. .

3. INTRODUZIONE

volume I |

La questione romana - Conclusione

Il 10 aprile il Rattazzi formava il nuovo Ministero, che praticamente seguirà un indirizzo opposto nei rapporti colla Chiesa, e quindi: applicazione severa delle leggi esistenti, nessun accordo colla S. Sede, liquidazione dell'asse ecclesiastico in modo da assicurare il necessario agli Enti conservati, ed una piccola pensione ai membri delle corporazioni soppresse, destinando il resto al bilancio dello Stato. In tal modo escludevasi pure qualsiasi possibilità di risolvere amichevolmente la questione territoriale romana, per cui rimaneva libero il campo alla forza.
In queste condizioni i garibaldini concepirono rosee speranze e prepararono una insurrezione a Roma ed una spedizione da parte del territorio del Regno contando sulla benevolenza, o per meglio dire, sull'aiuto del Governo.
In sostanza volevano ripetere la spedizione dei Mille; non pensavano alle difficoltà di far insorgere Roma, anche se i liberali di questa città, rivoluzionari mazziniani, e moderati ossequenti al Governo Italiano, si fossero uniti, come s'unirono di fatto, costituendo la Giunta insurrezionale; non valutavano i gravi motivi che obbligavano Napoleone III a sostenere il Pontefice, cui credevano di potersi imporre creando il fatto compiuto.
A Firenze il Centro di Emigrazione diventa Centro di Insurrezione. Garibaldi parla apertamente di spedizione a Roma, alcuni giovani impazienti nel giugno formano una banda a Terni che in realtà nulla concluse, ma che solo per il fatto della sua esistenza costituiva un sintomo inquietante, mentre si facevano arrolamenti che il Rattazzi, diceva al Ministro plenipotenziario francese in Firenze De Malaret di non consentire, ma che in ogni modo eran destinati all'America Meridionale, mentre il De Sartiges rappresentante francese a Roma sino dal 12 luglio riferiva a De Moustier, Ministro degli Esteri, esser convinti in Vaticano che il Rattazzi avrebbe lasciate giunger le cose al punto da costringere il Papa a chiedere l'aiuto del governo italiano. E che lasciando le mani libere a Garibaldi, di aiuto vi fosse bisogno ne conveniva anch'esso, ma prevedeva che il Pontefice si sarebbe rivolto a Napoleone III e non a Vittorio Emanuele.
E così avvenne. Lo scambio di note e di telegrammi tra Firenze, Parigi e Roma, da cinque anni pubblicati, fu intenso, e si ebbe l'impressione che Francia e Italia, fossero disposte ad agire colle armi, qualora avvenissero fatti che mutassero le condizioni stabilite dalla Convenzione di settembre. E a Parigi presto affermarono che i mutamenti si preparavano proprio perché questa veniva offesa, non volendo o non potendo il Governo Italiano rispettarla coll'impedire attacchi al territorio pontificio.
Garibaldi, che da qualche tempo si trovava in Toscana, in agosto si spinse fino a Orvieto sul confine romano; pochi giorni dopo la rivista degli Antiboini passata in Roma dal generale francese Dumont (di qui un incidente presto appianato tra i Governi di Francia e d'Italia) parlò addirittura dell'unione di volontari e di truppe regolari per resistere alle minaccie napoleoniche e per compiere la impresa nazionale.
Crebbero pertanto le preoccupazioni a Roma e a Parigi, e divennero gravissime nel settembre allorché Garibaldi, reduce da Ginevra, dove nel congresso per la pace aveva parlato di guerra al Papato, si preparava a passare il confine. Il Rattazzi arrestò Garibaldi a Sinalunga il 24 settembre, e lo mandò a Caprera, ma nulla di efficace fece per tenere a freno i suoi amici, i quali, come scriveva Crispi a Garibaldi, eran contenti che questi fosse lontano per dimostrare che l'agitazione era popolare e fortissima. E fu questa la tesi del Ministero che il 14 ottobre dette gli ordini opportuni, perché le truppe regolari potessero invadere il territorio pontificio per impedire le violenze dei volontari, tanto più pericolose, in quanto mancava il condottiero che sapeva frenarli. Nel tempo stesso incoraggiava arrolamenti e trasporti di volontari, dava persino armi e munizioni (notevole la consegna di cappellozzi di rame e di cartuccie fatta alla Spezia, a Cadolini il 17 ottobre), e lasciava che le schiere garibaldine si ingrossassero oltre confine.
