| . | ![]() |
. |
3. INTRODUZIONEvolume I |
Principali difficoltà del nuovo Regno prima della annessione del VenetoE Garibaldi non mancò di manifestar presto il suo malcontento contro l'indirizzo politico del Governo, quando questo, confortato dal voto della Camera, ove più forti che nel Senato sentivaisi la vita e la opposizione garibaldina, si accinse a risolvere la questione dell'esercito meridionale, da Garibaldi destinato a servire di avanguardia per la conquista di Roma e di Venezia. Ed il Governo, malgrado le opposizioni di Garibaldi e dei suoi, scioglieva quest'esercito, alcuni ufficiali accettava nelle milizie nazionali regie, mentre altri si ritiravano spontaneamente, o venivano licenziati. La Camera dava ragione al Governo e non lasciavasi commovere dalla viva opposizione, a cui Garibaldi portò personalmente il contributo della sua calda parola ed il fascino del suo nome (seduta della Camera 18 aprile 1861). Allora si conobbe meglio il logico svilupparsi della politica cavouriana, e parve che il Governo, padrone dello Stato, e sorretto dal Parlamento, avrebbe potuto percorrere senza debolezze la via tracciatasi.La morte di Cavour (6 giugno 1861) per il momento non allontanò il Governo da questo indirizzo, giacche il nuovo Ministero fu costituito da Bettino Ricasoli che aveva guidata la maggioranza del Cavour ed alla politica di questo aveva dato tutto l'appoggio che poteva venire dal suo forte carattere e dall'animo retto. Il Ricasoli portò al Governo queste sue doti, che non bastarono a fargli perdonare una certa rudezza di forme e la mancanza di quegli adattamenti che tanto possono sulla fortuna di un ministero nei Governi parlamentari. E il nuovo Regno d'Italia aveva già un Governo parlamentare, o quasi, privo per giunta di tradizioni costituzionali, e sostenuto da numerosi deputati e senatori che avevano sorretto i Governi caduti, o che erano entrati nella vita pubblica senza preparazione, dopo avere passato la gioventù nelle cospirazioni e nel culto dell'ideale. Il Ministero si occupò principalmente di migliorare le finanze, di riordinare l'amministrazione, secondo il programma decentratore studiato da Marco Minghetti, e di rimandare ogni azione decisiva riguardo a Venezia ed a Roma aspettando che trattative diplomatiche, o vicende internazionali agevolassero la soluzione delle due questioni. Il largo decentramento pareva dannoso alla unità, i provvedimenti finanziarii, col diminuire le spese ed accrescere le entrate, offesero molti interessi, la sosta riguardo alla questione romana, per la quale il Governo rivendicava a se stesso ogni iniziativa e di cui per ora occupavasi in via diplomatica, scossero il Ministero, che lasciò assai presto il potere. Il nuovo presidente del Consiglio, Urbano Rattazzi, uomo vissuto fra gli intrighi parlamentari, e non certo impacciato da programmi politici molto precisi, ebbe fino dalla costituzione del Ministero l'appoggio dei garibaldini che avevano una rappresentanza assai battagliera alla Camera e seguaci numerosi nel paese (3 marzo 1862). Garibaldi in quei giorni era sul Continente: a Genova aveva partecipato al congresso dei Comitati di provvedimento e delle Associazioni unitarie, ed aveva incoraggiata l'unione di queste associazioni costituite in gran parte da amici suoi, che crearono così un nuovo organismo chiamato Società emancipatrice (9-10 marzo 1862). Il partito garibaldino allora parve rinforzato e credette di poter iniziare l'azione per Venezia e per Roma fidando nel Rattazzi, che. a differenza di Ricasoli, sembrava volesse lasciar fare. Garibaldi da Genova partì per la Lombardia, e si trattenne alquanto nella villa Camozzi a Trescorre presso il confine veneziano, dove i suoi veterani insieme con nuovi ammiratori lo visitavano, non solo per fargli onore, ma per la speranza di potere sotto la sua guida sollevare il Veneto. Il Ministero, che aveva lasciato fare, finché si era trattato di parole e di preparativi, al momento dell'azione, comprese la responsabilità che col suo contegno si assumeva, e, compiendo un atto di energia dai garibaldini non aspettato, fece arrestare a Sarnico e a Palazzuolo un gruppo di questi che si accingevano a passare il confine (maggio 1862). L'arrivo degli arrestati a Brescia, sollevò dimostrazioni popolari e conflitti che ebbero un lungo strascico. Garibaldi lasciò presto Trescorre e il 21 giugno con pochi amici si imbarcò a Genova per Caprera, e di qui si diresse a Palermo, dove il 28 assistette insieme col principe Umberto alla inaugurazione del tiro a segno. A Palermo, a Marsala ed in altre città dell'isola, che egli visitò rapidamente, raccolse intorno a sè numerosi volontarii, mentre altri erano da amici suoi arrolati nelle provincie continentali del Regno, e specialmente in Lombardia. Il contegno passivo del Ministero