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3. INTRODUZIONE

volume I |

Napoleone e la campagna d'Italia del 1796-97

Quindi la Francia poteva contare sull'appoggio di un certo numero d'italiani delle varie provincie quando nel 1796 intraprese la grande guerra d'Italia diretta da Napoleone Bonaparte.
Fino dal 1792 la Francia era in istato di guerra col Re di Sardegna al quale aveva tolto la Savoia e Nizza, e contro di esso aveva sempre tenuto le sue truppe, che procedendo dal Nizzardo verso la Liguria rendevano difficili i rapporti del Re sabaudo colla Sardegna e coi nemici che la Francia aveva sul Mediterraneo.
Nè l'alleanza austriaca valse a salvare i Savoia, contemporaneamente assaliti dai Francesi e molestati da interni disordini, cui già accennammo. La maggioranza della popolazione fu contraria ed ai Francesi ed ai ribelli, ma ciò nonostante la campagna volse tosto in favore degli invasori, i quali in pochi giorni imposero al Re Sardo l'armistizio di Cherasco (28 aprile 1796) e quindi la pace di Parigi (15 maggio 1796). La Francia si assicurava il possesso pacifico della Savoia, di Nizza e di terre limitrofe sino a Tenda, e il passaggio delle sue truppe attraverso i territorii rimasti alla casa di Savoia, finché non avesse costretto tutti i nemici ad una pace generale. Conseguenza immediata sì fu l'umiliazione del Re, il suo distacco dall'Austria, la diminuzione delle difficoltà che al principio della guerra Napoleone incontrava per colpire al cuore l'esercito austriaco nella pingue Lombardia. E infatti il vincitore in questa entrava subito dopo l'armistizio di Cherasco e ne conquistava la capitale lo stesso giorno, in cui a Parigi firmavasi la pace franco-sarda (15 maggio).
Le vittorie di Napoleone fruttarono subito l'acquisto della Lombardia, tranne Mantova, e dei Ducati di Parma e di Modena, preludio di rapidi acquisti maggiori. Mentre ancora Mantova resisteva i Francesi invadevano le Legazioni pontificie, e poco appresso entravano nelle Marche e costringevano Pio VI a stipulare il trattato di Tolentino (febbraio 1797).
Il riconoscimento dei fatti compiutisi in Francia, il distacco del Papa dai nemici di questa, la rinunzia che la S. Sede faceva ad una parte dei suoi possedimenti italiani erano il frutto che Napoleone raccoglieva dalle sue vittorie, mentre per quanto riguarda il potere temporale dei Papi, colla rinunzia pontificia si colpiva a morte il principio, da cui tale potere traeva la sua vita.
L'Italia centrale non poteva più resistere a Napoleone ed ai suoi amici interni, il Re di Napoli doveva rassegnarsi alla amicizia francese, e l'Austria, priva di ogni appoggio in Italia, chiedeva alle sole sue forze la conservazione dei possedimenti che ancor le rimanevano dopo l'ingresso dei Francesi a Milano, e dopo la caduta di Mantova tenacemente difesa ed accanitamente assalita (14 gennaio 1797). Repubbliche foggiate sul tipo di Francia, come la Cispadana, sorgevano subito nei paesi da questa occupati, mentre gli Austriaci stremati di forze battevano in ritirata verso le Alpi, decisi ad impedire che Napoleone, svolgendo il suo piano di guerra, giungesse a Vienna.
Napoleone a Vienna non giunse, ma riuscì ugualmente a prostrare l'Austria imponendole i preliminari di Leoben (10 aprile 1797). La Francia otteneva il Belgio e la Lombardia, faceva riconoscere dall'Imperatore le Repubbliche di recente fondate in Italia e compensava l'Austria cedendo i possedimenti che toglieva a Venezia nella Dalmazia, nell'Istria e nella terraferma sino all'Oglio. Dopo qualche tentennamento l'Austria decidevasi a convertire i preliminari in pace definitiva e ad accettare il trattato di Campoformio. col quale confermava le cessioni e i riconoscimenti promessi ed accresceva leggermente i compensi pattuiti, ricevendo in più la città di Venezia coi pochi possedimenti della Repubblica, che a Lèoben erano stati rispettati (27 ottobre 1797). I tentennamenti dell'Austria erano dovuti alle condizioni generali d'Europa ed alle condizioni speciali dell'Italia, dove pareva che le novità francesi non trovassero fortuna. Infatti nel mese di marzo 1797 all'avvicinarsi degli eserciti francesi erano insorte in favore di essi Bergamo, Brescia e Crema, ed avevano proclamata la repubblica; ma rapidamente una contraria rivoluzione, promossa specialmente dai campagnoli, aveva vinti i novatori. A Verona il 17 aprile scoppiò una sanguinosa sommossa contro i Francesi, che venne solo dopo cinque giorni domata, e che parve dovesse lasciare un lungo strascico anche nelle vicine città (Pasque Veronesi). Ciò offriva un buon pretesto a Napoleone per indurre il Gran Consiglio veneziano a sciogliere l'antica Repubblica aristocratica per far posto alla
democrazia, ma non bastava per assicurar tutti che queste ed altre innovazioni sarebbero state definitive (12 maggio 1797).
