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3. INTRODUZIONE

volume I |

Le monarchie napoleoniche in Italia

Il potere francese in Italia in seguito alle ultime vicende rimaneva naturalmente consolidato, e Napoleone rispettando ogni qual volta poteva, almeno nelle apparenze, la volontà e le aspirazioni degli Italiani, si adoperava per rendere definitiva l'autorità sua nelle parti d'Italia già dalla Francia dipendenti, e di estenderla anche al resto. Così, riuniti a consiglio autorevoli cittadini della Cisalpina (consulta di Lione dicembre 1801) trasformò questa in Repubblica Italiana con una nuova costituzione che a capo del Governo poneva Napoleone, ed il nuovo stato legava tanto strettamente a lui, e di lui seguiva tanto ciecamente le sorti, che la repubblica diverrà un regno appena Napoleone avrà proclamato l'Impero francese. Ed anche nelle forme seguendosi le nuove tendenze napoleoniche, alla incoronazione imperiale francese (Parigi, 2 dicembre 1804) farà riscontro la incoronazione reale italiana (Milano 26 maggio 1805).
Degli altri stati, il Piemonte era congiunto alla Francia fino dal 1801, Parma, veniva occupata dai Francesi alla morte del duca Ferdinando padre di quel Lodovico, che, secondo la convenzione di Luneville già ricordata, sarebbe dovuto passare in Toscana. E dopo la proclamazione dell'Impero, a questo riunivasi Genova, mentre nell'Italia centrale creavasi il Ducato di Lucca ed aggregavasi al Principato di Piombino per costituire uno staterello in favore di Felice Baciocchi marito di Elisa Bonaparte sorella di Napoleone (1805). E quando le vittorie francesi contro la coalizione, che avrebbe dovuto fra altro restaurare i Savoia ed abbattere la dominazione francese nell'Italia, obbligarono l'Austria, la più attiva delle Potenze continentali coalizzate, alla pace di Presburgo (26 dicembre 1805), Napoleone congiunse al Regno d'Italia Venezia e Trento, costituì lo Stato delle Provincie Illiriche, tutto con territorii tolti all'Austria, ebbe da questa le mani libere in Italia, e si rivolse contro Ferdinando di Napoli. Questi oppose poca resistenza nelle città aperte e nella sua capitale, che abbandonò una seconda volta per tornare a Palermo (febbraio 1806): i suoi migliori soldati resistettero a lungo a Gaeta (18 luglio); qua e là per il Regno, e specialmente in Calabria, più a lungo ancora rimasero in armi bande borboniche, ma il Regno passò subito ufficialmente a Napoleone che vi mandò a governarlo il fratello Giuseppe col titolo di Re di Napoli e di Sicilia, titolo ch'era una minaccia continua per i Borboni rifugiati nell'isola. Contemporaneamente Paolina Bonaparte, moglie di Camillo Borghese e sorella di Napoleone, diveniva duchessa di Guastalla, ed Elisa, altra sorella (ufficialmente il marito Baciocchi) univa ai possedimenti già avuti, anche Massa e Carrara. Così Napoleone conduceva a buon punto il nuovo programma di vincolare maggiormente a sé popoli numerosi ponendoli sotto lo scettro di parenti che soltanto a lui dovevano la loro fortuna, programma che finora aveva condotto il cognato Gioacchino Murat a capo del Ducato di Berg, il fratello Luigi a capo del Regno di Olanda, e che porterà l'altro fratello Girolamo a capo di un nuovo stato, del Regno di Westfalia (1807).
L'Inghilterra dopo le vittorie riportate da Napoleone nell'Europa centrale, e chiuse col trattato di Tilsitt (8 luglio 1807), il quale pacificava Napoleone coi Principi germanici e collo Czar Alessandro, che presto da nemico si trasformava in alleato, perdeva molte speranze. Napoleone, che per rovinare i commerci della Gran Brettagna, da parecchi mesi aveva proclamato il blocco continentale (21 novembre 1806) trovò nella inosservanza di questo da parte di stati, che non potevano respingere dai loro mercati le merci inglesi, un nuovo pretesto per accrescere i proprii dominii. Così, per punire Giovanni di Braganza reggente del Portogallo, contrario al blocco, si accordava con Carlo IV re di Spagna fissando di dividere il