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3. INTRODUZIONEvolume I |
Sintomi di agitazioni secondo il tipo franceseAllo sviluppo dei sentimenti di indipendenza, di unità e di libertà fanno plauso, ed in parte contribuiscono, pensatori e scrittori italiani e stranieri, arricchendo quella coltura nazionale ch'era più o meno diffusa dovunque e che prendeva un determinato carattere colla lettura di opere straniere, le quali invocavano direttamente o indirettamente la eguaglianza dei diritti, e bene spesso anche la formazione di un governo che emanasse direttamente dal popolo.I critici dell'antico regime e i preparatori di un novus ordo, che, specialmente in Francia, avevano fatto sorgere una ricca letteratura assai popolare, si conoscevano pure in Italia, soprattutto nei possedimenti della Casa di Savoia, la quale al di là delle Alpi aveva sudditi di stirpe e di lingua francesi, e al di qua dei monti aveva sudditi, cui l'idioma e la letteratura di Francia erano molto famigliari. I libri di oltre Alpi si leggevano e si commentavano anche nelle numerose accademie che perfino nelle piccole città di provincia parevano ringiovanire, e contribuivano ad allargare le idee e a preparare grandi novità. È questo un periodo in cui la diffusione di tali particolari idee è agevolata dal. desiderio d'imparare che sembra assai esteso in quelle alte classi che si ritenevano generalmente grette e nemiche del sapere, quantunque dal loro seno siano usciti un Vittorio Alfieri, un Valperga di Caluso e quel Giuseppe Saluzzo che insieme cori pochi eletti amici fondò l'Accademia delle Scienze. Questa ebbe in seguito dal Governo il titolo di regia e cospicui aiuti, mentre fino da principio acquistò rinomanza anche fra i dotti stranieri, che mandarono lavori da inserirsi nelle sue pubblicazioni. Simile fervore di studii s'ebbe in Lombardia, dove ai libri stranieri si aggiunsero opere altamente civili di scrittori nazionali, che su basi schiettamente paesane trattarono le quistioni più ardue del Governo e parte ne risolsero con grande indipendenza di giudizio. Il Beccaria, i due Verri, il Parini possono per ragioni diverse essere segnalati come testimoni del pensiero contemporaneo e come incitatori di nuove idee. In altre parti d'Italia si cammina per la medesima strada e allo studio delle questioni contemporanee si unisce la ricerca della storia nazionale, rivolgendo il pensiero a quel Medio Evo, che già era parso un periodo meritevole di oblio, mentre ora meglio studiato parve una fonte di gloriose memorie, non inutili per rendere migliore l'Italia. A Verona, a Modena, a Lucca, per fermarsi solo a segnalare le cose maggiori, uomini d'ingegno raro e di costanza mirabile, fecero rivivere dinanzi ai contemporanei i fatti del passato, non coi colori della fantasia, ma coi caratteri freddi e composti della verità amorosamente ricercata e diligentemente esposta in mezzo a prove evidenti. Nel tempo stesso con entusiasmo sempre maggiore si continuarono gli studi classici; e gli scavi, eseguiti in ogni parte d'Italia per rimettere in luce gli avanzi di antiche civiltà, non ebbero soltanto le cure dei dotti, ma acquistarono l'appoggio di molti altri i quali nell'arricchire musei e nello scoprire antichi monumenti credettero di rendere omaggio ai lontani avi e di ricondurre l'opera e il pensiero di essi attraverso il Medio Evo sino all'età moderna per dare a questa un carattere più schiettamente nazionale. E parecchi dei dotti del Settecento e parecchi cittadini amanti del sapere che li incoraggiarono nel percorrere i varii rami dello scibile in ogni parte d'Italia si trovano pure fra gli autori o fra i consiglieri di politiche novità. Parecchi dotti sostengono apertamente le riforme, altri addirittura vogliono la rivoluzione e vi partecipano, parecchi lasciano la vita nei rivolgimenti politici che ebbe l'Italia sul finire del secolo XVIII e sul principio del XIX. Ennio Quirino Visconti, Mario Pagano, Giuseppe Logoteta, per indicar solo pochi nomi notissimi, dimostrarono quale stretta unione passasse tra il pensiero e l'azione e come la mente ed il braccio operassero mirabilmente concordi. Gli studi tutti, anche quelli che a prima vista potrebbero sembrare molto lontani dalle reali contingenze della vita pratica, contribuirono in questo periodo a destare nel cuore degli italiani la stima di se stessi, il desiderio di farsi valere, e giovarono moltissimo a dare a questa stima ed a questo desiderio