Napoleone, personalmente, a Vittorio Eraanuele, e mediante i Ministri, a Nigra ed a Rattazzi, aveva già dichiarato che, ove il governo Italiano non avesse impedita l'invasione del territorio pontificio, egli avrebbe considerata lesa la Convenzione di settembre e rimandate le truppe a Roma. Il Nigra, rappresentante italiano a Parigi e gradito alla Corte Imperiale, si recò persino a Biarritz a conferire con Napoleone per evitare la spedizione; ma nulla ottenne, e il 18 ottobre dovette telegrafare a Rattazzi che questa era già pronta a Tolone e che sarebbe partita se non fosse avvenuto qualche atto energico che escludesse ogni dubbio circa la ferma intenzione del Governo del Re di reprimere il movimento. Il Nigra credeva questo atto necessario, ma il Rattazzi né seppe compierlo, nè invase il territorio pontificio, come aveva più volte dichiarato, e il 19 ottobre dette le dimissioni provocando una crisi assai penosa. Durante questa Garibaldi tornò sul continente; il 21 giungeva a Firenze, il 22 con treno speciale andava a Terni per mettersi a capo dei volontari. mentre proprio in quel giorno si aspettava l'insurrezione di Roma, dove invece avvennero tentativi inefficaci, come lo scoppio della mina alla caserma Serristori, e dove non poteron giungere i primi soccorsi garibaldini portati dai fratelli Cairoli che arrivarono soltanto a Villa Glori.
Durante la crisi, la spedizione francese venne sospesa, e senz'altro mandata quando il Cialdini non essendo riuscito a calmare Garibaldi, abbandonò l'incarico di formare il Ministero che il 27 ottobre fu invece costituito dal Menabrea. Questi il giorno stesso assumeva la responsabilità d'un proclama agli Italiani col quale il Re si dichiarava fedele ai propri impegni, deciso ad evitare un conflitto contro la Francia e a risolvere d'accordo con questa la questione romana. Contemporaneamente annunziava con circolare ai propri rappresentanti all'estero che, qualora la spedizione francese fosse giunta a Civitavecchia, le truppe italiane sarebbero entrate nel territorio pontifìcio, per mantenervi la quiete e con ordine di evitare ogni collisione colle truppe francesi e pontifìcie.
Come provvedere, mentre Garibaldi operava? Un intervento concordato franco-italiano, dati i precedenti, non era possibile; quindi separatamente intervennero Francesi e Italiani. I primi sbarcarono a Civitavecchia il 29 ottobre, i secondi occuparono poco dopo alcune terre di confine come Passo Correse, Acquapendente, e Orte.
Garibaldi, non appoggiato dalle truppe e minacciato dai Francesi decise di ritirarsi verso Tivoli per entrare poi nell'Abruzzo, ma sorpreso a Mentana dai pontifici e dai francesi comandati dai generali Kanzler e Pulhes resistette quattro ore con parte dei suoi e quindi per Passo Correse rientrò nel Regno. A Figline, mentre in ferrovia si recava a Firenze, venne arrestato, e condotto al Varignano, minacciato di un processo che sfumò, e quindi lasciato tornare a Caprera.
