difficoltà del dire non Gli conciliavano sulle prime il favore. Ma appena Egli cominciava a parlare, ogni diffidenza spariva, ogni non benevolo commento taceva ed ognuno di noi era preso dal fascino di quella Sua figura potente, di quella Sua testa leoninamente carducciana, di quella voce che non aveva più dubbiezze e usciva calda, eloquente, dalla bocca forte. E le cose che diceva, così nuove e diverse da quanto avevamo udito o letto finora, ci riconciliavano con la sospetta Storia del Risorgimento. Avevamo, temuto di trovarci davanti a qualche agiografo di martiri e di santi laici o a qualche transfuga di domenicali celebrazioni patriottiche e scoprivamo un Maestro dalla dottrina profonda, dall'informazione larga e sicura, dal giudizio sano e certo, sdegnoso d'ogni faciloneria e d'ogni artifizio retorico. Sentito una volta non lo si lasciava più Chi non l'ha conosciuto e l'ha giudicato solo dagli scritti non può ren dersi conto del fascino grande che Michele Rosi ha esercitato su tutti noi, sulla legione innumerevole che l'ha salutato maestro di scienza e di vita. Chi non ha avuto la fortuna di seguirne i corsi liceali al «Visconti» od universitari, chi non l'ha conosciuto nella intimità del Suo studio, non riuscirà mai |
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