. .

3. INTRODUZIONE

volume I |

L'Unità - L'Indipendenza

L'Italia volendo la unità voleva necessariamente la indipendenza. Le sue provincie avvicinandosi tra loro facevano in sostanza atto di indipendenza e preparavano la caduta completa dei Governi stranieri. La dominazione spagnola per lungo tempo prevalente in Italia, aveva nel fondo contribuito a sopire il sentimento della indipendenza, giacché gli Spagnoli rispettando assai gli usi e le leggi dei popoli soggetti non facevano sentire, specialmente alle classi più numerose e men colte, il peso della loro signoria. Difatti rivolte contro il Governo spagnolo inspirate da puro ideale d'indipendenza non ne abbiamo, anzi dobbiamo dire che anche nei famosi moti di Palermo e di Napoli e nei disordini di Milano durante il secolo XVII è più facile trovare l'avversione verso i governanti locali prodotta da cause economiche, piuttosto che una insurrezione contro il dominio straniero. Ma, caduti i Governi della Spagna e dell'Austria, sia pure per cause indipendenti dalla volontà degli Italiani, le cose mutano fino dal secolo XVIII.
Di nuovo torna un re a risiedere in Napoli, un re strettamente congiunto, è vero, a dinastie straniere, ma disposto ad una politica propria, perché privo di interessi fuori d'Italia. Le classi dirigenti, soprattutto di Napoli, ne restano lusingate e nei consigli del governo fanno sentire la loro voce assai più di quanta solessero fare quando nella capitale dei due Regni posti al di qua e al di là del Faro risiedeva un magistrato venuto da Madrid o da Vienna. La presenza di un re proprio residente a Napoli fatta sperare durante la guerra della successione spagnola dall'arciduca Carlo e non avvenuta quando questi diventava imperatore, ritempra gli animi dei cittadini e li prepara a sottrarsi pian piano ad ogni diretta influenza straniera rendendoli più facili a seguire il proprio genio ed a provare l'azione dei vicini popoli, divisi dalla politica, ma ogni giorno sempre più congiunti da nuovi interessi che assai facilmente si sviluppano anche per la comunanza di stirpe.
Nel Ducato di Milano, ceduto agli Absburgo, lo spirito nazionale non è soggetto a freni. Gli Absburgo abituati a reggere popoli di varie schiatte, avvezzati a. governare ciascuno con leggi diverse, a rispettare di tutti gli usi e le aspirazioni
che non fossero in contrasto colla loro autorità, non potevano, ne volevano fare per la Lombardia un'eccezione, che non avrebbe recato alcun vantaggio. Anzi dovettero credere che il miglior modo per tenersela soggetta fosse il rispetto del suo carattere nazionale, forse intuendo che offendere questo in un paese relativamente ricco e civile, posto in relazione di studi e di affari con popoli attivi e fieri di loro indipendenza, facesse nascere l'opinione che per poter conservare la nazionalità fosse necessario abbattere il governo straniero.
L'Austria prendeva ogni occasione per riconoscere che i Lombardi erano Italiani, per far intendere che ammetteva ben volentieri i loro meriti e che mai avrebbe compiuto atti che danneggiassero materialmente gl'interessi del paese, o che in un modo qualunque offuscassero la purezza nazionale del suo popolo. Sembrava che l'Austria si compiacesse di considerare i Lombardi come amici ed alleati, piuttosto che quali popoli soggetti, dalle potenze ad essa consegnati senza garanzia di sorta. Così era consuetudine dei funzionarii austriaci di studiare diligentemente le condizioni della popolazione, di ricercarne i bisogni osservando direttamente anche al di fuori di quegli organi politici ed amministrativi, che sotto gli Spagnoli erano i soli chiamati ad esprimere i desiderii, e ad esporre i bisogni dei popoli. Di qui la prontezza con cui il Governo austriaco provvide al riordinamento dei Municipi, che sottrassero, specialmente le popolazioni rurali, alla signoria pressoché incontrollabile di pochi ricchi proprietarii, di qui il riordinamento, sia pure parziale, incompleto, della proprietà degli ordini ecclesiastici, di qui gli incoraggiamenti alle bonifiche dei terreni, e la diretta azione del Governo per renderle più efficaci col migliorare le comunicazioni fra le campagne e le città e col provvedere alla pubblica igiene con criterii larghi ed opportuni. Di qui la premura nell'onorare i cittadini illustri, tanto che per ordini diretti emanati dal ministro Kautnitz si creava, ad esempio, una cattedra di economia pubblica per Cesare Beccaria, e la prolusione, colla quale questi incominciava il suo corso si traduceva in varie lingue, perché presso le corti straniere potessero i rappresentanti austriaci far conoscere il valore dell'illustre Lombardo. Di qui la premura con cui Maria Teresa assegnava una somma alla Accademia, ed al segretario di essa rimproverava di aver preso il titolo di regio, osservando che l'Accademia doveva rimanere lombarda e nulla perdere del suo carattere.