territorio portoghese, in tre parti, delle quali una con Lisbona, avrebbe tenuta per sè una avrebbe data a Godoi, Principe della Pace primo ministro spagnuolo, e la terza ai Borboni di Parma rappresentati allora dal piccolo Carlo Lodovico figlio di Lodovico già principe ereditario di Parma, e morto nel 1803 a Firenze come Re di Etruria. Il piccolo re Lodovico, o meglio la madre Maria Luisa figlia del re di Spagna, avrebbe dovuto lasciare le rive dell'Arno per recarsi sulle rive del Douro, sulle quali Napoleone prometteva di fondare un nuovo regno borbonico (Trattato di Fontainebleau, 27 ottobre 1807).
I Braganza fuggivano nel Brasile dinanzi alle truppe del generale Iunot (27 novembre 1807), i Borboni lasciavano la Toscana che veniva unita all'Impero Francese (12 dicembre 1807) ed affidata alle cure di Elisa Baciocchi-Bonaparte, ma il Portogallo non era diviso, secondo gli accordi di Fontainebleau, e rimaneva invece tutto unito sotto il Governo francese. Godoi Principe della Pace, che tanto aveva aiutato Napoleone in quel trattato, né ebbe il promesso dominio, né conservò il suo ufficio alla Corte di Madrid. L'opposizione alla sua politica, diretta dal Principe ereditario Ferdinando, travolse il Re Carlo ed il suo ministro provocando una rivolta, che costrinse il vecchio Re ad abdicare in favore di Ferdinando (Aranjuez, 17 marzo 1808) con grave perturbamento del paese. Ma con ciò non finirono le discordie tra padre e figlio, delle quali Napoleone profittò abilmente per costringer entrambi i contendenti ad abdicare (Bajonne, maggio 1808) e per nominare Re di Spagna il proprio fratello Giuseppe. Questi lasciava Napoli a Gioacchino Murat, che assumeva subito le redini del Governo, mentre in Italia erano avvenuti o stavano per accadere altri mutamenti come conseguenza necessaria della politica napoleonica.
Proprio in quel tempo Parma e Piacenza, già occupate dai Francesi, furono unite all'Impero, il potere temporale dei Papi, ormai di molto ridotto, fu dichiarato finito (Schoenbrunn 27 maggio 1809) e parte del territorio pontificio venne congiunta al Regno d'Italia, parte con Roma si unì all'Impero, mentre al Pontefice Pio VII si prometteva una rendita annua di due milioni di lire (Senatus consulto 17 febbraio 1810). Ritenne Pio VII di non poter accettare il fatto compiuto, sia nella parte politica, sia nella parte religiosa, che sembrò minacciata dalle disposizioni napoleoniche di trasportare a Parigi il Collegio cardinalizio e le Congregazioni centrali pontifìcie e coll'alternare la dimora del Pontefice tra Roma e Parigi. Le proteste e la scomunica con cui questi reagì, irritarono l'Imperatore che prevedendo gravi danni dall' opposizione pontificia, tentò fiaccarla, togliendo a Pio VII anche la libertà personale.
Con questi avvenimenti si avvicinò Napoleone all'apogeo della sua potenza, che egli sperò di consolidare fiaccando nel 1809 nuove opposizioni austriache (battaglia di Wagram 5-7 luglio, pace di Schoembrunn 14 ottobre), e incalzando, senza peraltro riuscire a cacciarli, gli Inglesi, che, occupato il Portogallo, seguitarono per un pezzo ad incoraggiare l'insurrezione spagnuola contro i Francesi e ad impedire che questi occupassero la Spagna meridionale, dovo intorno a Cadice visse un Governo nazionale fedele ai Borboni.
Per alcuni anni l'Italia seguitò a vivere sotto il diretto o l'indiretto Governo francese, e dette alla politica napoleonica uomini e denaro contribuendo efficacemente col proprio ingegno e colla propria ricchezza al consolidamento della potenza francese Nella Spagna, in Germania, nella campagna di Russia, e nuovamente in Germania, all'impallidire della stella napoleonica, gli Italiani si segnalarono, e sino agli ultimi giorni dell'Impero molti di loro trovaronsi intorno al trono pericolante. I Lechi, i De Laugier, i Giovannetti seguirono con cento altri le aquile napoleoniche e come sventura nazionale e privata considerarono l'abbattimento di esse.
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