| . | ![]() |
. |
3. INTRODUZIONEvolume I |
La guerra del 1859 e le annessioni - La questione del Mezzogiorno, delle Marche e dell'UmbriaAlla prossima guerra contro l'Austria anche il grosso pubblico cominciava a credere al principio del 1859, commentando le parole dette da Napoleone all'ambasciatore austriaco Hübner durante il ricevimento diplomatico per gli auguri di Capodanno e più ancora il discorso della Corona pronunziato da Vittorio Emanuele per l'apertura del Parlamento sardo (10 gennaio 1859). I preparativi militari: provvigioni di armi e di munizioni, accrescimento dell'esercito con truppe regolari e con volontarii accorsi da ogni parte d'Italia specialmente dalla Lombardia, e l'organizzazione di uno speciale corpo di volontarii per opera di Garibaldi, toglievano ogni dubbio. In tutta Italia popoli e Governi pensavano alla guerra, ispirandosi ciascuno a quanto credeva più conforme ai propri interessi. Una gran parte della popolazione italiana desiderava l'alleanza col Piemonte e la guerra all'Austria, come preludio alla liberazione dal dominio straniero e alla unità nazionale sotto il Governo sabaudo, una parte men numerosa e docile agli ordini di Giuseppe Mazzini desiderava la guerra allo straniero, ma diffidava dell'alleanza di Napoleone e di Vittorio Emanuele e astenevasi dalla guerra temendo che questa conducesse al primato monarchico-piemontese sopra tutta l'Italia ed alla soggezione verso l'Impero francese, come il Mazzini ed i suoi principali amici avevano scritto nella dichiarazione di Londra del 28 febbraio 1859. I Governi poi arano tutti contrarii alla guerra contro l'Austria: in genere preferivano la neutralità, tranne uno, il Modenese, il quale per la propria conservazione e per i vincoli che lo legavano all'Austria, preparavasi a mandare il suo piccolo esercito in soccorso di questa, persuaso che la sconfìtta austriaca avrebbe portato seco la caduta del Ducato estenselorenese. Il conte di Cavour era da un pezzo convinto che gli Stati italiani dovessero essere neutrali od appoggiarsi all'Austria ed aveva fatto di tutto perché questo avvenisse, e perché nessun dubbio rimanesse sulla scomparsa di tali Stati a vantaggio dell'unità nazionale sotto gli auspicii piemontesi, qualora la vittoria avesse arriso alle armi nazionali e gli Austriaci avessero ripassate le Alpi. Quindi solo per iscreditare maggiormente i Lorena ed i Borboni farà proposte di alleanza a Firenze, doveregnava ancora Leopoldo II, e a Napoli, dove nel maggio del 1859 succedeva a Ferdinando II il debole ed inesperto Francesco II. La risposta dei due Governi fu quale Cavour si aspettava, e l'effetto di essa fu quale il Ministro aveva preveduta e desiderato. Lorena e Borboni parvero ai liberali dei loro Stati e dell'Italia tutta, nemici della indipendenza italiana, e, mentre questa si considerava bene supremo e necessario, si videro assottigliare gli amici e condannati a non lontana rovina. Contro Leopoldo il fermentò si fece assai vivo prima che incominciasse la guerra, e specialmente dal confine ligure giungevano in Toscana istruzioni che preparavano la rivolta alla quale darà nella capitale stessa del Granducato ausilio di prestigio e di accortezza il ministro plenipotenziario sardo presso il Granduca, Carlo Boncompagni. Il 23 marzo bandiere tricolori furono issate su campanili di borgate e sopra alti alberi della campagna specialmente in Versilia presso ai confini del Modenese e della Liguria, e il 27 aprile all'annunzio che la guerra era dichiarata dall'Austria e che i Francesi si movevano per combattere, bastò una pacifica dimostrazione a Firenze per indurre Leopoldo II a partire.La guerra era stata infatti dichiarata in quei giorni e con molta rapidità, andavasi svolgendo. Le truppe regolari sardo-francesi, respinta l'invasione austriaca dal Piemonte, con una serie di felici battaglie nel Regno Lombardo-Veneto: Magenta, Melegnano, S. Martino, presto giungevano nel Quadrilatero, mentre Giuseppe Garibaldi coi