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3. INTRODUZIONE

volume I |

La libertà interna - Carattere nazionale dei principi direttivi

Mentre i due sentimenti di unità e di indipendenza si andavano lentamente sviluppando, l'Italia risentiva di un movimento verso la libertà individuale, che assai attivo manifestavasi in molti stati d'Europa, e che in Italia forza cospicua aveva più volte avuto in passato, cosicché pareva che mai fosse morto e che ora soltanto prendesse novello vigore.
Parecchi principi secondarono il movimento e tentarono volgerlo a favore della loro autorità, trasformando aristocratichele monarchie nella fiducia di renderle più forti,
o per lo meno di evitare che cadessero insieme con organismi a cui si erano associate, e che ora sembravano crollare. Questi organismi, generalmente parlando, avevano quasi tutta la forza economica del paese; alcuni possedevano il capitale, sia per le vaste organizzazioni aristocratiche ed ecclesiastiche, sia per i monopolii commerciali, altri disponevano della mano d'opera mercé le corporazioni operane tutt'ora potenti in gran parte dell'Italia. In passato questi vigorosi organismi avevano avuto pure l'appoggio della coltura, e quindi si erano virilmente sostenuti, anche sorretti dalla scienza, che aveva dimostrato come la loro vita fosse socialmente utile. Lo stato era in sostanza una loro emanazione, e quindi lo proteggevano e lo dominavano, occupando i pubblici uffici, inspirando, e magari facendo le leggi, e considerando generalmente il principe come uno dei loro vincolato con freni legali ed illegali, unito ad essi da un cumulo di interessi veri e supposti. E le riforme generalmente mirano a scotere o a distruggere questi sodalizi e queste classi, sciogliendole, o almeno privandole, di quei diritti che costituivano la loro forza. I principi concepivano la loro autorità come suprema ed incontrollabile, e come avevano già smessa o trascurata la convocazione di quelle assemblee destinate a frenare il loro potere, ora reclamavano il diritto di legiferare liberamente e di scegliere senza alcun vincolo ministri, cortigiani, funzionarii, anche fuori di quelle classi che credevano di avere il monopolio di tali uffici. I principi aspiravano a governare un popolo di cittadini, non già un complesso di classi, volevano che la legge da essi emanata si applicasse indistintamente a tutti ponendo gl'individui a base dello stato, e riconoscendo a ciascuno proprii diritti, limitando il diritto dell'uno col diritto dell'altro e non più con vincoli speciali. L'applicazione di simili riforme presuppone un grande rivolgimento economico che teoricamente dovrebbe distruggere l'assetto della proprietà e della ricchezza in genere, garantire al lavoro individuale illimitata libertà, sottraendolo ai vincoli di classe ed alle pressioni del capitale, dovrebbe, sempre teoricamente, toglier valore alla proprietà degli enti d'ogni genere, attribuendo la ricchezza alla società umana tutta, e per essa a ciascun individua che nel libero uso della intelligenza e del lavoro materiale avrebbe acquistata un'equa parte del comune patrimonio, creato col suo contributo. Sopra questa società di liberi individui, liberi di agire e quindi anche di pensare e di parlare, avrebbe dovuto prevalere il principe in nome di tutti, quale depositario del potere spettantegli per tradizione e obbligato ad esercitarlo per il pubblico bene.
Ma in pratica i principi rimasero ben lungi da questa meta e dovettero contentarsi di assai meno, e bene spesso frenarono l'ardore di riforma dinanzi al pericolo di vedere scosso il loro potere tradizionale in nome delle libertà individuali. Queste infatti, mentre distruggevano classi e privilegi, non si comprende come dovessero arrestarsi proprio al soglio del trono ed accettare un diritto monarchico tradizionale, anziché un governo creato dai cittadini stessi, o meglio ancora, dai cittadini rotto con quella saviezza e con quella competenza che adoperano negli affari della loro vita privata dipendenti ormai solo da loro, dopo lo scioglimento delle classi e l'abolizione dei privilegi. Comunque era da parte dei principi opportuno ridurre almeno i privilegi e i monopolii, deprimere le classi per alzare gli individui, prima che questi, fatti più forti, si ribellassero e nella vittoria travolgessero classi privilegiate e principi. E il pericolo in molti luoghi non
era lontano. Nella Lombardia negli ultimi tempi del Governo spagnolo la popolazione cresciuta, specialmente nelle città, aveva fatto sentire il bisogno di aumentare la produzione coltivando meglio le campagne e di impedire l'aumento eccessivo dei prezzi frenando i monopolii e aprendo la via alla libera concorrenza. Di qui una salutazione maggiore dell'ingegno e dell'opera degli individui che studiando e lavorando minavano i vecchi sistemi e ne preparavano dei nuovi. Il Governo austriaco non frenò, ma favorì questo movimento, che ebbe in pochi anni uno sviluppo assai notevole e contribuì naturalmente allo incremento di quella borghesia che amò gli studi come preparazione al lavoro, ed attese zelantemente al lavoro come fonte di benessere e di ricchezza. I nobili venivano colpiti nelle loro forti posizioni economiche ed erano costretti a seguire la borghesia, talvolta a precederla, i sodalizii religiosi eran pur costretti a trasformarsi od a sparire, i sodalizii di arti e mestieri perdevano gli operai più intelligenti propensi ormai al libero lavoro, e diventavano un molesto impaccio, ch'era necessario togliere al più presto.
