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3. INTRODUZIONEvolume I |
Sconfitte dei francesi e loro nuove vittorieMa le vittorie già conseguite dai Francesi contro gli stati vicini e la spedizione in Egitto commossero vivamente le Potenze e dettero vita ad una nuova coalizione riaccendendo in Europa la guerra che travolse anche l'Italia. Prima che il Re di Sardegna abdicasse speravasi che avrebbe potuto condurre insieme col Granduca di Toscana e col Re di Napoli e di Sicilia le forze italiane in aiuto dell'Austria e della Inghilterra contro la Francia per distruggere le novità da questa introdotte e favorite. Ma in realtà Sardegna e Toscana nulla potevano fare e le truppe di Napoli, mosse prematuramente, dopo una breve marcia vittoriosa, vennero sconfitte e neppure poterono sostenere il trono borbonico nella capitale. Il Re Ferdinando incominciò la guerra nel novembre del 1798 con truppe numerose comandate dal generale austriaco Mack, truppe che, divise in varie colonne, invasero il territorio romano, animate anche da vivo spirito religioso, che faceva parer meritoria la restaurazione del poter temporale dei papi e la rovina dei Francesi, considerati quali nemici del trono e dell'altare. E mentre una forte schiera si avanzava, sino in Toscana, un'altra, diretta da Ferdinando in persona, correva diritta su Roma. I Francesi si ritrassero a Civitavecchia lasciando libera l'entrata ai Napoletani, ma poco appresso tornarono costringendo questi ultimi a sgombrare la città, a ritirarsi precipitosamente nel territorio di Napoli, ed a raccogliere in fretta le diverse colonne lungo la linea del Volturno. I Francesi guidati dal generale Championnet li strinsero dappresso togliendo loro con rapida marcia ogni speranza di resistenza e costringendoli a trattare la resa. Nella capitale intanto Ferdinando temette unarivolta dei novatori all'interno ed un assalto dei Francesi dall'esterno, e preferì partire per la Sicilia imbarcandosi sopra una nave della flotta inglese di Nelson e facendosi scortare da altre navi dell'amica Inghilterra e dalla propria flotta coll'ammiraglio Caracciolo (21 dicembre 1798). Francesco Pignatelli rimasto a capo del Governo quale vicario del Re, nella confusione generale e nello sgomento della classe dirigente, si arrendeva al generale Championnet, suscitando l'ira della plebe napoletana, che, per odio alle novità francesi, accresciuto dal timore di danni alla religione ed alle sostanze dei cittadini, impugnò le armi e si oppose alla entrata dei nemici in città. Alla difesa parteciparono spontaneamente anche soldati delle truppe regie, e specialmente sottoufficiali reduci dalla infelice spedizione di Toscana, cosicché la difesa fu condotta non solo con molto coraggio, ma pure con una certa abilità. I novatori napoletani frattanto si stringevano maggiormente ai Francesi, e facendo entrar di sorpresa nel castello dell'Ovo un drappello di questi affrettavano la caduta di Napoli nella quale l'esercito di Francia faceva il suo ingresso mentre proclamavasi la repubblica (23 gennaio 1799). Quasi contemporaneamente nei mesi di febbraio e di marzo cadevano in Toscana, la Repubblica aristocratica a Lucca (trasformata in democratica, contro la volontà del popolo) il Granducato dei Lorena a Firenze e il Principato dei Boncompagni a Piombino, lasciando il posto a Governi amici di Francia ed accrescendo in questa le speranze di vincere la coalizione europea che nell'Italia attaccava i possedimenti francesi per mezzo delle truppe austriache e russe. Gli eserciti coalizzati abbatterono il Governo provvisorio a Torino e la Repubblica Cisalpina a Milano e col prestigio delle loro vittorie incoraggiarono sollevazioni antifrancesi in varie parti d'Italia e specialmente in Toscana ed a Napoli. Bande armate, partite da Arezzo al grido di Viva Maria davan la caccia ai Francesi ed agli