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3. INTRODUZIONE

volume I |

La guerra del 1866 - Il Regno d'Italia dalla annessione del Veneto alla presa di Roma

Il La Marmora seguitò ad ascoltare le proposte di novatori ungheresi e polacchi, come le aveva ascoltate Minghetti, seguì con attenzione la propaganda mazziniana e garibaldina, proprio come aveva fatto Minghetti, e nulla da questa parte concluse, come nulla aveva concluso Minghetti.
Fu invece più fortunato nel seguire un'altra traccia della politica italiana già da un pezzo segnata, e che gli permise di giungere alla alleanza italo-prussiana. Austria e Prussia da lungo tempo trattavano per definire le condizioni dei Ducati vincolati alla Danimarca. D'accordo le due grandi Potenze nell'escludere dalla confederazione la Danimarca, vennero ad aspra contesa quando nello stabilire la condizione dei Ducati, si ritenne necessario dare in sostanza un nuovo assetto agli stati germanici confederati. All'avvicinarsi della guerra la Prussia gradì molto l'aiuto dell'Italia, e questa vide nella forza prussiana una garanzia di vittoria, che poteva ricongiungere il Veneto alle altre provincie italiane. E su queste basi fu conclusa l'alleanza di Berlino, che avrebbe avuta piena esecuzione, qualora entro tre mesi fosse cominciata la guerra austro-prussiana (8 aprile 1866).
La Prussia s'impegnava a continuar la guerra, finché l'Italia non avesse avuto il Veneto, e l'Italia a sua volta prometteva di fare altrettanto, finché la Prussia non avesse ottenuto un territorio equivalente in Germania. La guerra fu breve: l'Austria prevalse in Italia, a Custozza ed a Lissa, ma fu vinta in Germania, e dopo la sconfìtta di Sadowa, dovette accettare i preliminari di Nikolsburg e quindi la pace definitiva. Il Veneto era ceduto a Napoleone, e da questo all'Italia, la quale pertanto doveva riconoscere soddisfatte le condizioni del trattato di Berlino rinupiandò alla guerra. Questa del resto più difficile diventava, e per le truppe regolari e per i volontari garibaldini giunti nel Trentino, giacché potevasi facilmente prevedere che, riconciliata colla Prussia, l'Austria avrebbe dirette tutte le sue truppe contro l'Italia. Parve pertanto necessario concludere un armistizio e poco dopo la pace (Vienna, 3 ottobre 1866).
Molti Italiani giudicarono severamente il trattato concluso dopo una campagna tanto infelice, ma il Ricasoli, che, alla partenza del La Marmora per il campo, aveva assunta la presidenza del Consiglio, subì la impopolarità. Egli guardando alle condizioni italiane e internazionali subì la pace, dopo avere tentato invano di toglierle un colorito poco simpatico dovuto all'intervento francese ed una lacuna pericolosa, cioè la mancata unione al Regno di terre italiane, che non erano state contemplate nell'alleanza franco-prussiana, ma che il Ricasoli chiedeva, sia in omaggio ai principi nazionali, sia per eliminare una causa di futuri conflitti fra l'Italia e l'Austria.
Senza dubbio la vita italiana nella seconda metà del 1866 era turbata dalle vicende della guerra, dalla necessità di accettare una pace non gradita, dal disagio economico e dalle preoccupazioni che nascevano per la abolizione delle Corporazioni religiose, malanni tutti che rendevano più grave il malessere sentito nei primi tempi del nuovo Regno pure a causa dell'applicazione, forse troppo rapida, certo troppo uniforme e schematica, di ordinamenti amministrativi non adatti a tutte le regioni.
Specialmente per questo si erano fatti lamenti e disordini anche in passato, specialmente per questo avvenne allora il tentativo insurrezionale di Palermo represso colla forza dal generale Raffaello Cadorna.
Ma, secondo l'opinione delle classi dirigenti, i due problemi che maggiormente impensierivano allora erano la restaurazione del bilancio e lo scioglimento della questione romana, o almeno il trasporto effettivo della capitale a Roma, due problemi che da un pezzo interessavano uomini politici e la stessa massa del popolo e che si ritenevano strettamente congiunti alla grandezza del Paese, e, secondo alcuni, persino all'esistenza dello Stato.
