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3. INTRODUZIONEvolume I |
L'Italia alla prima caduta di Napoleone - Il congresso di Vienna, l'Italia e la restaurazioneQuando queste erano per cadere l'Italia piegava con maggiore o minore resistenza, in certi luoghi anche senza l'esistenza, verso i nemici di Napoleone. Eugenio Beauharnhais viceré del Regno d'Italia dinanzi alle forze austriache condotte dal Bellegarde rimandava oltre l'Alpi le milizie francesi e di fatto riconosceva la fine del Regno (trattato di Schiarino-Rizzino 16 aprile 1814). L'eccidio del suo ministro Prina doveva in modo sanguinoso e brutale significare l'odio popolare contro Napoleone e far credere all'Austria che il suo ritorno in Lombardia, ufficialmente proclamato da Bellegarde il 23 maggio 1814, avveniva con il plauso della plebe italiana. In Toscana cadeva pure in quel torno di tempo il Governo francese dopo la breve resistenza opposta in Livorno agli Inglesi (18 aprile) e presto vi ritornava Ferdinando III (settembre). A Roma ritornava Pio VII (maggio), a Modena ritornava. Francesco IV (luglio), a Massa e Carrara sua madre Beatrice d'Este, a Torino Vittorio Emanuele I (maggio). Dovunque i principi restaurati furono accolti con entusiasmo, specialmente dalla nobiltà, che sperava il ritorno alla potenza antica, e dal popolo minuto delle città e delle campagne, che poco aveva goduto delle glorie napoleoniche e molto aveva sofferto direttamente e indirettamente per le guerre, da cui quelle glorie erano state generate. A Napoli rimaneva Gioacchino Murat, che alla sicurezza del suo trono aveva sacrificato parentela e riconoscenza, che, dopo i rovesci della campagna di Russia era accorso a Napoli per sostenere il suo trono vacillante e che per salvarlo aveva seguita una condotta molto ambigua durante la guerra del 1814. E negli ultimi momenti di quella guerra si era unito all'Austria contribuendo senza dubbio alla vittoria di questa, e come premio, sia pure per breve tempo, aveva conservata la Corona di Napoli.Le grandi Potenze vincitrici intanto stabilivano di riunire a Vienna un congresso per dare assetto alle cose d'Europa, mentre Napoleone si chiudeva nell'isola d'Elba, in apparenza rassegnato al suo destino, in realtà pensoso dei mezzi idonei per riacquistare il trono perduto. Nell'autunno, aprendosi il Congresso, intervennero in persona alcuni Principi, diversi rappresentanti speciali delle Potenze grandi e piccole, e quasi tutti i Sovrani da Napoleone spodestati o danneggiati, i quali in maggioranza si prepararono ad approvare quei provvedimenti che le grandi Potenze prima o durante il Congresso decisero, come più adatti al loro interesse e più conformi alla pace d'Europa. E proprio in quei giorni (14 ottobre) Napoleone dall'Elba rispondeva di aderire all'invito che alcuni patriotti italiani riuniti a Torino il 19 maggio precedente, gli avevano rivolto, perché si ponesse a capo di un grande stato italiano, cosa che per lo meno significa omaggio a quella idea unitaria che invocherà più tardi anche il Murat e che era da un pezzo assai diffusa. Ed altri Italiani congiurando a Milano contro gli Austriaci supplicavano lo Czar Alessandro di aiutare la Casa di Savoia a divenire il centro della italiana unione. Lo Czar agì diversamente, e Napoleone da parte sua nulla fece, avendo ancora la speranza di cose maggiori, per compiere le quali lasciò l'isola d'Elba (26 febbraio 1815), sbarcò a Cannes (1 marzo) e, giunto a Lione (10 marzo) per l'entusiasmo con cui le truppe l'avevano accompagnato e la popolazione l'aveva accolto, potè considerarsi di nuovo Imperatore. Luigi XVIII gli agevolava, l'impresa fuggendo da Parigi (29 marzo), e la grande maggioranza dei Francesi, memore della sua gloria, e sicura che egli avrebbe saputo conciliare la grandezza della patria all'estero e la pace all'interno unendo l'ordine alla libertà secondo le norme di una larga costituzione subito proclamata, parve che fosse disposta a sostenere ccn ogni mezzo il trono del suo Imperatore. Ma le grandi Potenze a Vienna stessa presero rapidi provvedimenti per troncare sul nascere il nuovo Impero napoleonico: i quattro maggiori