amici loro in Toscana ed in Umbria. Nell'estremo lembo della Calabria il cardinale Ruffo, sbarcatovi dalla Sicilia coi pieni poteri (alter ego) del Re Ferdinando, raccoglieva bande coraggiose di ferventi cattolici, di ardenti borbonici e di audaci briganti, e rapidamente marciava su Napoli, ove poche truppe francesi rimanevano, essendo le altre partite per l'alta Italia, dopo le vittoriose mosse austro-russe. Napoli cadde in potere del Ruffo che ai soldati francesi ed ai giacobini promise amnistia e facoltà di partire (giugno 1799). Ma le promesse date con fine accorgimento da esso, non vennero accettate dall'ammiraglio Nelson, che, reduce da Palermo, mise in disparte il cardinale, ed assunse il governo coi pieni poteri, di cui si valse per istruire processi contro i principali sostenitori della Repubblica, i quali, a norma delle leggi vigenti, annullati i patti del Ruffo, vennero condannati a morte. Questi non erano molto numerosi, relativamente s'intende, ma quasi tutti si riconoscevano insigni per fama d'ingegno, di dottrina o di alta posizione politica, cosicché la morte di essi ebbe subito una larga eco, e in seguito il ricordo di questa nocque moltissimo a Nelson ed ai Borboni. Nell'estate e nell'autunno del medesimo anno continuarono le sconfitte francesi in Italia e fuori, dando per prima conseguenza la restaurazione dei Governi caduti, e mettendo presto in pericolo la Francia entro gli stessi suoi confini (agosto-settembre 1799). A Parigi ed in tutte le provincie grande agitazione: ritorna Napoleone dall'Egitto (9 ottobre), rovescia il Direttorio e crea il Consolato, ponendo se stesso a capo dello stato col nome di primo console (5 novembre). Col prestigio del nome e con rapidi provvedimenti riconduce la fiducia negli animi, inizia all'interno una politica di conciliazione, e per l'estero con grande rapidità concepisce un piano di guerra, che incomincerà a svolgere nella primavera del 1800 prima che si sieno consolidate le restaurazioni del 1799. Allora Napoleone ed i suoi generali misero presto in pericolo dovunque le truppe coalizzate, e in Italia le cacciarono presto dalla Liguria, dal Piemonte e dalla Lombardia colle battaglie di Montebello (11 giugno) e di Marengo (15 giugno), dopo le quali ad Alessandria, gli Austriaci s'impegnavano a ritirarsi oltre il Mincio e sulla sinistra del basso Po (16 giugno). Le repubbliche Ligure e Cisalpina risorgevano; i Napoletani che, dopo la restaurazione borbonica, avevano invasa la Toscana, venivano respinti dal generale Miollis. I Francesi trionfavano contemporaneamente anche fuori d'Italia, cosicché le Potenze continentali ritennero necessaria la pace. L'Austria col trattato di Luneville ritornava ai patti di Campoformio, e s'impegnava di dare compensi adeguati in Germania a Ferdinando III di Lorena, che lasciava la Toscana ai Borboni di Parma, i quali permettevano che il loro Ducato divenisse parte integrante della Repubblica Cisalpina (9 febbraio 1800). La Spagna col trattato di Madrid abbandonava la coalizione. Napoli col trattato di Firenze (21 marzo 1801) rinunciava alto Stato dei Presidii in Toscana, s'impegnava di chiudere i suoi porti alle navi inglesi e di contribuire alla guerra contro l'Inghilterra mantenendo nel regno 14.000 soldati, finché questa durasse (28 marzo 1801). Il papa Pio VII pur riconciliava la Chiesa colla Francia concludendo il concordato che riammetteva il cattolicesimo in Francia, ed in favore di Napoleone attenuava le aspirazioni di una restaurazione borbonica (15 luglio 1801). Il Portogallo poco dopo staccavasi dall'Inghilterra, la quale alla sua volta nell'ottobre del medesimo anno, concludeva i preliminari di Londra e pochi mesi dopo ad Amiens riconosceva in favore della Francia tutti i mutamenti da questa compiuti e inspirati (21 marzo 1802). |
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