faceva pensare ad un segreto accordo fra questo e Garibaldi, e la illusione dell'accordo molti conservarono sino a che non videro arrestati a Napoli i deputati Calvino, Fabrizi e Mordini, che provenivano dalla Sicilia (27 agosto 1862) e finché non conobbero l'ordine dato alle truppe regie di fermare la marcia di Garibaldi, cosa che venne fatta il 29 di agosto sulle alture di Aspromonte. Il Ministero Rattazzi si resse ancora sino a novembre: cercò evitare, od almeno attenuare, le responsabilità sue, consigliando 1'amnistia in occasione delle nozze tra la principessa Maria Pia ed il Re di Portogallo (5 ottobre 1862). Ma l'amnistia, che riponeva in libertà i deputati arrestati a Napoli, e proscioglieva da ogni molestia Garibaldi condotto al Varignano e parecchi suoi ufficiali chiusi nei forti di Genova, non salvò il Ministero. Questo, dopo essersi fiaccamente difeso alla Camera, lasciava il potere, che era assunto nominalmente da Luigi Carlo Farini, di fatto da Marco Minghetti, il quale, pochi mesi dopo, per la malattia del primo prendeva anche il nome di presidente del Consiglio (24 marzo 1863). La vita di questo Ministero fu cosparsa di spine: le questioni finanziarie incalzavano, la organizzazione dello stato non era soddisfacente, le questioni di Roma e di Venezia appassionavano gli animi. Di queste si occupavano molto Mazzini e Garibaldi, che, spesso discordi fra loro, erano ora decisi ad operare insieme e speravano di spingere il Governo all'azione e alla vittoria, tanto più facile, almeno nel Veneto, in quanto si sperava di creare all'Austria difficoltà gravissime in altre parti dell'Impero. Nel 1863 e nel 1864 Garibaldi, per mezzo di B. Cairoli e di A. Mordini, aveva aperte trattative con cospiratori ungheresi e polacchi, i quali confidavano pure nel Governo italiano e contribuivano a far nascere la speranza di un'adesione personale di Vittorio Emanuele II. Un Comitato centrale unitario, costituito sotto la presidenza nominale di Garibaldi e guidato effettivamente da B. Cairoli, durante il 1864 attese con grande zelo alla preparazione della rivolta nel Veneto e nel Trentino, incoraggiato dalla insurrezione polacca, dalla speranza nell'insurrezione di altri popoli e dalla fiducia nell'appoggio del Governo italiano. Questo non si volle impegnare, l'aiuto personale che Vittorio Emanuele sembrava disposto a dare per spinger Garibaldi in Oriente a dirigere una grande insurrezione non parve bastante, anzi si credette pericolosa la stessa spedizione orientale garibaldina. Così, per un complesso di ragioni, fu ritardato il moto del Veneto e del Trentino, che pareva dovesse avvenire nel 1864, e tutto si ridusse ad una piccola sollevazione nel Friuli (facilmente repressa) forse anche perché alcuni arresti eseguiti dalla polizia nel Trentino, e le misure prese dal Governo italiano per impedire il passaggio di cospiratori regnicoli nel Veneto, impedirono persino quei moti sporadici che di solito avvengono dopo il rinvio di un movimento più largo in precedenza preparalo. Il Governo italiano, pur non rifiutando di ascoltare le proposte che venivano fatte per risolvere la questione veneta, credeva di doverne aspettare la soluzione da avvenimenti internazionali più che da un movimento interno, e quindi molto sperava da accordi diplomatici. Simili considerazioni faceva per Roma, e principio di soluzione stimava il ritiro delle truppe francesi che avrebbe lasciati i Romani relativamente liberi di esprimere la propria volontà. Di qui venne la Convenzione di settembre conclusa da Minghetti e da Visconti-Venosta, colla quale da una parte la Francia impegnavasi a ritirare il presidio da Roma, lasciando che il Papa arrolasse anche all'estero milizie proprie, e dall'altra l'Italia prometteva di non assalire il territorio pontificio. II ritiro delle truppe francesi doveva avvenire entro due anni, e, secondo un protocollo segreto di pari data, non prima del trasporto della capitale dell'Italia da Torino in un'altra città, che avrebbe scelta l'Italia stessa. La Convenzione di settembre, variamente giudicata, fu eseguita entro i termini stabiliti: la capitale del Regno fu trasportata a Firenze con piacere di molti Italiani, che non riputavano più adatta Torino per la vicinanza alla frontiera, divenuta sguarnita dopo, la cessione della Savoia, per la distanza da molte provincie del Regno, e per un certo spirito municipale, che taluni credevano di vedere nell'antica città subalpina. Piacque il trasporto anche ai sostenitori del potere temporale del Pontefice, perchè parve che significasse una implicita rinunzia a Roma, non potendosi, secondo essi, credere che il giovane Regno disgustasse Torino, e facesse grandi spese per stare a Firenze soltanto per poco tempo. Alla quale osservazione altri obiettava che il trasporto a Firenze era una