stati, Austria, Inghilterra, Prussia e Russia misero in armi formidabili eserciti che portaron guerra dovunque apparivano forze in sostegno di Napoleone, e quest' ultimo fiaccarono a Waterloo costringendolo a cercare all'estero una pace definitiva, che l'Inghilterra, a lui nolente, impose nell'isola di S. Elena (18 giugno 1815). L'Italia tornata l'anno prima in potere degli antichi signori e soggetta all'occupazione dell'Austria che vi rappresentava le grandi Potenze, parve contraria a Napoleone, e lo Stato sabaudo, più vicino alla Francia, mandò contro di esso il proprio esercito al di là delle Alpi. Solo Gioacchino Murat si mostrò da principio favorevole a Napoleone e nello stesso mese di marzo, in cui questi rientrava in Francia, si avanzò nello stato pontificio, fece fuggire Pio VII, dichiarò di combattere per l'indipendenza italiana (proclama di Rimini 30 marzo 1815) e fino nella Toscana e sul confine dei Ducati fece sentire la sua forza. Gli Austriaci, che in nome delle grandi Potenze si consideravano tutori della restaurazione in Italia, affrontarono le truppe napoletane, le costrinsero a retrocedere sin presso a Tolentino e sconfittele qui, le inseguirono fino in Campania, dove sulla via di Napoli, a Casa Lanza (20 maggio) le obbligarono a cedere tutto il Regno, tranne le fortezze di Ancona, Pescara, e Gaeta, le quali dopo qualche resistenza, notevole specialmente a Gaeta per il valore del generale Begani, finirono coll'arrendersi. In nome del Murat il generale Pietro Colletta ottenne garanzie, soprattutto per gli ufficiali che dovevano conservare i loro posti e i loro gradi anche dopo la caduta del loro Re, ma nulla ottenne per questo che rimase all'arbitrio del Congresso di Vienna. Il Congresso aveva continuato tranquillamente i suoi lavori durante l'ultima guerra, e li aveva condotti a termine quando questa era per finire con danno di Napoleone e dei suoi (9 giugno 1815). Dopo lunga discussione sui principii che si dovevano tenere come guida nel risolvere le tante questioni del giorno, si erano caso per caso adottate regole conformi all'una, od all'altra teoria, senza dare un'assoluta prevalenza ad una qualsiasi. S'invocarono talora principi nazionali, tal altra, diritti imprescrittibili di principi, non di rado diritti quasi inviolabili di vincitori, e si arrivò così a soluzioni che lo spirito nazionale, prevalso specialmente in Italia nella seconda metà del secolo XVIII, ritenne ciecamente favorevoli alle dinastie ed ai privilegi aristocratici e brutalmente contrarie ai popoli, ma che tali non sono davvero, giacché risentono della lotta di principii diversi e non della vittoria di uno solo. Guardando all'Italia in particolare si vede come non si ebbe la restaurazione delle Repubbliche aristocratiche di Venezia, di Genova e di Lucca, sebbene si dicesse che il Congresso di Vienna favorisse tanto i principi aristocratici, e i territorii già soggetti a tali Repubbliche e che durante l'era napoleonica erano appartenuti, rispettivamente al Regno d'Italia, all'Impero francese e al Baciocchi, passarono sotto il governo dell'Austria, dei Savoia e dei Borboni di Parma. E Parma venne assegnata a Maria Luisa d'Austria moglie di Napoleone e solo più tardi fu promessa ai Borboni che prima della invasione francese ne erano stati signori. A Modena tornò Francesco IV di Este-Lorena, a Massa Carrara Maria Beatrice d'Este madre di lui, la quale morendo lascerà unire il suo piccolo stato a Modena. In Toscana rientreranno i Lorena con Ferdinando III cui poco appresso si riconoscerà il diritto di prendere Lucca appena i Borboni potranno tornare a Parma. A Napoli è richiamato Ferdinando di Borbone che considera il suo ritorno nella antica capitale come il principio di un novus ordo, secondo il quale i due antichi Regni del Mezzogiorno dovrebbero costituirne un solo retto con leggi uniformi. A Roma richiamavasi il Pontefice, ma non più quale capo degli Stati pontifici, come in passato, ma signore dello Stato pontificio. L'assetto che le Potenze dettero. all'Italia, rappresentò nella distribuzione dei territorii un grande progresso verso l'unità. Infatti, i pochi feudi che sul finire del secolo XVIII ancor esistevano