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3. INTRODUZIONE

volume I |

Il regno d'Italia

E il Re di Sardegna, che ormai può dirsi di fatto Re d'Italia, riceveva la consegna delle Due Sicilie, ed al generale Cialdini affidava il compimento dell'impresa iniziata da Garibaldi, che, sia pure a malincuore, imbareacasi per Caprera. Dopo la sua partenza le provincie meridionali conservarono per qualche tempo una amministrazione speciale direttamente organizzata e regolata dal Governo del Re. Fu necessario questo indirizzo per le condizioni dell'ordine pubblico turbato ancora per parecchi anni da bande di briganti che avevano l'appoggio di Borbonici convinti ed erano, spesso dirette da buoni ufficiali stranieri, come Boryes, i quali, credevano di combattere in favore dei principii legittimisti. Qualche cosa di speciale era pur consigliato da ragioni amministrative, che sarebbe stato utile studiare anche meglio, come aveva fatto in Sicilia il Consiglio di stato straordinario sotto la prodittatura Mordini, presentando proposte larghe e coscienziose, che l'eccessivo amore dell'accentramento erroneamente identificato coll'unità politica, condannò ad immeritato oblio. Queste speciali cure che il Governo italiano, possiamo ormai chiamarlo così, dovette dedicare alle provincie del Regno delle Due Sicilie parvero dar ragione al desiderio che aveva espresso Garibaldi di conservare sotto la propria direzione ancora per qualche tempo il territorio del Mezzogiorno. Ma facilmente vedevasi che in quel desiderio sul concetto amministrativo, nel quale il Governo di Vittorio Emanuele poteva convenire, prevaleva un programma politico, che, secondo il Governo stesso, era pericoloso anche soltanto il tentare. Garibaldi infatti voleva nel Mezzogiorno preparar le forze per giungere presto a Roma e proclamare in Campidoglio il Regno d'Italia.
Il Governo credette di evitare fatti incresciosi all'interno e un pericoloso conflitto colla Francia, togliendo subito a Garibaldi il potere, e pensò di far prevalere al più presto il suo indirizzo invitando il Parlamento a dichiarare formalmente costituito il Regno d'Italia, che di fatto già esisteva, ed esponendo dinanzi alla Camera le proprie idee sulla questione romana. In tal modo faceva dimostrazioni, certo non necessarie, giacché nulla aggiungevano al fatto compiuto, ed in nulla affrettavano il compimento di un fatto nuovo, ma che tanto piacevano al giovane popolo italiano, mentre sembravano utili anche per disarmare Garibaldi e per preparare con prudenza l'acquisto di Roma, acquisto, che riusciva ugualmente gradito al Governo ed ai Garibaldini.
Così, convocata il 18 febbraio 1861 in Torino la nuova Camera, che rappresentava anche le provincie del Mezzogiorno, e accresciuto il Senato di nuove forze, il conte di Cavour presentava a questo il progetto di legge col quale Vittorio Emanuele assumeva per sé e per i suoi successori il titolo di Re d'Italia. Dopo il voto favorevole del Senato il progetto veniva approvato dalla Camera il 14 marzo, e sanzionato dal Re il 17 dello stesso mese. Così il Regno d'Italia veniva proclamato a Torino e poteva esistere, almeno provvisoriamente, anche senza possedere Roma e Venezia.
Profittando della proclamazione del Regno sembra volersi imporre la corrente rivoluzionaria. Si chiede persino che Vittorio Emanuele si chiami I staccandosi nettamente dal passato, si domanda un re degl'Italiani all'uso della monarchia borghese di Francia del 1830, si vuole una legge, la quale dopo altre leggi che avevano votata l'annessione di tante provincie al Regno di Vittorio Emanuele e dopo i plebisciti, creasse il Regno d'Italia. I conservatori parvero vincere lasciando a Vittorio Emanuele il titolo di II, ma certo perdettero ammettendo che il Regno d'Italia sorgesse per legge del Parlamento, e avesse a base i plebisciti; invano corsero al riparo scrivendo nella legge che Vittorio Emanuele assumeva, non riceveva, il titolo di Re d'Italia. La vittoria rivoluzionaria era dimostrata dai plebisciti e dal fatto stesso che una legge proclamava il Regno, e veniva confermata dalla formula Re per volontà della nazione, aggiunta alla vecchia formula Re per grazia di Dio.