Vinti i garibaldini, il Ministero Italiano annunzio al Governo francese il ritiro delle proprie truppe essendo stato ristabilito l'ordine e chiese la mediazione francese per evitare rappresaglie contro i sudditi pontifici che avevano favorita la unione al Regno d'Italia, e le rappresaglie furono evitate. Chiese pure la soluzione della questione romana anche per mezzo d'un congresso internazionale e domandò il ritiro delle truppe francesi. Il congresso andò a monte soprattutto per opera dello stesso Governo italiano, il quale, prevedendone i pericoli, voleva che in precedenza si fissassero i limiti dell'opera di esso, e non nascondeva la preferenza per accordi diretti colla Francia. Una visita del La Marmora a Napoleone, le premure del Nigra non migliorarono i rapporti fra le due Potenze, la Francia si dolse delle condizioni poste dall'Italia alla riunione del Congresso, insistette nell'accusa che questa avesse lesa la Convenzione di settembre e sostenne la necessità di conservare le proprie truppe a Roma. Invano intervenne lo stesso re Vittorio Emanuele: egli in un lungo colloquio avuto il 28 novembre col Ministro plenipotenziario francese De Malaret si dolse della diffidenza di Napoleone e ricordò con amarezza gli ostacoli che questi aveva posti all'azione di Garibaldi. Se i francesi fossero rimasti in Francia e i garibaldini entrati a Roma, il Re avrebbe dispersi questi ultimi e si sarebbe messo d'accordo con Pio IX. E per dimostrare come questo non fosse poi tanto contrario, ricordava le buone disposizioni da esso dimostrate sotto il Ministero Ricasoli, e ne esagerava l'importanza, probabilmente sperando di indurre l'Imperatore ad aprire trattative per risolvere la questione romana. Questa mira mi sembra confermata da altre dichiarazioni del Re riguardo all'aumento delle forze militari in Italia che renderanno veramente utile l'alleanza di questa all'Imperatore quando scoppierà la guerra, ormai dal Re creduta inevitabile, fra questa e la Prussia.
Le truppe francesi rimasero a Roma e i rapporti effettivi fra Parigi e Firenze ne soffersero, quantunque ufficialmente restassero buoni.
La politica del Menabrea fu criticata nel Paese ed alla Camera, sebbene sul serio nessuno sapesse quale contegno si sarebbe potuto seguire per salvare nell'ottobre del 1867 una situazione irreparabilmente compromessa, e che non migliorò davvero coll'entrata di truppe italiane nel territorio pontificio. Certo il Menabrea mostrò di avere insufficientemente valutati i precedenti contando di poter indurre Napoleone a trattative e non previde che codesta specie di pressione avrebbe probabilmente servito ad inasprire l'Imperatore e ad irritare l'opinione pubblica francese. E questi resultati contribuirono alle deliberazioni della Camera che il 22 dicembre dette 199 voti contrari all'ordine del giorno di fiducia che fu approvato con soli voti 201, cioè con una maggioranza così esigua che il Menabrea si dimise.
Incaricato di costituire un nuovo Gabinetto, lo presenta al Parlamento il 5 gennaio 1869 con un programma di restaurazione finanziaria che in parte riuscì specialmente colla introduzione di nuove tasse, comprese quelle del macinato e sulle bevande alcooliche approvate coll'appoggio della Permanente piemontese diretta da Luigi Ferrarla e di un gruppo della Sinistra cui appartenevano Bargoni e Mordini, tre parlamentari, che il 13 maggio 1869 entrarono nel Ministero assumendosi così la diretta responsabilità nell'applicazione dei provvedimenti finanziari votati.
Il terzo Ministero Menabrea ebbe vita breve e tormentata: la tassa del macinato sollevò critiche e resistenze specialmente fra le popolazioni rurali, le economie che si fecero o meglio si volevan fare nell'esercito suscitavano malumori, cui partecipavano alcuni generali e parecchi patriotti dei partiti estremi, preoccupati i primi dalle condizioni generali d'Europa, decisi i secondi a non consentire diminuzioni di spese militari, finché non fosse presa Roma. Il Ministero non applicò in realtà l'economie militari, forse anche perché prevedeva un conflitto europeo probabilmente provocato dai cattivi rapporti che passavano fra Berlino e Parigi.
E di ciò ebbe conferma nel luglio del 1869 allorché la Francia propose un'alleanza coll'Austria e coll'Italia e non le rispose in modo adeguato alla condizione che questa poneva di non doversi trovare in contrasto colla Prussia, cosicché le trattative caddero.