e che erano caduti per opera dei Francesi non si restaurarono più, e quindi più compatti divennero gli Stati, entro i quali si trovavano. Venezia rimase congiunta a Lombardia, non solo in omaggio alla volontà dell'Austria, ma per riguardo a quegli interessi comuni che univano i due territorii e che durante la Signoria francese eran cresciuti e che sotto l'Austria cresceranno ancora con danno degli stranieri. La Liguria veniva con-giunta al Piemonte con conseguenze analoghe, destando, è vero, un po' di malumore fra molti Genovesi che avrebbero preferito l'antica repubblica, ma contentandone altri che riconoscevano ormai la Comunanza d'interessi fra Piemonte e Liguria, e ne prevedevano l'aumento con vantaggio di tutti. Più ardita parve la stretta unione politica ed amministrativa di Napoli e di Sicilia, specialmente considerando che l'isola godeva secolari franchigie. E Re Ferdinando anche di recente le aveva riconosciute colla costituzione del 1812, la quale armonizzava coi nuovi bisogni gli antichi ordinamenti dell'isola rispettati sempre e da principi nazionali e da principi stranieri. Inoltre difficile sarebbe stato estendere alla Sicilia le leggi napoletane, sia che Re Ferdinando avesse voluto ristabilire le istituzioni borboniche anteriori alla dominazione francese, sia che avesse preferito conservare in tutto od in parte le istituzioni da questa introdotte. Ma, ammessi pure questi ed analoghi inconvenienti, rimase pur sempre importante l'unione dei due Regni, che avvenendo contemporamente a simili unioni strette in altre parti d'Italia, da forza alla tendenza unitaria generale. A Roma il ritorno dei Papi non segnerà la restaurazione vera e propria di un sano e vigoroso governo teocratico. Col trattato di Tolentino il poter temporale dei Papi era finito. La cessione di una parte del territorio pontificio, sia pure motivata da gravi ragioni, colpiva la dottrina antica romana degli imprescrittibili diritti della S. Sede e faceva credere, a torto od a ragione, poco importa, che forze di nemici e pieghevolezza di Pontefici potessero a questi diritti attentare. Le proteste successive dovute a nuovi fatti non potevano cancellare questa impressione, non potevano nel campo dottrinale ricostruire quanto era stato distrutto. Nell'ambito dei fatti la distruzione fu completa, cosa quest'ultima forse poco importante in sé, perché sotto la pressione della forza vittoriosa potevasi pur sempre proclamare l'intangibilità del diritto, ma cosa da considerarsi gravissima per il momento in cui avveniva, cioè quando forze straniere ed autorità pontificia avevano colpito il diritto. Molti finiranno col credere che la conservazione, o meno, del poter temporale non fosse una questione di diritto sacro inalienabile regolato da norme auguste ed eccezionali, ma bensì un diritto soggetto come tante altre cose alle vicissitudini dei tempi e a tutti quei temperamenti, trasformazioni, decadenze, rovine, che, secondo le circostanze avvengono, e che via via costituiscono diritti nuovi, i quali soddisfano, magari sotto altra forma, a bisogni antichi e talora a necessità interamente nuove. Nel campo dei fatti il dominio napoleonico, che nelle varie parti fu più o meno lungo, ma che dovunque trasformò ordinamenti civili, introdusse organi amministrativi e militari nuovi, finì col destare o coll'accrescere desiderii prima ignoti o confusamente e debolmente sentiti, e portò a poco per volta, specialmente molti uomini della borghesia e della piccola nobiltà provinciale, ad accettare nuovi sistemi e ad obliare totalmente o quasi, quei diritti della S. Sede che un Pontefice, sia pure scusato da gravi necessità, aveva in parte abbandonati, in parte s'intende, per quanto riguarda il suo territorio, ma totalmente per quanto riguarda la sostanza del diritto che, secondo le rigide tradizioni papali, vive integro, indivisibile, né può in parte restare ed in parte cadere. Il ritorno del Governo pontificio a Roma non fu una vera e propria restaurazione, sia che si guardi alla dottrina, sia che si pensi ai fatti. La dottrina era stata offesa: gli entusiasti del Governo papale e gli odiatori (in quei giorni assai numerosi) del