tappa per giungere a Roma. Tutte osservazioni ed obiezioni, crediamo noi, ben poco fondate, e dovute al desiderio che uomini e partiti han sempre di tirar l'acqua al proprio mulino e di profittare di avvenimenti, che serenamente esaminati, apparirebbero originati e svolti in maniera assai diversa da quella che si voleva far credere. A noi sembra che il Governo italiano subisse il trasporto della capitale per ottenere il richiamo delle truppe francesi da Roma, richiamo, che riteneva necessario per dimostrare al partito di azione di essere disposto a far di tutto per render Roma libera dei propri destini e per metterla sulla via dell'unione. D'altra parte Napoleone rendendo un servizio allo Stato amico non poteva credersi abbastanza compensato dall'assicurazione che questo, né avrebbe attaccato Roma, né permessi attacchi altrui, e chiedeva una garanzia col trasporto della capitale da Torino, forse anche sperando che tutti coloro i quali dicevano di voler la capitale in una città centrale si sarebbero contentati di Firenze. Del resto, se non erriamo, trattasi di cose dovute alla opportunità del momento, che in sostanza lasciano la questione romana, anche dopo la Convenzione dei settembre perfettamente nelle stesse condizioni. Chi ha seguito il formarsi dell'unità italiana, chi conosce la storia generale del mondo civile, non può credere sul serio che il Governo italiano rinunzi e ritardi l'acquisto di Roma, perché Firenze è una città ugualmente centrale, e perché il cambiar capitale costerebbe una certa spesa. E nessuno può credere d'altra parte che il ritiro delle truppe di Francia significhi l'abbandono della protezione di questa su Roma, anche dal punto di vista materiale. La clausola che il Papa avrebbe arrolate truppe anche all'estero fu pure voluta da Napoleone, e non è certo un omaggio alla nazionalità italiana. E chi mai può credere che l'Italia non trovi modo di eludere la convenzione, e magari di denunziarla, per compiere il suo programma nazionale, appena sia certa che non si possano opporre i cannoni francesi o quelli di altra Potenza? E chi impedirà alla Francia di rimandare le truppe in Roma, se crederà utile ai suoi interessi di conservare il poter temporale dei Papi? Soltanto il suo interesse consigliò alla Repubblica, francese l'occupazione di Roma parecchi anni addietro, soltanto il suo interesse consigliò l'Impero a conservarla, ed unico mezzo per ottenere la fine della tutela su Roma è togliere le cause che l'hanno prodotta, se non si vuole aspettare, che, indipendentemente dalla volontà dell'Italia, la Francia non sia più in grado di tenere con proprio vantaggio tale protezione. Parlare di impegni personali di Napoleone III significa dimenticar troppe cose vere, inventarne troppe di fantastiche, significa dimenticar soprattutto che Napoleone III era strettamente legato al Pontefice quando nel 1860 permetteva che a questo fossero tolte l'Umbria e le Marche, e, dato l'uomo, e, dato soprattutto il carattere della politica francese ed umana, la convenzione suggerita al Ministero italiano da condizioni di politica interna, non poteva mutare davvero i rapporti sostanziali tra Napoleone III, l'Italia e il Pontefice. E come l'ordine del giorno del 27 marzo 1861 non ebbe che una flebile eco, e non impedì Aspromonte, così la Convenzione di settembre non avrà un'eco maggiore, e non impedirà Mentana. Per il momento, la convenzione, specie per i disordini di Torino, fece cadere il Minghetti cui succedette il La Marmora, e presto contribuì a peggiorare i rapporti fra la Chiesa e lo Stato, donde il Governo si sentì incoraggiato a preparare la soppressione degli ordini religiosi, soppressione, che avrebbe incontrato pure il favore della opposizione e che molti credevano utile, e per indebolire il clero, e per provvedere ai bisogni del pubblico erario. Il progetto di legge toccava molti interessi, provocava molti malumori e quindi non potè essere approvato subito, sotto il primo Ministero La Marmora (primo, s'intende sotto il Regno d'Italia) che, del resto per l'acuirsi delle questioni di Roma e di Venezia, rinviate necessariamente, e per le condizioni economiche e morali di quasi tutte le provincie del Regno, soprattutto nel Mezzogiorno, aveva dovuto lasciare il potere (31 dicembre 1865). La Marmora conservava la presidenza del Consiglio col portafoglio degli affari esteri e manteneva al loro posto anche alcuni ministri del caduto gabinetto, tanto per non spostare la maggioranza e per poter mantenere sostanzialmente l'indirizzo politico seguito sino allora. Così mutavano alcune persone, restavano le cose, ed in omaggio a queste il nuovo ed il vecchio Ministero La Marmora continuavano a cercar la soluzione delle questioni di Venezia e di Roma là dove l'aveva cercata il Ministero Minghetti. |
![]()
|
|
| . | . |