Il Menabrea pertanto non toccò le spese militari, e insistette sulle altre parti del programma finanziario, contrastato nel Paese, afflitto da grave crisi economica e criticato in Parlamento con pericolo tanto più grave per il Menabrea in quanto questo, pur dicendo di appartenere alla Destra, aveva costituito un gabinetto poco omogeneo, contro il desiderio di numerosi deputati del suo partito che presto si strinsero intorno a Giovanni Lanza. Questi eletto il 18 novembre 1869, presidente della Camera come candidato di opposizione parve designato a presiedere un nuovo Ministero che formò infatti il 15 dicembre dopo il ritiro del Menabrea.
Il nuovo Gabinetto continuò in sostanza la politica del Ministero caduto applicandola per altro con una più vigorosa energia quale era consentita dalla omogeneità del Ministero stesso e della sua maggioranza.
Il malessere del Paese restò e forse crebbe per la recisa applicazione delle tasse e delle economie che il nuovo ministro delle Finanze, Sella, volle estendere anche all'esercito, nonostante il parere contrario del Re e del general Cialdini che lasciò il comando del 1.° corpo d'armata di cui prese l'interim il Cadorna.
E del malessere seguitarono a profittare i neri e i rossi, questi ultimi diretti, con rinnovata energia dal Mazzini il quale faceva propaganda fra i giovani dovunque, non escluse le caserme, sostenendo che la Monarchia non garantiva la pienezza della libertà, e soprattutto era incapace di prendere Roma. A suo credere, ciò era confermato dagli avvenimenti del 1867, di cui naturalmente non conosceva retroscena diplomatici. La propaganda mazziniana ravvivata dall'Alleanza Repubblicana Universale, sorta dopo le delusioni del 1866, fece proseliti che dal marzo all'agosto del 1870 provocarono, fra altro, disordini pure in alcune caserme, come a Piacenza e a Pavia e la proclamazione d'un'effimera repubblica in Calabria, a Madia, per opera di Ricciotti Garibaldi. Furono agitazioni in verità poco profonde e poco estese, ma che il Mazzini credeva feconde tanto che nell'agosto tentò di sbarcare in Sicilia per dirigere personalmente la sollevazione dell'Isola. Il Ministero credette di mostrare ferma energia chiudendo nella fortezza di Gaeta il grande agitatore arrestato nelle acque di Palermo e impedendo la grazia del caporal Barsanti condannato a morte per l'episodio della caserma di Pavia.
Il momento era davvero delicato e le responsabilità del Governo gravissime. Nel luglio era scoppiata la guerra franco-prussiana, in apparenza pel dissenso sorto tra Parigi e Berlino a causa della nomina a re di Spagna di Leopoldo di Hohenzollern, in realtà come attesa conseguenza di un antagonismo ormai antico e rapidamente cresciuto negli ultimi quattro anni.
Poco dopo la dichiarazione di guerra fatta dalla Francia, questa il 27 luglio annunziava alla S. Sede il richiamo del presidio da Roma, non perché questo potesse opporre al nemico non ancora vincitore un notevole contingente d'uomini e di armi, ma perché male avrebbero giudicato i cittadini il loro Imperatore se avesse lasciato forze sia pure modeste, a tutela di territori altrui, mentre la Patria era impegnata, in una lotta tremenda. Era un provvedimento logico, certo non previsto da chi immaginava che la triplice alleanza franco-italo-austriaca proposta da Napoleone l'anno innanzi fosse mancata a causa del presidio francese di Roma. La ragione vera della mancata alleanza fu confermata nell'agosto del 1870, allorché il principe Girolamo Napoleone cercò invano di persuadere il Lanza e il Visconti-Venosta ad unirsi colla Francia assicurando che l'Imperatore si disinteressava di Roma. Il Ministero Lanza mantenne la linea del Ministero Menabrea e inoltre profittando delle nuove circostanze decideva d'occupare Roma.