un forte substrato nazionale, che, ne il pensiero straniero prima, nè l'azione straniera poi, riuscirono mai a distruggere interamente. In questo secolo pertanto l'Italia con forze proprie si avvia ad un profondo rinnovamento. Pian piano bisogni nuovi avvicinano l'uno all'altro i diversi stati, gli stessi bisogni e la coscienza della propria forza congiunta spesso al timore della forza altrui contribuiscono a destare ed a rinvigorire il sentimento della indipendenza. In parte ragioni identiche, ed in parte una notevole trasformazione economica rendono possibili dei mutamenti e preparano l'opposizione politica preludendo al trionfo della libertà individuale, che rende necessaria l'uguaglianza delle leggi amministrative e civili e spinge i principi a fare in questo tempo riforme, sia pure parziali, riforme, che alla, lor volta, prepareranno cose maggiori. Come già avvertivamo, i Governi non potevano incoraggiare le tendenze alla indipendenza in un tempo, nel quale questa avrebbe affrettata la unità , quella unità che si sarebbe compiuta soltanto colla rovina di tutti gli stati italiani, o di tutti meno uno. Favorivano invece le riforme interne, anzi alcuni le compivano con ardore che parve audacia, e ragionevolmente le riforme predilessero vedendo in esse il trionfo della propria autorità personale. E questo trionfo potevano logicamente aspettarsi collo scioglimento delle classi e colla caduta dei privilegi, ma dovevano del pari aspettarsi che la uguaglianza riconosciuta a tutti avrebbe condotto fatalmente i popoli meno educati, nel campo economico alla potenza di pochi, arricchiti coi subiti guadagni, e, nel campo politico, alla dittatura, che per qualche tempo avrebbe potuto esercitare la dinastia, moralmente sorretta dal prestigio del passato, ma che non poteva ragionevolmente esser negata ad uomini intelligenti ed attivi sollevatisi sopra la gente nuova. Questo forse non previdero i principi riformatori, questo forse intuirono pochi tra essi, che le riforme avversarono, ovvero subirono, sperando di evitare la rivoluzione, questo forse desiderarono nella fiducia che la folla disorganizzata e poco curante della politica avrebbe costituito un buon piedistallo al trono di antiche dinastie consumate nell'esercizio del potere e nell'uso dei più abili accorgimenti politici. Ma non previdero i danni dell'isolamento in cui si sarebbero trovati assai presto, non previdero le difficoltà di stare sempre a contatto con questa folla varia ed impressionabile, non previdero che la borghesia più della dinastia avrebbe sopra di essa dominato, una borghesia tanto più forte, in quanto veniva ogni giorno a rinnovarsi colle reclute che portavano le libere professioni e il libero lavoro considerato in tutte le sue manifestazioni. Questa borghesia forse un giorno avrà di fronte ostile e vigorosa la classe operaia tale rimasta, ma in un tempo prossimo godrà intanto la visione del potere economico e politico e dominerà le dinastie le quali invano avevano sperato autorità illimitata dopo la scomparsa dello classi. Anzi le dinastie stesse diventeranno prigioniere della borghesia, che ne disporrà a proprio talento, che le farà credere deboli e quasi parassite alla folla operaia, la quale, abbandonato pian piano l'antico rispetto, le vedrà sparire con indifferenza e magari con gioia. L'uguaglianza civile, il trionfo dei diritti individuali mal si conciliano colla forza e talora colla vita delle antiche monarchie europee. E forse qualche uomo di stato e qualche principe intelligente questo comprese fuori d'Italia e nell'Italia stessa, e quindi combattette lo spirito riformatore, che in se portava i germi dei fenomeni sopra ricordati, e che evidentemente si rivelavano quando parlavasi di diritti popolari, di privilegi d'una classe rispetto al popolo intero, di ingiustizie sociali e simili. Ma nel secolo XVIII, come sempre capita quando le innovazioni sono veramente richieste dal pubblico bene, poco avevano da fare in sostanza ed i principi che favorivano ed i principi che respingevano le riforme. Opera meritoria i primi e i secondi potevano compiere collo spingere e col frenare a tempo, perché non si conservassero troppo a lungo organismi parassitarii, perchè non si distruggessero troppo presto organismi ancora vitali. E questo, tutto sommato, ci sembra che abbiano fatto i Governi d'Italia nel secolo XVIII, anche negli anni che immediatamente seguono lo scoppio della rivoluzione di Francia