In Toscana, specialmente Leopoldo I, poteva accrescere, almeno per il momento, l'autorità propria trovando una nobiltà poco protetta dalla legge e relativamente poco ricca. I patti colonici limitavano molto le rendite del padrone, e il contadino viveva con una certa larghezza, aveva piena coscienza del proprio valore e considerava il proprietario più quale socio che quale signore. E di qui un altro motivo della scarsa potenza di questa antica aristocrazia, potenza che il principe poteva ridurre ancora scegliendo i suoi ministri ed i funzionarii dello stato soprattutto nelle famiglie di agiati mercanti che crescevano di numero e di ricchezza nelle parti dello stato che avevano facili comunicazioni verso il mare, sul quale ogni giorno più cresceva d'importanza la moderna Livorno, favorita grandemente dai Medici e popolata anche da numerosi stranieri persuasi di poter acquistare larghe ricchezze col libero lavoro. L'aristocrazia poteva chiamarsi borghesia, il clero aveva scarsi privilegii e quindi pochi mezzi di resistenza, gli operai generalmente collo scadere delle grandi industrie, che avevano in altri tempi creata la ricchezza delle antiche città toscane , non potevano più giustificare, né credere utili i loro sodalizii monopolizzatori, cosicché assai facile riusciva il distruggerli. E Leopoldo li distrasse, credendo di offrire nuovi mezzi alla attività, come distrasse i monopolii commerciali sperando di sviluppare il corso libero degli affari, come tolse il divieto della esportazione facendo sperare agli agricoltori un prezzo più remunerativo dei loro prodotti e assicurando nel tempo stesso i consumatori colla fiducia che, crescendo i prezzi, dal di fuori sarebbero venuti sui mercati i generi in concorrenza colla produzione interna.
Una visione più larga di concordia sociale dovette risplendere agli occhi del principe: eliminate le classi colle loro lotte inevitabili, contro le quali ben poco avrebbe potuto lo Stato, data la debolezza propria e la forza dei contendenti, ristretta sarebbe la lotta fra gl'individui, su cui più facilmente avrebbe potuto in casi estremi erigersi giudice il Governo rinvigorito coll'applicazione delle proprie leggi e colla forza dei suoi rappresentanti. Ciò, congiunto alla naturale mitezza del popolo, doveva rendere il principe favorevole a idee men severe di diritto penale e indurlo alla promulgazione di quel codice, che, abolendo la pena di morte e riducendo notevolmente le pene per tutti i delitti, sembrava volesse togliere alla giustizia la spada della vendetta per sostituirla colla ferula dell'educatore, educatore un po' burbero, se vogliamo, ma pur sempre educatore, desideroso di non sopprimere, né di condurre alla disperazione i rei, ma di sollevarli col miraggio della riabilitazione. Riguardo al clero non trattavasi tanto di togliere privilegi inesistenti quanto piuttosto di vincolarlo allo Stato, allontanandolo da Roma e accrescendo l'autorità dei vescovi che alla lor volta facilmente avrebbero obbedito al principe. Nel che Leopoldo seguiva, sia pure percorrendo in apparenza vie nuove, l'antica politica di altri Governi che nei tempi andati ed anche allora avevano desiderato staccare il clero dal Pontefice per sottoporlo allo Stato. Prima negavasi la libertà, ora questa si afferma: peraltro la politica rimane sostanzialmente la stessa.