Così i democratici genovesi da Napoleone sorretti ottennero dall'aristocrazia la fondazione della Repubblica ligure (giugno 1797), ma non riuscirono ad impedire che la caduta dell'antico regime fosse preceduta e seguita da violenti dimostrazioni anti-francesi, che nelle campagne e nei minori centri delle due riviere durarono assai, trasformandosi in una vera insurrezione contro i Francesi e i loro amici; insurrezione tanto più pericolosa in quanto i novatori generalmente non erano graditi neppure nella vicina regione toscana, ove anzi notavasi un forte risentimento contro di essi.
L'Austria dovette pure contare sui malumori suscitati dalla formazione della Repubblica Cisalpina, la quale unendo là Cispadana ai possedimenti italiani dall'Austria ceduti a Leoben, offendeva interessi ed aspirazioni che non potevano per il momento essere distrutti da nuovi bisogni e da nuove aspirazioni che si andavano indubbiamente, ma con lentezza, creando. Aggiungasi a questo il ricordo della cattiva accoglienza ricevuta da Napoleone nel suo primo entrare in Lombardia: freddezza ostile in molti luoghi, disordini a Milano, rivolta aperta a Pavia, rivolta quest'ultima che fu repressa dai Francesi con difficoltà e terminata con eccessi assai gravi e con saccheggio da parte dei vincitori (maggio 1796). Non meno vivi dovevano essere a Vienna i ricordi delle sollevazioni repubblicane in Piemonte scoppiate a favore dei Francesi al principio nella campagna austro-sardo-franca. Sebbene il movimento fosse assai esteso, e alle porte di Torino, Moncalieri; e qua e là, Ceva, Fossano, Alba, Asti dichiarassero finito il Governo Sabaudo, tuttavia il re Vittorio Amedeo III era riuscito a soffocarla rivolta, temibile in sé, temibile per la fiducia nelle simpatie francesi; e vi era riuscito colle proprie truppe e con bande di cittadini che si erano costituite per sostenere l'antico regime. Quindi fatti recenti e ricordi di fatti non lontani potevano far credere che i popoli d'Italia non avrebbero a lungo tollerati i Governi dei Francesi.
Ma la insistenza di Napoleone, la minaccia di riprender subito la guerra vinsero le resistenze austriache e la pace di Campoformio venne firmata (17 ottobre 1797).
Questa vittoria diplomatica ottenuta da un generale che a tanta fortuna politica univa mirabile arte guerresca, ebbe presto le sue conseguenze politiche, cui davano pretesto la ammirazione degli amici e la paura degli avversarii. A Roma questi ultimi sul finire del 1797 fecero una dimostrazione dinanzi al palazzo Corsini alla Lungara, ove alloggiava l'ambasciatore francese Giuseppe Bonaparte. Il generale Duphot scese sulla strada in mezzo ad un grande parapiglia, e cadde mortalmente ferito. Donde partisse il colpo omicida, se dalla folla dimostrante, o dalla forza pontificia accorsa per sedare il tumulto, mai si seppe con sicurezza; certo l'autorità governativa non si affrettò a presentare le scuse, né a fare inchieste, e porse così all'ambasciatore occasione per lasciare bruscamente la città e dette al Governo francese un gradito appiglio per dichiarare la guerra al Pontefice. Il generale Berthier mosse dalle Marche contro Roma e si accampò dalla parte di Porta del Popolo in vista della città, sperando che i democratici si sollevassero e proclamassero la repubblica. Ma vedendo che Roma non si moveva, dovette rinunziare ad una spontanea proclamazione da parte del popolo ed entrò in città per dare animo ai pochi amici accorsi anche dalle provincie vicine. Così da una riunione tenuta in Campo Vaccino sulle rovine del Foro Romano sorse la nuova Repubblica foggiata sul tipo francese ed in sostanza ai Francesi soggetta (febbraio 1798). Pio VI, vecchio e malaticcio, fu costretto a partire per la Toscana, donde, dopo breve dimora nella Certosa di Firenze, venne di nuovo obbligato a mettersi in viaggio fino a Valenza. E qui morì senza aver voluto riconoscere il nuovo Governo stabilito a Roma, ritornando alla tradizionale politica pontificia contraria a formali rinunzie, politica, che, di recente aveva sofferto una eccezione, col trattato di Tolentino. Come si vede, dopo le grandi vittorie di Napoleone contro l'Austria anche generali di minore fama bastavano per isvolgere il programma francese in Italia. E la partenza di Napoleone per l'Egitto (18 maggio 1798) non ritardò lo svolgimento stesso.
Infatti con molta facilità i Francesi strinsero a sé il Piemonte, ove con una larva di autorità regnava Carlo Emanuele IV succeduto di recente al fratello. Non bastò che il debole principe consegnasse ai Francesi anche la cittadella di Torino, ma dovette formalmente abdicare, quando, prendendo a pretesto dimostrazioni ostili ai Francesi della cittadella, dimostrazioni, che la cittadinanza fece, perché ritenevasi offesa dagli stranieri, il generale Joubert marciò su Torino (28 dicembre 1798).
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