Cacciatori delle Alpi organizzati per conto del Governo Sardo, vinceva nella regione dei laghi, e sollevando quelle popolazioni teneva, occupato un buon nerbo di truppe nemiche. Alla ritirata degli Austriaci seguiva la caduta dei Governi alleati, o neutrali, di Modena e di Parma, la sollevazione delle Legazioni pontifìcie, la rivolta, dopo pochi giorni repressa, della città di Perugia, e i tentativi insurrezionali di altre terre dello Stato pontificio. Dovunque i ribelli costituivano. Governi provvisorii ed invocavano l'unione col Regno di Vittorio Emanuele, tantoché in meno di due mesi tutta l'Italia centrale aveva rovesciato gli antichi reggimenti ed espresso il proposito di costituire un unico stato sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Questi avvenimenti, che, per la rapidità e la facilità con cui si svolsero, dovettero soddisfare anche i novatori più esigenti, uniti alle vittorie degli alleati contro l'Austria, scossero l'opinione pubblica francese, che temette la creazione di uno Stato italiano troppo forte, e turbò la politica degli Stati stranieri, specialmente della Prussia, pel timore che troppo guadagnasse la Francia colla creazione di uni grande Regno sardo, che, sebbene potente per se stesso, sarebbe stato sempre troppo debole per resistere alla Francia, di cui sempre avrebbe subita la volontà, come un necessario alleato. Quindi alla politica internazionale conveniva non indebolire più oltre l'Austria, quindi ad un certo patriottismo francese conveniva non ingrandire troppo il Regno sardo. Così Napoleone dovette stringere i preliminari di Villafranca, così Vittorio Emanuele dovette accettarli, sebbene a rigore non assicurasse o l'acquisto dell'Italia centrale, così dovette il Cavour temporaneamente ritirarsi, soprattutto per non compromettere la sua popolarità presso i novatori delle provincie italiane insorte, verso i quali era stato largo di consigli e di aiuti e che non poteva né voleva oggi abbandonare a se stessi, sia pure apparentemente (7-19 luglio 1859). I preliminari di Villafranca in realtà fruttarono a Vittorio Emanuele la Lombardia, senza togliergli la speranza di acquistare l'Italia centrale, dove, per i preliminari stessi e per la successiva pace di Zurigo, era impedito l'intervento straniero, per lasciare i popoli liberi di richiamare, se l'avessero creduto, i propri sovrani. Infatti restava insoluta la questione dei Ducati, della Romagna e delle Toscana, dove i Governi costituiti dai ribelli sotto l'influenza piemontese mantenevano l'ordine pubblico e si opponevano al ritorno degli antichi principi. Ricondurre questi colla forza era pericoloso per mille ragioni ed altresì escluso dai recenti trattati, lasciar le cose come stavano era pure pericoloso potendo nascere reazioni e di qui forse disordini interni e magari complicazioni internazionali. Era quindi più agevole e più sicuro lasciare che gli avvenimenti avessero il loro svolgimento logico e che si compisse l'unione di questi territorii al Piemonte. Una simile soluzione, già sotto il ministero del Cavour, era, per lo meno, prevedibile, e forse ciò aveva contribuito come ragione principale alle dimissioni di questo dopo i preliminari di Villafranca. L'abbandono delle provincie insorte da parte del Piemonte, nel quale avevano confidato ed in armonia del quale si erano mosse, non poteva così compromettere il conte di Cavour, che, lasciato al successore l'ingrato compito di condurre a termine le trattative di pace sulla traccia dei preliminari stabiliti, poteva tornare al Governo sorretto dal favor popolare, e scevro di ogni odiosa responsabilità, che derivava da cause molteplici e complesse, estranee in gran parte. all'Italia, responsabilità che era tutta gettata sopra altri uomini. E quando in principio del 1860 il ministero La Marmora, che pure aveva compiuto dolorosi doveri, dovette dimettersi, il Cavour riprendeva il Governo e veniva salutato come il restauratore della politica nazionale, capace di