sino alla vigilia dell'invasione francese. In questi pochi anni la posizione dei Governi italiani divenne molto difficile, specialmente per l'opera aperta o segreta dei novatori più ardenti, che, fidando nei rivoluzionari d'oltre Alpe, volevano non più riformare l'antico, ma distruggerlo e creare un novus ordo. L'opera di questi novatori spinse a rigori Governi che avevano altre volte data prova di mitezza, fecero apparir deboli Governi già creduti forti, e turbarono il regolare svolgimento della vita italiana. Con queste agitazioni, che diventano rivoluzione all'arrivo degli eserciti francesi, sembra che la storia d'Italia la quale fin qui aveva avuto un carattere sostanzialmente nazionale, sia per divenire, almeno per qualche tempo, un capitolo della storia di Francia, di quella Francia rivoluzionaria, che i novatori italiani avevano imparato a conoscere recentemente per mezzo di emissarii e di notiziarii giunti dall'estero, e da alcuni anni indietro avevano imparato ad amare sotto il fascinodi scrittori, forse non sempre profondi, ma di solito insinuanti ed accessibili anche a tante persone mediocremente colte. Fra gli stati italiani che più avevano da temere il ripercotersi della rivoluzione francese erano i possedimenti sabaudi nell'Alta Italia ed i borbonici nella Italia meridionale. Tra Napoli soprattutto e i porti francesi v'erano rapporti commerciali cospicui, rapporti commerciali, che agevolavano la conoscenza dei fatti e delle idee francesi tanto da influire non poco sui novatori napoletani. Questi non erano certo molto numerosi e al tempo delle riforme dei principi non erano molto cresciuti, cosicché crediamo che la sosta che si ebbe a Napoli caratterizzata dal ritiro del ministro Tanucci e dal principio di una certa reazione, significasse che il Governo non si sentiva abbastanza sostenuto e cedeva quindi alle pressioni degli ultra conservatori, i quali dimostravano il pericolo a cui esponevasi la monarchia disgustando senza apparente necessità le classi sopra cui per tradizione sostenevasi il trono, e svegliando e creando forze nuove, di cui non era facile prevedere l'azione. Ma la sosta incoraggiò i pochi novatori, che, nascosti spesso nelle loggie massoniche già esistenti a Napoli fino dalla metà del secolo, avevano modo di prepararsi in segreto e di mettersi in comunicazione con amici stranieri specialmente francesi. Questi, soprattutto dopo lo scoppio della rivoluzione, si adoperavano per far conoscere all'estero i loro principii che graditi dovevano riuscire anche a molti napoletani già preparati ad ammettere l'indipendenza dei popoli e l'uguaglianza dei cittadini, indipendenza ed uguaglianza che sembravano così care alla rivoluzione francese. Il Governo dei Borboni temeva e vigilava. La polizia inquisiva con molto zelo, teneva d'occhio gli stranieri che capitavano a Napoli, ricercava libri, opuscoli, giornali, non lasciava, insomma nessun mezzo in tentato per impedire il diffondersi delle idee rivoluzionarie. E le premure crebbero quando nel 1792 si venne a scoprire una cospirazione repubblicana, che mise in luce caratteri deboli ed incerti, di ribelli, ma pur anche vigorose tempre di cospiratori, che, come Emanuele de Deo, dimostrarono di aver compresa la gravita del movimento tentato, e di essere pronti a sacrificare per esso la vita. La politica antifrancese del Governo borbonico, i tentativi fatti per interrompere ogni rapporto fra il popolo napoletano e quello francese non bastarono a distruggere i germi della rivolta, anzi, almeno in Napoli, sia pure entro una ristretta cerchia di persone, li fecondarono assai anche a causa del malcontento che i provvedimenti governativi destarono. Nè la parte conservatrice seppe con accortezza illuminata sostenere il Governo, anzi, tutto aspettò da questo, e quindi, al momento della rivolta, una piccola minoranza organizzata e ardita potrà fondare istituzioni poco adatte ai bisogni del paese e capaci di abbattere, molto ma di ricostruire quasi nulla. Nei dominii sabaudi giungevano, destando nei più grande avversione, le notizie di Francia, e il Governo minacciato dalla vicinanza del fuoco rivoluzionario e il Re offeso anche nei sentimenti domestici colla caduta e collo strazio della famiglia reale francese ad esso legata da parentela, erano nel fondo avversi alle novità non meno del Re di Napoli anch'esso imparentato colla stessa dinastia. Ma fino dal 1792 la Savoia accoglieva, in genere senza resistenza, ed