Non tutti i provvedimenti di Leopoldo riuscirono: quelli ecclesiastici poi ebbero speciale sfortuna, forse anche per l'eccessivo zelo di Mons. Ricci vescovo di Pistoia, che, mescolando ai disegni leopoldini, riforme di culto esterno, eccitò le proteste dei credenti, i quali diventarono alleati preziosi del romano Pontefice. Ma la parte dei provvedimenti, specialmente economici, riuscita bene, dette vigor nuovo al popolo toscano e lo abituò a considerare necessarie tutte le libertà individuali, che potevano riguardarsi come felice svolgimento di libertà analoghe godute in misura più ristretta nei tempi anteriori al principato.
A Napoli la società costituita ancora su classi ben distinte e potenti, divisa da differenze assai notevoli, di ricchezza, di costumi, di leggi, non poteva essere mutata con tanta facilità e prontezza. Tuttavia tentativi si ebbero sotto Carlo VI di Absburgo, sotto Carlo III di Borbone e durante i primi anni del Regno di Ferdinando. Si tentò l'abolizione di molti tribunali speciali che rendevano complicata l'applicazione della giustizia, si tentò l'abolizione dei feudi ancora numerosi e cospicui, si tentò lo scioglimento dei monopolii, si cercò di togliere privilegi a corporazioni, di vincolare maggiormente il clero allo Stato sottraendolo alla dipendenza verso Roma, e si giunse a proclamare l'onnipotenza del principe dinanzi ai suoi sudditi, e la piena indipendenza dello Stato verso chicchessia, rompendo così i vincoli feudali che univano il Regno alla S. Sede. Poche di queste aspirazioni furono compiute, ma quelle condotte a buon punto, o finite, aiutarono lo sviluppo della borghesia nelle città principali, borghesia che diverrà un elemento importante della vita anche nel Mezzogiorno, e che troverà un prezioso aiuto al suo sviluppo economico in un forte Banco, il quale, ideato sotto il governo di Carlo VI, si svilupperà in seguito con grande vantaggio di quelle provincia.
Nel Regno di Sicilia meno potranno i riformatori del secolo XVIII; forse troppo favorite dalle leggi erano le popolazioni più ricche ed operose delle grandi città per desiderare mutamenti, troppo poveri e troppo legati ai proprietarii erano gli abitanti dei centri minori, per poter indurre i loro padroni a mutare. Ma pure in Sicilia vi sono sintomi di rinnovamento. A Palermo nella seconda metà del secolo l'Accademia Siciliana studiava questioni giuridiche e sociali per mezzo di Francesco Paolo Di Blasi, Giulio Tenaglia, Benedetto La Villa, Bernardo Palumbo, ed altri uomini insigni, che nei liberi studii trovarono forse l'incentivo a desiderare novità politiche, a causa delle quali alcuni di essi subirono processi e condanne. La Sicilia si moveva, ringagliardiva lo studio della sua storia e dei suoi antichi ordinamenti costituzionali e preparava le armi colle quali nel secolo XIX combatterà forti battaglie.
Nello Stato pontificio mutare è più difficile ancora per il carattere precipuo del Governo teocratico, e per la potenza che la nobiltà terriera di provincia esercita su i contadini e sulle amministrazioni locali. La Curia romana affida al clero le più alte cariche politiche, ma lascia il resto alla nobiltà provinciale, in genere non diversa dalla borghesia di altri paesi. Quindi la classe che altrove desidera l'abolizione dei privilegii ed aspira al governo, qui sostanzialmente esercita del governo importanti funzioni ed ha il modo di proteggere i propri interessi. In queste provincie un'alta nobiltà dominatrice non esiste, un'alta nobiltà che si prenda le più elevate cariche dello Stato, giacche queste sono riserbate in genere ai chierici, i quali per nascita possono appartenere a qualsiasi famiglia anche popolana, anche straniera. Invece pure negli Stati pontifici si acuirà il desiderio di riforme economiche: nelle provincie delle Legazioni e delle Marche la popolazione cresciuta troverà a stento il suo pane ingrossando le schiere del clero secolare e regolare, ma porterà a queste poco prestigio morale e molta antipatia, contribuendo a far vedere nel sacerdozio più la ricchezza che la virtù ed acuendo verso la prima i desiderii degli esclusi. Fenomeno questo che si ripeteva anche altrove e che suggerì spesso, come in Lombardia e nella piccola Repubblica di Lucca, l'abolizione o la trasformazione di conventi colla destinazione della rendita a scopi benefìci e di cultura e col passaggio delle proprietà in mano di nuovi padroni, che accresceranno le falangi borghesi.