Già il 31 luglio Visconti-Venosta aveva annunziata alla Camera la prossima partenza dei Francesi e il ritorno in vigore della Convenzione del settembre che del resto non era stata mai denunziata. Subito le agitazioni per Roma crebbero, accentuate da deputati della Sinistra, e gradite al Ministero, che se ne valse per dimostrare la necessità di prendere Roma e di risparmiare a questa ed all'Italia gravi iatture prevenendo l'azione di elementi rivoluzionari spinti. In altri termini, venuta meno la tutela effettiva francese, il Regno d'Italia portava a compimento la politica invano tentata nel 1867. Il Parlamento, riunito dal 16 al 20 agosto, votava 40 milioni per mandare soldati alla frontiera pontifìcia e capiva benissimo il pensiero del Ministero il quale, pur dichiarando di non voler denunziare la Convenzione dì settembre, impegnavasi a « risolvere la questione romana, secondo le aspirazioni nazionali ».
La guerra intanto volgeva a danno della Francia che una quindicina di giorni più tardi, poteva considerarsi vinta, dopo la sconfitta di Sedan e la caduta dell'Impero, sostituito dalla Repubblica (4 settembre), cosicché da parte del nuovo Governo non poteva venire nessuna sorpresa, essendo esso impegnato nella difesa del territorio nazionale invaso.
Già qualche giorno prima, il 29 agosto, in una circolare di rappresentanti italiani all'estero il governo per mezzo di Visconti-Venosta aveva fatta presentire una prossima azione, e il 2 settembre al generai Cadorna, comandante interinale del I Corpo d'armata aveva ordinato di prepararsi ad eseguirla. Il 7 poi il Visconti-Venosta, con altra circolare ai rappresentanti all'estero, completava la circolare precedente e dichiarava che i Romani avrebbero disposto di se stessi, e che il Papa avrebbe avuta piena indipendenza spirituale, cui l'Italia era pronta a provvedere d'accordo colle Potenze.
Il giorno dopo il conte di San Martino partiva per Roma con una lettera autografa scritta da Vittorio Emanuele a Pio IX, cui chiedeva di poter occupare Roma per impedire che questa divenisse il campo di battaglia dei partiti sovversivi, tesi già nota e che il Ponza avrebbe dovuto sviluppare al cardinale Antonelli ed allo stesso Pontefice. La missione, mandata più per il pubblico che per la Curia Romana, non ottenne presso di questa nessun risultato e preluse all'azione militare che, iniziata l'11 settembre col passaggio della frontiera, sviluppata il 16 colla resa di Civitavecchia, fu compiuta il 20 colla resa di Roma pattuita dal Kanzler nella Villa Albani non lungi da Porta Pia, presso la quale i cannoni italiani avevano aperta la breccia.
Le truppe pontificie furono sciolte, rimpatriati i militari stranieri, ammessi i nazionali che lo desiderarono, nelle truppe regie, lasciati gli altri, quando ne avevano diritto, con pensione di riposo.
Il Cadorna, secondo gli ordini ministeriali, non occupò la città leonina, che si pensava di lasciare al Pontefice, e vi entrò soltanto il giorno appresso su richiesta dei generai Kanzler, che, privo di truppe, non era in grado di conservare la quiete fuori del Vaticano, dove rimanevano soltanto i corpi scelti destinati alla custodia dei Sacri palazzi (guardie svizzere, guardie nobili, gendarmi). Il 2 ottobre le popolazioni di Roma e del territorio, mediante il plebiscito, cui partecipò dando 1546 sì la città leonina, con 133.681 voti favorevoli e 1507 contrari chiesero la unione al Regno d'Italia. Con decreto-legge, che accolse il plebiscito, furono riconosciute al Pontefice prerogative sovrane che vennero meglio definite colla legge del 13 maggio 1871 la quale regola inoltre i rapporti fra lo Stato e la Chiesa, e assegna alla S. Sede una cartella del debito pubblico di L. 3.225.000, pari alla somma inscritta nel bilancio dello stato Romano col titolo. « Sacri palazzi apostolici, Sacro collegio, Congregazioni ecclesiastiche, Segretario di Stato e Ordine diplomatico all'estero ». Le immunità del Pontefice sono estese al conclave, ai palazzi Vaticano e Laterano e alla villa di Castel Gandolfo, di cui egli ha il godimento, nonché ai luoghi dove egli abbia residenza temporanea ed a quelli in cui si trovino Congregazioni pontificie che hanno, attribuzioni meramente spirituali. Legazione attiva e passiva, diritto di stabilire in Vaticano uffici postali e telegrafici e di servirsi in franchigia degli uffici italiani per corrispondere anche in pacco chiuso cogli uffici stranieri di cambio devono agevolare le libere comunicazioni del Pontefice con tutto il mondo, quale convengono alla sua azione cattolica. E per l'esercizio di questa può valersi degli Istituti ecclesiastici di Roma e delle sedi suburbicarie completamente escluse da qualsiasi ingerenza.