risolvere le questioni del giorno con sagacia e con energia. E per la politica italiana costituirono certo una singolare fortuna le dimissioni del Ministero Cavour nel luglio del 1859, come quelle che salvarono il prestigio del ministro troppo compromesso coi novatori dell'Italia centrale, mentre un uomo assai stimato, il La Marmora, compiva un sacrifìcio assai meritorio assumendosi del potere la parte antipatica per ritirarsi quando si avvicinavano il premio e la gloria. Peraltro le difficoltà di raggiungere questa erano ancora gravissime ed occorreva un uomo stimato, e ricco di non comuni doti politiche per eliminarle presto e con uno sforzo non troppo grave. E Cavour potè riescire. Si cedono alla Francia Nizza e Savoia procurando così a Napoleone un aumento di territorio, che aggiunto al prestigio della recente campagna, impensierisce le Potenze, e specialmente l'Inghilterra, la quale non potendo togliere a Napoleone quanto aveva acquistato, si propone di favorire l'ingrandimento ulteriore del Piemonte nella speranza che un forte stato italiano non possa essere un umile schiavo della Francia. Così la politica annessionista italiana nei Ducati, nelle Legazioni e nel Granducato torna gradita alla Inghilterra e viene permessa dalla Francia, che aveva ricevuto per la guerra interrotta il compenso che solo le sarebbe spettato qualora l'avesse compiuta. Nel tempo stesso un tentativo di congresso internazionale per risolvere la questione dell'Italia centrale non riesce, e così la politica del conte di Cavour trionfa col plauso e con il consenso esplicito dei popoli chiamati a manifestare in proposito la loro volontà. I plebisciti dei Ducati, delle Legazioni e della Toscana non potevano chiudere la questione italiana. Favoriti in sostanza dalla Francia e graditi all'Inghilterra che, come dicemmo, preferiva in Italia un grande stato capace di resistere alla potenza francese cresciuta per il prestigio della vittoria e per la annessione di due provincie di grande importanza morale e strategica, acquistavano un valore anche maggiore, e facevano credere che la caduta dei Governi pontifìcio e borbonico non avrebbe trovato all'estero gravi ostacoli. La diplomazia sarda conosceva le condizioni del Regno delle Due Sicilie, che aveva contribuito ad aggravare collo screditarlo dinanzi ai liberali nella recente guerra contro l'Austria, e ben sapeva che poco avrebbe potuto resistere il Governo borbonico debole per la indifferenza di una grande massa apolitica, per la scarsa disciplina dell'esercito, per la poca autorità delle Amministrazioni civili, per la propaganda ostile degli emigrati, che da varie parti di Italia e d'Europa lavoravano per abbatterlo. II Cavour peraltro, se stimava facile la caduta dei Borboni, non si nascondeva le difficoltà pure amministrative che sarebbero venute colla annessione immediata delle provincie meridionali. Egli non ignorava i bisogni e le aspirazioni di quei popoli e non si illudeva certo di poterli contentare subito. Quindi un rinvio della insurrezione meridionale gli avrebbe senza dubbio fatto piacere. Ma d'altra parte pure sapeva che la cessione di Nizza e di Savoia e la annessione dell'Italia centrale avevano creato un ambiente favorevole a nuove imprese, vuoi, perché si era contentata la Francia, vuoi, perché si erano provocate le simpatie inglesi, mentre si era destato l'entusiasmo popolare, coefficente importantissimo per la riuscita di certi programmi. Trattenere l'entusiasmo non era facile, anzi ritenevasi persino pericoloso, il ritorno a breve scadenza di condizioni internazionali così favorevoli non era probabile, e quindi tutto riducevasi a profittare della fortuna capitata, in modo però da evitare danni allo Stato, nel caso di un insuccesso poco probabile, ma pur sempre possibile. Per motivi analoghi pareva che si avvicinasse la soluzione delle quistione umbra e marchigiana, che già si erano presentate durante la guerra del 1859, specialmente colla insurrezione di