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3. INTRODUZIONEvolume I |
L'opposizione e i primi motiCosicché bastano pochi fatti, sommariamente esposti, per intendere come la quiete d'Italia fosse apparente e come dovunque in un tempo più o meno vicino dovessero avvenire manifestazioni di malcontento foriere di rivolte contro Governi che non possono rappresentare uno stato duraturo d'Italia, sia che vengano considerati nella interna amministrazione, sia che vengano esaminati nei rapporti coll' estero e nelle relazioni reciproche. Essi sono creduti troppo ossequenti a certe classi sociali, mentre il desiderio di uguaglianza, già così vivo nel secolo XVIII, ha fatto progressi sotto il Governo francese, ed ora, sol per reazione, sembra morto; essi vengon creduti un ostacolo allo sviluppo di quei comuni interessi italiani, che già forti nel Settecento, erano cresciuti sotto il dominio francese, e che riceveranno forza anche dal parziale raggruppamento di alcune provincie avvenuto nel Congresso di Vienna. Essi parranno troppo ossequenti all'Austria, mentre il sentimento d'indipendenza, da tempo sempre in aumento, erasi manifestato potentissimo alla caduta di Napoleone, dalla quale molti avevano sperato il trionfo della indipendenza morale e politica d'Italia. Quindi nessuna meraviglia se saranno chiamati deboli questi Governi, e se contro di essi cominceranno presto i malumori specialmente là dove più grandemente erano stati offesi i diritti di classi e di individui, cioè a Napoli ed in Piemonte.A Napoli il Governo borbonico ritrovò fedele ed entusiasta quasi tutto il popolo minuto, come l'aveva lasciato nove anni prima, ritrovò adulatrice l'aristocrazia, e trovò cresciuta di numero e di forza la borghesia che nel secolo XVIII aveva desiderato di partecipare al governo, e che pubbliche cariche militari e civili aveva ottenuto sotto i Re francesi. La stessa borghesia aveva presa parte largamente ai traffici aumentati, per le spese fatte in questo periodo breve ed agitato, e per i bisogni che largamente erano cresciuti e per le relazioni coll'altre terre d'Italia e colla Francia, divenute più frequenti e più intime. Le comunicazioni migliorate tra le varie provincie del Regno, tra questo e il di fuori, le corrispondenze felicemente avviate rimanevano ad attestare il mutamento, che, preparato da qualche tempo, si era rivelato in questi ultimi anni. Ora prendendo alla lettera i provvedimenti emanati da Ferdinando I dopo il suo ritorno a Napoli, risulta che queste mutazioni erano considerate di nessun valore, o meglio non erano punto capite, cosicché credevasi che bastasse un decreto reale per ricondurre tutto all' antico e per cancellare persino la memoria dell' era napoleonica. Il plauso della folla, il contegno tenuto dalla popolazione quando si annunzio lo sbarco di Gioacchino Murat a Pizzo in Calabria e la fucilazione dell'infelice sovrano, che sopra molti degli antichi suoi sudditi destò un sentimento di pietà, ma sopra nessuno un vero rimpianto politico, valsero a confermare l'indirizzo dato alla politica borbonica. Peraltro la borghesia trascurata e peggio, gli impiegati civili e militari lasciati, specialmente questi ultimi, in carica, ma posposti assai spesso ai loro colleghi di pura origine borbonica e persino a quelli entrati di recente in servizio ed appartenenti a nobili famiglie, provarono subito avversione contro il Governo e si unirono segretamente per modificarlo o distruggerlo. Le sette segrete erano ben note in queste provincie, due soprattutto, la massoneria e la carboneria. La prima aveva goduto larga protezione sotto i Governi napoleonici ed aveva inscritto fra i suoi seguaci ufficiali ed impiegati sicuri di avvantaggiare la propria carriera lavorando in riunioni note al Governo e mal conosciute dal volgo, che ad esse accennava con paura e con rispetto. Alla seconda appartennero, specialmente