E quando questo fenomeno avrà compiuto il suo corso una scossa assai grave subirà il governo temporale dei Papi.
Nella vicina Venezia sembra che la nobiltà non si muova e certo non può pretendersi che essa compia quelle riforme che altrove erano destinate a fiaccare la potenza della aristocrazia. Questa tenta salvarsi con provvedimenti economici che avrebbero dovuto ricondurre il commercio nelle lagune e col commercio il benessere a vantaggio della pubblica quiete. Il miglioramento del porto di Venezia colla costruzione dei murazzi rendeva più sicuri gli approdi, e il codice di marina era fatto per favorire 1'affluenza di navi straniere, mentre le navi nazionali avevano tanto perduto. Ma il traffico di altri tempi non rifiorì a Venezia, ora che nuove strade richiamavano il lavoro ed i capitali del mondo; quindi l'aristocrazia viveva ormai quasi esclusivamente sul passato, e mano mano perdeva il suo prestigio avvicinandosi a perdere il potere. Tentativi di riforme politiche se ne fecero, ma senza fortuna, cosa che non sorprende davvero considerando che di regola le classi decadenti non rifioriscono, se una forza esterna non viene ad esse in aiuto. I tentativi del Pisani da pochi secondati spaventarono la vecchia aristocrazia conservatrice, che rispose con severe condanne e quindi si chiuse in se stessa, lasciando che nelle lagune e più ancora in terra ferma si organizzassero forze ad essa estranee, capaci di trasformare anche da sole gli ordinamenti interni di Venezia, se tanto presto straniere energie non li avessero violentemente distrutti.
Negli Stati Sabaudi al di qua e al di là delle Alpi il Governo non fa mutamenti, e nelle provincie che da lungo tempo appartengono a Savoia i privilegii sembran saldissimi. Peraltro la nobiltà è poco forte nei paesi di recente acquisto, mentre la borghesia sempre più si accresce e dovunque sparge l'avversione contro i privilegii di classe, contro le differenze amministrative, ed invoca quella eguaglianza che sul declinare del secolo al principio dell'intervento francese produrrà rivolte sanguinose e repressioni violente, segno della resistenza che opponevano le classi con-
servatrici e della forza e tenacità dei novatori. Questi mostrarono in tal modo di avere piena coscienza dei loro diritti, coscienza che non si improvvisa, ma che è l'effetto di una lunga educazione, la quale si era lentamente formata nei paesi subalpini senza il diretto aiuto del Governo, per non dire, contro la esplicita volontà di questo, assai direttamente legato a tradizionali privilegii.
Un movimento analogo, in genere più di privati che di Governi, si nota negli stati minori. Anzi in uno di questi, a Parma, si fa anche di più. Qui Filippo di Borbone sembra voler emulare i reali parenti di Napoli promovendo l'abbassamento delle classi privilegiate ed il trionfo delle libertà individuali.
E dove, come negli stati di Modena, di Massa e di Lucca, la piccolezza del territorio rendeva in sostanza quasi patriarcale il Governo, del principe nei due primi, della scarsa aristocrazia nel terzo, non si invocavano generalmente riforme. V'erano peraltro persone, che, specialmente a Lucca, conoscevano le novità preparate o compiute nei vicini stati e studiavano il modo di profittarne anche pei loro paesi, cosicché neppure in questi staterelli potevasi dire che tutto fosse quieto e sicuro, come per il passato e che nulla si dovesse innovare. Anzi non dimentichiamo che l'aristocrazia lucchese rappresentala in sostanza il primato degli antichi abitanti della città sopra i borghigiani e i contadini e che si avvicinava alla rovina, dacché i contadini, datisi ad accorta emigrazione, come di già avevano fatto i cittadini, tornavano in patria con ricchezze e con cognizioni acquistate all'estero e preparavano la riscossa della popolazione rurale o andavano a infiltrarsi tra la popolazione urbana mutandone assai presto il carattere. E di qui l'avviarsi a profonde trasformazioni, che sotto la pressione dei vicini Stati e di forze straniere si accresceranno in tempi non lontani.

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