Questi ed altri simili atti che mostrano l'indirizzo seguito nel secolo XVIII dall'Austria in Lombardia, non ci permettono certo di concludere che il Governo di Vienna volesse favorire l'indipendenza italiana: no davvero, anzi noi crediamo, come poco fa accennammo, che l'Austria seguisse semplicemente la sua politica tradizionale già provata in mezzo a popoli diversi e che aveva quasi sempre portati buoni frutti, attenuando, e talora persino distruggendo, il desiderio di sottrarsi ad un Governo, che, mentre proteggeva le nazionalità contro pericoli esterni (beneficio inestimabile specialmente per i popoli deboli) non offendeva il carattere della stirpe. Noi crediamo che a motivi identici sia dovuto il contegno dell' Austria verso la Lombardia e non intendiamo naturalmente di bruciare incensi a Vienna: diciamo soltanto che la Lombardia in questo periodo progredisce senza l'opposizione ed anzi col favore della politica austriaca. Le energie naturali del paese si rinvigoriscono, i Lombardi sentono meglio di appartenere a se stessi, la ricchezza e la coltura aumentano assai e procurano a tutto il popolo, e specialmente ad alcune classi un grande benessere che contribuirà a preparare anche grandi novità politiche.
Tutti questi fatti principali ed altri minori presi insieme ci presentano una Lombardia ben diversa dal Ducato di Milano soggetto al Re di Spagna, una Lombardia ormai capace, non solo di reclamare leggi in favore d'una tal quale autonomia amministrativa, ma decisa a considerarsi come una regione padrona dei proprii destini e disposta a riconoscere il Governo straniero non cedendo alla forza attribuita a questo, non considerando la propria debolezza, ma calcolando i beneficii che può recare tale Governo riguardato come amico ed alleato, anziché quale padrone assoluto. Questa coscienza di se, il possesso di una forza effettiva, saranno le vere basi dello spirito di indipendenza che porterà alla insurrezione, appena, per un urto qualsiasi d'interessi, parrà ai Lombardi che il governo straniero non possa far più il bene del loro paese.
Negli altri stati italiani che, almeno ufficialmente, godevano la indipendenza politica, potranno molto i grandi avvenimenti d'Europa che nella prima metà del secolo XVIII e nei primi anni della seconda metà di questo secolo portarono delle mutazioni assai gravi. In Toscana i Lorena sostituiti ai Medici, a Parma i Borboni sostituiti ai Farnesi, e dopo breve intervallo di Governo austriaco definitivamente rimasti, a Modena la stretta parentela fra Estensi e Lorena che porterà al trono un principe di questa famiglia fino al periodo napoleonico, sono fatti che in principio furono accolti con indifferenza o con plauso dai popoli, ma che presto dovettero dispiacere alla classe dirigente, la quale si trovò a fianco cortigiani ed amministratori che dall'estero eran venuti colle nuove case regnanti, e vide assai presto in tutto e per tutto un palese infiltramento di elementi stranieri. Sotto le vecchie dinastie l'influenza straniera spesso esisteva, ma era di solito abilmente larvata e s'insinuava dolcemente addormentando i popoli, dopo aver guadagnate le classi dirigenti con onori e con ricchezze. Ora invece procedeva alla luce del sole, alla classe dirigente diminuiva onori e stipendi, la rendeva per conseguenza, prima diffidente, poi ostile, e la spingeva a destare i popoli, in nome anzitutto di materiali interessi offesi. Qualunque novità fatta da questi principi acuirà le diffidenze e renderà poco sicuri i loro troni. Di qui un largo contributo a quel sentimento di indipendenza che già era nato e rinvigoriva per il crescere di comuni interessi tra le varie parti d'Italia, sentimento aumentato dal pensiero che, data la debolezza dei popoli, non fosse possibile godersi i propri beni materiali, mantenere intatto il proprio carattere nazionale altro che combattendo quei governi che piegavano, o pareva piegassero troppo verso gli stranieri.
Di qui un intrecciarsi armonico dei due sentimenti di unità e di indipendenza, di qui l'opinione che non potessero più separarsi, di qui la ferma convinzione che la piccolezza degli stati portasse con se la soggezione verso lo straniero. Ed anche laddove più prudenti erano gli stranieri, più vigile lo spirito d'indipendenza, e maceri laddove si potevan dire i beni del paese interamente goduti dai nazionali, come per esempio avveniva in Piemonte, non si era tranquilli. Anzi, date le condizioni generali d'Italia, dato il prevalere diretto degli stranieri in tante parti di questa, nasceva ugualmente la diffidenza e i popoli di tutti gli stati italiani finivano coll'unirsi nella comune avversione contro lo straniero.
Questa unione non è certo invocata da tutti durante il secolo XVIII, non è ancora popolare nel senso proprio di questa parola, ed in genere è in questo secolo e sarà nel secolo successivo più o meno combattuta dai varii governi d'Italia. I Governi comprendevano agevolmente che la vittoria contro lo straniero, ottenuta colla unione delle forze dei varii stati, sarebbe stata una spinta decisiva alla unità politica nazionale, o per lo meno ad una stretta confederazione, col crearsi un nuovo assetto strettamente necessario per impedire il ritorno degli stranieri, e per giunta in piena armonia col riavvicinamento dei varii popoli d'Italia dovuto a diverse ragioni ed ormai facilmente riconoscibile. Ora il nuovo assetto nella sua prima forma avrebbe tutt'al più giovato ad un solo dei Governi d'Italia con danno di tutti gli altri, e nella seconda forma avrebbe diminuito l'autorità di tutti per mezzo appunto dei vincoli federali. Questi effetti dovevano prevedere i governi, i quali tutt'al più si potranno rassegnare alla federazione, non mai all'unità, tranne beninteso quel governo che potrà sperare di mettersi a capo del nuovo stato. Di qui contrasti fra popoli, che vogliono l'unità, a loro credere, fonte di grandi beni, e governi che non possono volerla per la naturale ripugnanza che in genere desta il suicidio.
















precedente | successivo

. .