in Calabria, molti avversarii del Governo francese, che avevano l'appoggio dei Borboni e che ora credevano di ottenere onori e posti alla caduta di Murat. Alla carboneria avevano pure appartenuto amici di questo, soprattutto militari, cosicché per alcuni anni la carboneria nelle provincie meridionali mirava in teoria ad un ideale vago di giustizia, di libertà, di indipendenza, ma di fatto si adattava a Governi l'uno dall' altro assai diversi, Governi che si proponeva di rendere migliori collo avvicinarli al suo programma astratto. La massoneria durante l'era napoleonica aveva accettato i principi di uguaglianza, di fratellanza e di libertà, e credeva di lavorare per il proprio ideale sostenendo Napoleone, il quale era ben lieto di saper riuniti i suoi ufficiali ed i suoi impiegati nelle loggie massoniche, di cui egli ben conosceva non solo i frasari e i simboli, ma tutti i travagli, mentre era ben deciso a sciogliere qualsiasi loggia che, mutando simboli o frasario, tentasse di sottrarsi alla sua vigilanza. Dopo che i Governi restaurati ebbero vietata la massoneria, la carboneria e le sette segrete in genere, la prima come setta organizzata quasi scomparve, e di fatto lasciò liberi i suoi membri che in gran parte peraltro rimasero settarii e lo spirito settario portarono in altre associazioni segrete. Le società degli adelfì, degli Indipendenti, della spilla nera, degli apofasimeni, ecc. ecc, ebbero da ex massoni aiuti cospicui nell'organizzarsi e nel ritrovare i mezzi idonei per tenere unite le file dei socii e per sottrarre l'azione settaria alla vigilanza dei Governi ed agli attacchi dei profani. Anche la carboneria posteriore al 1815 ebbe aiuti cospicui dalla massoneria e dalla vecchia carboneria, aiuti nel braccio di vecchi massoni e carbonari, aiuti nei simboli, nel frasario, nei mezzi tutti che le vecchie sette adoperavano per la propaganda delle idee, per la difesa degli amici e per la lotta conti o i nemici. La carboneria napoletana dopo il 1815 coi massoni e gli ex carbonari costituì presto falangi numerose di settarii, che, raccolti in tutte le provincie del Regno in vendite con capi piuttosto pratici e decisi, potè iniziare una propaganda attiva per costringere il Governo borbonico a riconoscere l'uguaglianza di tutti dinanzi alla legge, ad abolire i privilegi di classe, ad ammettere tutti i cittadini alle cariche pubbliche, e a permettere che le leggi dello Stato venissero formate dalla rappresentanza del popolo ed eseguite dal Re. I carbonari pertanto chiedevano una monarchia democratica con prevalenza della borghesia e nella maggioranza, si separavano da pochi carbonari e da seguaci di altre sette, che, prendendo più alla lettera i principii sopra esposti, chiedevano addirittura una repubblica moderata. Militari, specialmente sottufficiali ed anche ufficiali quasi sempre non nobili, impiegati dello Stato, che dalla restaurazione borbonica temevano danni per la carriera a vantaggio di colleghi, magari più giovani e meno valenti, ma nobili di nascita, costituivano il nucleo della carboneria. Ad essi univansi borghesi, specialmente nei maggiori centri, e non di rado anche persone spostate e disoneste e persino briganti, sempre in lotta con qualsiasi governo e desiderosi di nascondere spesso i loro vizi e magari i loro delitti sotto la bandiera di una potente società segreta. L'organizzazione si andò estendendo anche nella Sicilia, soprattutto fra le guarnigioni delle città poste lungo la costa orientale, ma nell'isola in genere non prese mai molto piede questa setta e molto meno il suo programma politico pratico, giacché, mentre a Napoli si chiedeva una costituzione sul tipo di quella spagnola formata dalle Cortes a Cadice nel 1811, in Sicilia invocava la costituzione propria dell'isola quale era stata modificata e confermata nel 1812. |
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