Riguardo alle relazioni fra la Chiesa e lo Stato questo rinunzia alla Legazione apostolica di Sicilia, alla nomina o proposte per la collazione dei benefizi minori, e al giuramento dei Vescovi. Conservano vigore i diritti statali sui benefici di patronato regio e l'exequatur per la destinazione dei benefici maggiori e minori, e l'obbligo della cittadinanza italiana per gli investiti. Peraltro exequatur e cittadinanza non riguardano i benefici di Roma, né delle Sedi suburbicarie.
Il Governo credeva di aver rassicurato il mondo cattolico per quanto riguarda il libero esercizio della missione spirituale della S. Sede. Molti cattolici protestarono, ma le Potenze continuarono i rapporti diplomatici e col Pontefice e col Re d'Italia, e quando questi il 2 luglio 1871 fece l'ingresso ufficiale in Roma fu ricevuto altresì da tutti i membri del Corpo diplomatico, ad eccezione del rappresentante francese, che rimase ancora per qualche tempo a Firenze.
II Presidente della Repubblica Adolfo Thiers staccandosi dagli altri capi di Stato, non solo contentava i clericali francesi, ma altresì il gruppo repubblicano di opposizione al quale egli pure aveva appartenuto sotto l'Impero e che a Napoleone aveva rimproverata la politica favorevole all'unità italiana.
Non tutti i contemporanei compresero subito l'importanza degli avvenimenti che colla presa di Roma aveva riunite quasi tutte le terre italiane in un solo stato e quindi neanche valutarono equamente la forza di questo, né la posizione che doveva prendere nel mondo.
Le due generazioni che avevano combattuto nell'ultimo cinquantennio per dare all'Italia un nuovo assetto, ignoravano i precedenti, non conoscevano anche fra i nati delle generazioni stesse altro che pochi individui egregi ai quali attribuivano meriti eccezionali, trascurando l'opera silenziosa delle grandi masse popolari che avevano costituito l'immenso vivaio dei tenaci cospiratori, degli abili diplomatici, dei valorosi combattenti. Esse ignorarono in genere le grandi forze economiche e morali interne, non valutarono equamente le favorevoli circostanze internazionali, e parecchi talora temettero che lo Stato italiano non potesse sopravvivere ai fondatori ufficiali di esso.
Oggi è facile riesumare i ricchi tesori del patrimonio nazionale ricercando dovunque i valori anche tenui che lo costituiscono e che sono ormai acquisiti alla storia che non si cancella.
Cosi come in un quadro vedremo tanti modesti cittadini che compresero i tempi nuovi, rievocheremo episodi di grandezza e di debolezza, ricorderemo avversari del Risorgimento e ne apprezzeremo la buona fede da cui spesso erano animati e i meriti che possedevano, compiendo un'opera di giustizia e mettendo in miglior luce il valore dei vincitori che frequentemente lottarono all'interno ed all'estero contro avversari meritevoli di rispetto.
Noi lavoriamo per amore di verità, raccogliamo elementi utili alla scienza, ma nel tempo stesso speriamo che l'opera di tanti studiosi che ci assistono valga a diffondere la conoscenza delle origini e dello svolgimento della epopea nazionale e renda più profonda e più consapevole la fiducia nell'avvenire della Patria.
M. Rosi.

precedente |

. .