Perugia. Il fermento dei novatori, gli attacchi al potere temporale dei Papi potevano essere una buona arma in mano del Governo di Torino per influire su Napoleone III e dimostrare ad esso ed ai cattolici del mondo che il miglior mezzo per conservare la indipendenza spirituale del Pontefice sarebbe stato quello di togliergli provincie irrequiete, dove il suo Governo a stento reggevasi. Roma poteva bastare al Papa, giacché ormai la sua autorità si poggiava sopra il morale prestigio, anziché sopra la forza delle armi. Certo delicate quanto mai sono le questioni dell'Italia meridionale e dello Stato pontificio, ma senza dubbio non potevano esser poste meglio dal conte di Cavour per iscotere le Potenze conservatrici d'Europa, specialmente esagerando le intenzioni e la forza dei partiti rivoluzionarii ed anticlericali, contro cui sembrava che solo il Governo torinese potesse qualcosa. La sollevazione dell'Italia Meridionale pertanto non può dispiacere a questo Governo, qualunque possa essere l'esito di essa. Se verrà repressa, dimostrerà una volta di più le condizioni del paese, i cattivi rapporti fra questo e i Borboni e darà ragione alla politica sarda che da un pezzo lavora per metterli in cattiva luce. Se riesce, è pressoché impossibile che non debba condurre alla annessione, tanto più probabile se il moto scoppierà mentre rimane viva l'eco delle vittorie di Lombardia e dei plebisciti dell'Italia Centrale. E difatti le vittorie dell'Alta Italia avevano destato entusiasmo fra i liberali del Mezzogiorno, i quali avevano fatte non dubbie dimostrazioni in favore dei vincitori e aspettavano, si può dire, il cenno di questi per provocare una insurrezione che si assicurava vittoriosa, qualora all'appoggio morale dell'Alta Italia si fosse aggiunto l'aiuto di uomini e di denaro. E il Governo borbonico era di questo persuasissimo, e, quando nell'autunno del 1859 pareva che quell'esercito dell'Italia Centrale che era giunto per le Legazioni fino al confine marchigiano, si sarebbe rivolto verso il Mezzogiorno sotto il comando di Garibaldi, una grande paura ebbero i governanti borbonici e gran gioia gli avversarii di questi. In Sicilia la preparazione era pressoché compiuta e il carattere unitario e sostanzialmente sabaudista del moto non pareva dubbio, come provavano anche le dimostrazioni avvenute per le vittorie di Lombardia e le accoglienze fatte a navi piemontesi che avevano toccato parte dell'Isola, e come concordi confermavano le notizie che il Governo di Torino riceveva dai suoi diplomatici e dai suoi amici. Questi lavoravano da un pezzo, e specialmente nei primi mesi del 1860 avevano raddoppiato di zelo sotto la guida esperta del Marchese di Villamarina, che proprio allora aveva lasciata la sede di Parigi per rappresentare il Piemonte a Napoli in una città assai meno importante dal punto di vista della carriera, ma divenuta importantissima allora per gli avvenimenti che si preparavano. Il lavoro procedeva con ordine e con fortuna fra militari, impiegati dello Stato, cittadini colti benestanti e integrava l'opera degli emigrati, che pian piano dimorando all'estero avevano accettato il programma unitario ed erano disposti a svolgerlo generalmente d'accordo colla casa di Savoia. In questi ultimi tempi un principio di rivolta si ebbe a Palermo il 4 aprile (insurrezione della Gancia). Repressa in città, la rivolta si mantenne ancora qualche tempo nelle vicine campagne e contribuì a rinforzare le speranze che alcuni emigrati siciliani stabiliti a Malta e in Alta Italia avevano, di fare cioè spedizioni in Sicilia per organizzare le forze liberali del paese e condurle alla vittoria. Nicola Fabrizi a Malta vigilava e preparava, d'accordo con emigrati siciliani impazienti di ritornare nella loro isola: emigrati siciliani, specialmente in Liguria, insistevano per mettere insieme una spedizione che avrebbe dovuto esser condotta da Giuseppe Garibaldi. Altri, come Rosolino Pilo, si affrettavano a tornare in Sicilia per