colosso napoleonico, potevano obliare tale offesa e credere ancora integri i diritti imprescrittibili della S. Sede, ma gli avversari non dimenticavano nulla e continuavano a far breccia anche sull'anima dei cattolici credenti ricordando il passato e sforzandosi a dimostrare che, risolta con un documento ufficiale pontificio la questione di principio, tutto si sarebbe ridotto a garantire la sicurezza, la dignità e la indipendenza spirituale del Sommo Pontefice. Da questo punto di vista il potere temporale, come tale, non era un organo per se stesso necessario e intangibile, era un presidio ritenuto necessario per la tutela del grande centro cattolico, tutela che potevasi ottenere con altri mezzi in una società, che aveva preso, o stava per acquistare altri caratteri ed altre forme. Gli entusiasti del potere temporale non ebbero grande fortuna neppure nel campo dei fatti, e neanche qui si ebbe un ritorno puro e semplice al passato; anzi si accettarono ordinamenti che intaccavano sempre di più la saldezza del Governo teocratico considerato pure nelle sue funzioni amministrative e politiche. Impiegati laici del Governo caduto conservarono i loro posti anche quando si trattava di ufficii che solevano considerarsi come privativa del clero. Desiderio di scemare il numero dei malcontenti, desiderio di dare alla amministrazione pontificia l'opera di uomini pratici e valenti, desiderio magari di non togliere il pane a famiglie, cui non poteva bastare la modesta pensione che il Governo pontificio passava agli ufficiali militari e civili rimasti senza lavoro al cadere di Napoleone, spiegano la condotta del cardinale Consalvi, che di queste cose fu consigliere ed esecutore. Ma tale spiegazione, mentre chiarisce la politica pontificia e forse può far credere che il Consalvi ritenesse il principato ecclesiastico forte sì da potersi reggere con qualunque personale, certo non distrugge il carattere intrinseco dei provvedimenti pontificii che rappresentano pericoli gravissimi alla essenza della teocrazia, la quale viene sempre meglio perdendo la sua indole per opera della più alta autorità dello Stato. Questo ammesso, poco importa ricercare se i reggitori di Roma avessero coscienza dei pericoli a cui andavano incontro, poco importa difendere il cardinal Consalvi contro le accuse di coloro che avrebbero voluto una restaurazione pura e semplice: il cardinal Consalvi evidentemente cedeva alla necessità, e in un caso non tanto diverso, sebbene toccasse diversa materia, imitava la condotta tenuta da Pio VI a Tolentino, e per salvare una parte, dirò così, materiale della signoria teocratica, sagrificava un'altra parte, che per la consuetudine romana intaccava la sostanza di quell'istituto ch'egli era chiamato a governare e a difendere. E il cedere alla necessità mettendo in evidenza sostanziali debolezze, rende la cosa assai più grave di quanto sarebbe se il capriccio, o l'ignoranza, o la arrendevolezza del carattere avessero guidata la mente del celebre cardinale e del Pontefice. E che ciò sia vero, che la necessità cioè abbia guidata in quei giorni la politica romana costretta a riconoscere il mutato ambiente, è confermato dall'insuccesso che in seguito ebbe l'opera di ricondurre in tutti gli uffici importanti un personale esclusivamente ecclesiastico. Per forza di ordini governativi l'autorità dei laici andò via via scemando, ma di pari passo andò pure scemando la tranquillità dei popoli, i quali ogni giorno più insistevano nel dire che le funzioni politiche si dovessero affidare ai laici e che, pur di abbattere l'autorità dei chierici nelle cose civili, convenisse usare tutti i mezzi. Soffiava nel fuoco la piccola nobiltà di provincia, che sotto i Francesi aveva perduta la diretta ingerenza nelle amministrazioni locali, ma che pure larghi compensi aveva avuti ricevendo onori, ufficii e stipendi col seguire il Governo napoleonico. Ma, caduto questo, perdevano i vantaggi da esso dati, senza che riprendessero gli onori e gli ufficii che avevano goduti sotto l'antico Governo teocratico. Il ritorno del Pontefice (in altre parole) li privava dei beneficii ottenuti dalla Francia, senza restituire loro i beneficii