La monarchia sabauda sanzionando il 17 marzo 1861 la legge, sanziona in certo modo il proprio indebolimento e rinunzia ad una forza conservatrice, che aveva contribuito alla sua grandezza, nel passato e contribuiva anche allora a rinforzare molte antiche dinastie, le quali, pur, piegandosi nel fatto, a reggere i popoli con forme assai democratiche, avevano, almeno giuridicamente, conservati intatti i principii di loro sovranità. A differenza di quanto pensavasi, ad esempio, delle dinastie prussiana ed inglese, potevasi credere che in Italia dovesse trovare numerosi discepoli la scuola del placido tramonto.
Secondo questa, la monarchia postasi su tale via dovrà fatalmente declinare: le abitudini del popolo, le benemerenze vere o supposte di principi, l'abilità di ministri, la discordia di avversarii potranno render meno sollecito il decadere, non impedirlo, e un Governo da un simile principato diretto andrà sempre più avvezzandosi a vivere alla giornata, persuaso della propria debolezza, tutto intento a guadagnarsi l'appoggio, od almeno l'acquiescenza dei rivoluzionarii, mostrando che le idee rivoluzionarie non combatte, ma pone invece a base della propria esistenza, del proprio diritto. E nel fondo la sua debolezza verrà accresciuta dalla legge elettorale che accorderà il voto politico ed amministrativo a pochi cittadini, cosicché la maggioranza del popolo troverà presto uno stridente contrasto tra principi riusciti vittoriosi nel 1861 e la propria esclusione dal Governo. Par di assistere, non allo svilupparsi di una vigorosa Dinastia storica, ma al sorgere di un nuovo principato popolare, all'uso napoleonico, che al tipo napoleonico si andrà sempre più accostando, senza avere un popolo che a lungo lo possa assistere, e senza avere l'intenzione, e forse neanche la forza, di esercitare nei pubblici negozii un'azione decisiva. Così mancherà del prestigio proprio delle vecchie dinastie e non avrà le audacie e il vigore dei principati popolari.
E, proclamato il Regno d'Italia, Cavour esponeva il suo programma sulla questione romana profittando di analoga interpellanza da Rodolfo Audinot presentata alla Camera il 25 marzo 1861. Il Cavour dichiarava che il Governo era d'accordo con tutti i liberali nel volere che Roma fosse la capitale d'Italia, ma che era necessario prima di tutto assicurare la libertà e la dignità del Pontefice, ed evitare un conflitto colla Francia che teneva una guarnigione a Roma. Dalla discussione della Camera e dalle dichiarazioni del Cavour parve evidente che una domanda, se dovesse Roma essere o no capitale non avesse ragione di essere, in quanto che l'opinione nazionale l'aveva già come tale acclamata, e non rimaneva quindi altro che provvedere ai mezzi idonei per compiere il fatto, ormai (in principio) accettato. L'ordine del giorno col quale venne chiusa la discussione fu questo: « La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, confidando che, assicurata la dignità, il decoro e l'indipendenza del Pontefice e la piena libertà della Chiesa, abbia luogo di concerto colla Francia 1'applicazione del non intervento, e che Roma capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia congiunta all'Italia, passa all'ordine del giorno ». Se a questo ordine del giorno si fosse voluto dare il carattere di una nuova e grande manifestazione nazionale, come sembra che molti abbiano creduta in seguito, sarebbe certo stato redatto in una forma troppo dimessa, troppo timida, ed esprimerebbe un voto circondandolo da troppe riserve, che stonerebbero in un atto destinato a esprimere la volontà ferma di un grande popolo. Ma questo carattere non ebbe davvero la discussione della Camera italiana, da cui uscì quell'ordine del giorno, discussione, dovuta soprattutto a motivi di indole parlamentare, specialmente relativi al contrasto fra Cavour e Garibaldi. Non si trattava di affermare il diritto italiano su Roma, ne di proclamar moralmente questa città capitale del nuovo Stato. Il diritto era stato da un pezzo affermato e la scelta di Roma a capitale più volte fatta. Il Governo voleva solo ricordare solennemente di essere d'accordo con Garibaldi e coi seguaci suoi, entro la Camera e fuori, per trasportare la capitale a Roma, come l'opinione pubblica, e non già un singolo partito, chiedeva, ma che era necessario provvedere alla libertà religiosa della Chiesa cattolica, della quale sembrava farsi paladina la Francia. L'ordine del giorno votato il 27 marzo poteva tutt'al più credersi che avrebbe rassicurata la Francia riguardo ad una spedizione garibaldina, che dicevasi probabile, e che, naturalmente, il Governo, nell'assumere l'iniziativa di risolver la questione romana, avrebbe impedito.
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