aumentare il fuoco, qualora fosse ancora acceso, per riaccenderlo, qualora fosse estinto. Nell'Alta Italia la spedizione fu organizzata sotto gli occhi del Governo. Poco più di mille volontarii partirono da Quarto su due vapori, il Piemonte e il Lombardo, e dopo una breve sosta a Talamone, donde un piccolo drappello staccavasi per entrare nel territorio pontificio sotto la condotta di Zambianchi, si procurava delle armi, e proseguiva il viaggio marittimo sino a Marsala, dove sbarcava l'11 maggio 1860. Di qui internandosi nell'isola, Garibaldi annunziava da Salemi di esser venuto per unire le Due Sicilie al Regno di Vittorio Emanuele, e di apprestarsi a svolgere un programma compendiato nelle parole: Italia e Vittorio Emanuele (14 maggio). Ed in nome di questo, assunta la dittatura, accresceva rapidamente le sue schiere con gruppi di giovani siciliani e con nuove spedizioni venute dall'Italia continentale. Opportunamente usando tali forze in un terreno ben preparato, riusciva ad occupare assai presto quasi tutta la Sicilia, mentre la resistenza dei borbonici, che pure si batterono a Calafatimi, a Palermo ed a Milazzo, non fu quale si sarebbe potuta aspettare da un esercito bene organizzato, anche se fosse stato minore di numero. Verso la fine di luglio solo la cittadella di Messina rimaneva a Francesco II, il quale aveva tralasciato di difendere sul serio la città nella speranza di poter fermare la marcia della rivoluzione offrendo la Sicilia a Vittorio Emanuele. E questi aveva scritto ufficialmente in tal senso a Garibaldi, non senza suggerirgli privatamente un rifiuto, essendo ormai esso pure deciso ad affrettare l'occupazione di tutto lo Stato borbonico, e solo pensoso di evitare complicazioni internazionali usando accorgimenti non nuovi nella storia diplomatica. Garibaldi promulgò nella Sicilia lo Statuto albertino, nominò suo prodittatore Agostino Depretis deputato piemontese e passò sul Continente che percorse rapidamente da Reggio a Napoli, ove giunse 1' 8 settembre. Affidata 1'amministrazione delle provincie continentali ad un altro prodittatore, Giorgio Pallavicino Trivulzio, tentò un ultimo sforzo per abbattere del tutto i Borboni (che oltre la cittadella di Messina, tenevano ancora Civitella del Tronto, Capila e Gaeta), e per proseguire la sua marcia su Roma, ove avrebbe voluto proclamare il Regno d'Italia. Le condizioni delle provincie meridionali, specialmente al di qua del Faro non erano buone: segni di reazioni borboniche si notavano in molti luoghi e portavano spesso a scontri sanguinosi, elementi poco buoni del popolo della capitale si agitavano ed occorreva servirsene per evitare mali maggiori, mentre pochi repubblicani di queste provincie ed amici loro provenienti da altre parti, sospettavasi fautori di un regime contrastante col programma garibaldino: Italia e Vittorio Emanitele. Il conte di Cavour per queste e per altre ragioni, esagerando in tanti modi, e soprattutto con discorsi parlamentari e con giornali amici, lo spettro: della rivoluzione, che avrebbe afflitto, chi sa per quanto, il Mezzogiorno e sarebbe penetrata in Roma, iniziò da una parte la spedizione regia nelle Marche e nell'Umbria, ed insistette dall'altra per ottenere l'annessione immediata del Regno delle Due Sicilie al Piemonte. Alla politica cavouriana si oppose Garibaldi, che avversò l'annessione immediata, e, accettando le dimissioni di Depretis ad essa favorevole, e sostituendo questo con Antonio Mordini, dichiarò che si doveva ad ogni costo entrar subito in Roma e non fermarsi per la strada. Ma il Cavour trionfò; seguendo la spedizione regia, che riportò facil vittoria sull'esercito papale, Vittorio Emanitele si mise sulla via di Napoli, mentre Giorgio Pallavicino riusciva a convocare i comizi per il plebiscito. Questo, accettato anche da Antonio Mordini, aveva, luogo al di qua e al di là del Faro il 21 ottobre, e proclamava l'Italia una e indivisibile sotto il Regno di Vittorio Emanuele. |
![]()
|
|
| . | . |