goduti prima. Parecchi poterono fare gl'impiegati pontifici, come sopra si è detto, a fianco di colleghi usciti dalla borghesia e magari dal popolo minuto, ma ciò avvenendo nei paesi, dove essi o i loro maggiori avevano avuto ben altro potere, era poco lusinghiero per la loro dignità, mentre la carriera, aperta dall'amministrazione pontificia, sia per gli onori personali, sia per gli stipendi era ben lontana da quella che avevano avuta, e più ancora sperata sotto il Governo francese. Ed ai benefici assai larghi realmente avuti in passato ed a quelli ancor più larghi prima sperati, ora contrapponevasi un presente assai misero ed un avvenire privo di qualsiasi speranza. Negli altri Stati italiani l'assetto deciso a Vienna non rispose certo alle speranze delle Potenze, nè segnò per i popoli una pace definitiva come questi avrebbero desiderato. Gli inconvenienti notati a Roma, sotto forme diverse, per quanto riguardava l'interna amministrazione, si verificavano dovunque, e dopo i primi segni di sollievo che dimostrarono specialmente aristocrazia e popolo minuto al cadere di Napoleone, contribuirono a far nascere un vivo malcontento, che dalle classi dirigenti si estese assai presto al popolo tutto. A Venezia la nobiltà rimpianse il potere perduto e non amò troppo di mescolarsi colla nobiltà degli altri dominii soggetti a Casa d'Austria, la borghesia si compiacque di veder continuato l'incremento degli affari avvenuto sotto i Francesi, ma presto si accorse con dispiacere, che, come sotto il Regno d'Italia lo sviluppo economico forse troppo aveva giovato a Lione, a Marsiglia e ad altre città francesi, ora finiva col giovar troppo a città austriache. Nobiltà e borghesia di Lombardia pensavano nello stesso modo e credevano che il Regno Lombardo-Veneto promesso dal Congresso di Vienna e che sotto la guida dell'Imperatore d'Austria avrebbe dovuto costituire un organismo a sé, con vita propria economica ed amministrativa, non fosse di fatto che una provincia austriaca, in sostanza amministrata tecnicamente bene, ma a vantaggio politico ed economico della Monarchia absburghese, più che dei popoli del Lombardo-Veneto. E pareva pure che con conseguenze minori, ma pur sempre dello stesso genere verso l'Austria piegassero troppo Parma e Modena, Piemonte e Toscana, Roma e Napoli, aggiungendo questo nuovo motivo di mal contento ai tanti, che, soprattutto Piemonte e Napoli, offrivano per l'indirizzo dato alla interna amministrazione. Difatti questi Governi, generalmente parlando, vollero ristabilire le leggi che avevano avuto vigore prima dell'intervento francese, e non tennero conto del cammino che si era fatto, specialmente verso la uguaglianza civile. Or questo ritorno al passato poco fu sentito in Toscana, dove già nel secolo XVIII alla uguaglianza si era fatto omaggio, poco a Parma, ove l'Imperatrice dei Francesi conservò il codice ed altre istituzioni del suo grande marito; ma molto si sentì invece nel Piemonte e a Napoli, dove i principi restaurati fecero, per quanto stava in loro, una guerra accanita contro quanto restava di napoleonico e di francese. Certo in tal modo contentarono la grande maggioranza del popolo minuto, e la piccola borghesia che odiava il colosso caduto, certo si attirarono l'aristocrazia che nello esercito e nelle civili magistrature ripreso il monopolio degli alti ufficii e godette stipendi ed onori, ma certo portarono la indisciplina nell'esercito, il disordine nelle amministrazioni civili e il turbamento di molti interessi. A Napoli si portò l'indisciplina quando gli ufficiali murattiani conservati in servizio, furon presto nella camera e negli onori posposti agli ufficiali borbonici. In Piemonte quando si fece altrettanto cogli ufficiali provenienti dall'esercito francese, anzi si fece anche peggio ammettendoli nell'esercito sardo con grado inferiore a quello che avevano guadagnato nelle campagne napoleoniche. E così dicasi degli uffici civili, dove troppi giovani nobili venivano preferiti a maturi funzionari che sotto i Governi ora caduti avevano acquistata esperienza amministrativa e dimostrato amore al pubblico bene. |
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