Il Ricasoli si dedicò particolarmente, e con criteri non molto comuni, alla soluzione del secondo problema presentando proposte formali colla speranza di avere il consenso pure della Chiesa, più che mai inquieta per i recenti atti del governo: l'introduzione del matrimonio civile stabilito dal nuovo codice civile del 1 gennaio 1866 e la soppressione degli Ordini religiosi.
Il Ricasoli considerò i rapporti colla Chiesa e la fine del Potere temporale con larghi criteri ritenuti conformi ad un cattolicesimo sempre più spiritualizzato nella sua azione pratica spoglia da interessi contingenti politici. Quindi vagheggiò la Chiesa senza dominio temporale, col clero indipendente dallo Stato, padrone ed amministratore dei beni ecclesiastici destinati alla pura missione religiosa e quindi privato solo di quei beni che avrebbero dovuto servire ad altre funzioni, ora passate allo Stato. Certo fissare con esattezza la linea di divisione è difficile in teoria, impossibile era allora in pratica e il disegno di legge che a tale fine presentò alla Camera nel gennaio del 1867, dispiacque ai guelfi ed ai ghibellini, e tanto più dispiacque in quanto era accompagnato dalla rinunzia ai diritti giurisdizionali dello Stato ed al riconoscimento della piena libertà della Chiesa che in genere amministrava i propri beni, provvedeva ai propri ministri (vescovi, parroci, ecc), non più vincolati da giuramenti superflui od inutili, e rimaneva per le proprie funzioni e per i proprì beni, in sostanza soggetta solo alla legge comune, ad eccezione dei benefici di patronato regio.
Il Ricasoli nelle sue proposte inspirate a principi di grande libertà, considerava altresì le condizioni speciali in cui si trovava la Chiesa rispetto al popolo italiano che tanto contributo portava alle alte gerarchle cattoliche in Roma, cosi da dare a questo, per quanto riguarda le persone, un carattere quasi nazionale.
I vincoli della Chiesa col Re d'Italia, capo di un grande Stato colla capitale a Roma, non potevano essere identici ai vincoli che avevano unita la Chiesa ai piccoli stati dell'Italia divisa: occorreva attenuarli, qualora non si potessero addirittura spezzare aprendo la via alla spontanea collaborazione delle autorità ecclesiastiche e delle autorità civili.
Per preparare la riuscita di questo piano il Ricasoli si propose anzitutto di addolcire gli aspri rapporti dello Stato colla Chiesa; quindi permise il ritorno dei Vescovi, che spìnte o sponte avevano abbandonate le loro sedi, ed appoggiò con vivo compiacimento l'invio a Roma del consigliere di Stato Tonello, che, in seguito a desiderio espresso da Pio IX, era stato nominato rappresentante officioso del Re per provvedere alle diocesi vacanti. Il Tonello, trattenutosi a Roma dal dicembre del 1866 al marzo del 1867, concordò la nomina di alcuni vescovi che non furono obbligati a prestare il giuramento di fedeltà, ripugnante ai principi del Ricasoli, ed inoltre ritenuto praticamente inutile o superfluo. E forse profittando del momento buono, qualcosa di più avrebbe potuto concludere, se il Ricasoli non fosse stato esautorato dalla accoglienza che la Camera fece al disegno di legge sulla liquidazione dell'Asse ecclesiastico e sulla libertà della Chiesa. Le critiche vengono da varie parti: i giurisdizionalisti temono l'abdicazione dello Stato, gli anticlericali vorrebbero accrescere i vincoli antichi della Chiesa, e questa nega allo Stato il diritto di legiferare in materia ecclesiastica, anche prescindendo dalla bontà, o meno dei provvedimenti proposti. Il Ricasoli legifera tenendo conto d'una condizione di fatto, ma desidera di giungere ad un assetto tale da rendere superflui e concordati e leggi particolari. E queste aspirazioni del Ricasoli e le proposte che dovrebbero iniziarne l'applicazione turbano più o meno i dirigenti di ogni campo sotto la pressione di tradizioni più volte secolari, ancora vive quasi in tutta l'Europa e non soltanto in Italia. Screzi entro il Gabinetto e in mezzo alla maggioranza parlamentare contribuiscono alle dimissioni presentate dal Ricasoli il 4 aprile e accettate subito.

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