in qualche luogo con gioia, i Francesi, e vedeva partire, forse con un poco di soddisfazione, le guarnigioni piemontesi considerate da molti quasi come straniere. Allora una gran parte del popolo, esclusa per ragioni speciali la nobiltà, aveva vincoli naturali colla Francia fondati su forti interessi economici ed etnici, e considerava la sua unione politica col Piemonte come un impedimento allo svolgersi di quelle energie locali che si dirigevano spontaneamente verso la Francia. E contro queste in tempi ordinarii poteva con fortuna lottare il Governo sorretto dalla aristocrazia, potente nell'esercito e in tutti i più alti uffici dello Stato, ma ben poco avrebbe potuto fare in tempi eccezionali quando la Francia apriva le braccia ai Savoiardi e puntava i cannoni contro gli eserciti del Re di Sardegna. A Nizza, in minor proporzione ed assai contrastati anche in mezzo alle dassi medie e popolari, serpeggiavano gli stessi sentimenti, e Nizza seguiva presto la sorte della Savoia. In altre parti dello Stato poi lo spirito riformatore, di cui già riconoscemmo la forza, cresceva ogni giorno e inclinava a diventare rivoluzionario, tanto che non ci sorprende affatto il sentire come alla ripresa della guerra tra il Re di Sardegna e la Repubblica francese un pericoloso fermento si destasse in parecchie parti del Piemonte, e desse vita, sia pure effimera e contrastata, a repubbliche foggiate sul tipo francese (1796-97). Così disordini gravi si ebbero ad Alba, ad Asti, a Moncalieri, in parecchie terre del Novarese, ecc, disordini repressi dalle truppe regie sorrette dall'appoggio di cittadini fedeli alla vecchia monarchia, i quali raccoltisi in forti bande dettero una vera caccia ai novatori. I tribunali speciali fecero il resto, e circa un centinaio di ribelli subirono la pena di morte. Gli Arò, i Tennivelli, i Testa ed altri loro compagni dì fede si sforzarono di mostrare affetto verso l'antica dinastia e spiegarono la rivolta colla necessità di abbattere i privilegii di classe, che nel Governo trovavano un valido sostegno. Parvero dei riformisti, che fossero divenuti per l'occasione dei rivoluzionarii trascinati dalle circostanze al di là del segno, a cui avrebbero desiderato arrivare. E noi crediamo che i moti piemontesi non sieno a rigore antidinastici, ma crediamo pure che nella coscienza dei ribelli vi fosse un forte contrasto fra la tradizionale riverenza verso la Casa regnante e la opposizione contro sistemi politici ed amministrativi, che parevano strettamente alla dinastia congiunti, contrasto assai pericoloso allora, contrasto anche più pericoloso per le conseguenze che avrebbe prodotte. A Roma la rivoluzione era considerata con terrore: le lagnanze del Papa fattesi alte e frequenti anche prima dell'abolizione del cattolicesimo, nel deplorare i nuovi rapporti creati fra la Chiesa e lo Stato e la perdita di Avignone, tenevano desto il risentimento della grande maggioranza dei Romani fedeli alla S. Sede ed ostili ai nemici di questa. La propaganda rivoluzionaria francese non risparmiava Roma, sebbene il Governo pontificio si opponesse, e quantunque molti cittadini mostrassero la loro opposizione. Né bastò a farla cessare l'uccisione di Ugo Basville, considerato dal popolo romano come rappresentante della politica francese ostile alla S. Sede, uccisione, che, al pari di altri reati politici, parve la condanna di un sistema politico ed il trionfo di un altro. Le provincie sembravano in genere d'accordo con Roma: peraltro il Pontefice non poteva sopra di esse ciecamente contare, considerando i rapporti che, specialmente le Marche e le Legazioni, avevano con provincie dove erano accolte con piacere le notizie di Francia. E le provincie dove queste notizie avevano lieta accoglienza da una minoranza notevole, eran parecchie, non solo nello Stato pontificio, ma in tutta l'Italia. Cosi per esempio avveniva a Modena, così a Parma, così nella Lombardia e nel Veneto, così pure nella Toscana, ove cittadini, certo poco numerosi, ma arditi, speravano di poter abbattere coll'appoggio francese gli antichi Governi. Qui pure lo spirito riformatore anteriore alla rivoluzione francese e che nel fondo teoricamente e praticamente mirava a profonde mutazioni politiche e sociali, lasciava il posto allo spirito rivoluzionario, che un fine identico sembrava voler raggiungere ed in parte sorpassare coll'uso immediato di mezzi violenti. |
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