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3. INTRODUZIONEvolume I |
Il congresso di Parigi e i progressi del movimento nazionale - Il Regno di Sardegna e l'Italia alla vigilia della guerra del 1859E così infatti fece, dopo la vittoria degli alleati contro i Russi nel Congresso di Parigi, ove egli rappresentò al fianco dei plenipotenziari delle grandi Potenze, e con uguali diritti, il Regno di Sardegna. Nei privati colloqui coi rappresentanti esteri e nelle sedute ufficiali del Congresso, potè dimostrare la politica elevata del Regno sardo, e parlare, assai ascoltato, dell'interesse che tutta l'Europa aveva nel risolvere la quistione italiana, e nel risolverla secondo il programma del Piemonte, e contro la volontà austriaca. Certo deliberazioni formali in proposito non si potevano prendere in un Congresso riunito per risolvere la questione orientale, nè il Cavour fece proposte precise in tal senso, ma molto guadagnava la causa da lui sostenuta e molto perdeva l'Austria, pure a Parigi rappresentata, solo per l'interessamento che il Congresso prese alle parole di Cavour, il quale così potè intravedere le mire dei diplomatici europei, distruggere diffidenze, creare simpatie, che presto gioveranno al Piemonte ed all'Italia.Dopo il Congresso, che la stampa internazionale commentò lungamente, molti Italiani dimoranti nei paesi soggetti all'Austria e nei varii Stati della penisola, e molti altri dimoranti all'estero, si persuasero sempre di più che il Piemonte intendeva di far propria la causa di tutta l'Italia. Molti di essi, forse non conoscendo o non valutando bene le ragioni che consigliavano e rendevano relativamente sicura e scevra di pericoli la politica sarda, la credettero dovuta tutta alla generosità cavalieresca di Vittorio Emanuele e al disinteresse del suo popolo, cosicché, specialmente gli Italiani meno riflessivi, guardarono al Piemonte con una certa tenerezza riconoscente che doveva sempre meglio vincolarli al conte di Cavour e farli di esso ausiliari potenti ed entusiasti. E chi, per essere più riflessivo, o meglio informato, non provava sentimenti di riconoscenza, sentiva benissimo quale vantaggio avrebbe recato alla indipendenza italiana l'unione stretta col Piemonte, e, solo per questo, tale unione vigorosamente desiderava ed aiutava. Per varii motivi pertanto d'ora in avanti crescono gli aderenti alla monarchia sabauda, e repubblicani di varie scuole ingrossano le file dei seguaci di Vittorio Emanuele, ed a questo portano un largo contributo di energie col loro numero, col loro braccio e spesso pure col prestigio del nome. Fra i più insigni repubblicani si ricorda Daniele Manin, che nel suo esilio di Parigi, allora più che mai osservatorio prezioso della politica mondiale, molte cose aveva potuto vedere. Egli diventava apostolo tenace della adesione alla monarchia sabauda e trascinava molti repubblicani staccandoli specialmente da Mazzini. Questi resisteva e seguitava a scrivere e a dire che la monarchia piemontese non avrebbe abbandonato il suo municipalismo, che era troppo legata a Napoleone III, il quale avrebbe forse potuto sostituire un Murat ad un Borbone nell'Italia meridionale, tanto per accrescere la sua influenza nella penisola, ma che nulla avrebbe l'atto, nè permesso in aiuto di un'azione unitaria e nazionale. Dinanzi alle dichiarazioni ed ai fatti che ponevano in vista la politica sarda, la influenza del Mazzini divenne sempre meno efficace sugli antichi amici, mentre la sua propaganda otteneva scarsi risultati in mezzo ad elementi nuovi. E ben si vide quando nel giugno del 1857 i mazziniani tentarono un movimento repubblicano unitario, contemporaneamente contro i Savoia, i Lorena ed i Borboni. Nelle loro file, non solo per tattica di partito e per la speranza di migliori successi, ma anche per sentimento e per una visione esatta della realtà, incontrò pieno favore la spedizione di Sapri, minori appoggi il tentativo di Livorno e grandi opposizioni il tentativo di Genova, che venne da molti repubblicani condannato, perché diretto contro un Governo, da cui tanto aveva da guadagnare la causa nazionale. La stampa italiana e straniera, inspirata dal conte di Cavour fece il resto: mise in cattiva luce i Governi di Firenze e di Napoli chiamandoli responsabili di sanguinose sommosse, e difese il Governo sardo. Allora si ripetè da molti, che questo per i suoi spiriti liberali e per la sua politica nazionale meritava l'appoggio di tutti gli Italiani, i repubblicani compresi, giacché l'interesse nazionale è al disopra delle forme di Governo e delle competizioni di parti, specialmente quando la monarchia è disposta ad ascoltar tutte le voci che dal paese si innalzan verso di lei. E per naturale forza delle cose e per abilità innegabile del conte di Cavour la monarchia sarda andava guadagnando terreno, mentre le altre monarchie ne perdevano sempre e divenivano ogni giorno più deboli. I Borboni, per esempio, insidiati da frequenti cospirazioni, al di qua e al di là del Faro, minacciati da rivolte (ed anche l'anno prima della spedizione di Sapri aveva in Sicilia impensierito assai il tentativo rivoluzionario del Bentivegna) s'infiacchivano ogni giorno ed anche i fatti, che di solito consolidano le monarchie, indebolivano invece la dinastia napoletana. Così l'attentato di Agesilao Milano contro Ferdinando II fu commentato in modo sfavorevole al Re, e venne da molti considerato come naturale e quasi doverosa reazione di un soldato patriota e generoso verso una esecrata tirannide (8 dicembre 1856). La disciplina dell'esercito era rilassata e la propaganda antiborbonica la diminuiva ancora, togliendo al trono un valido appoggio. Il bene che i Borboni avevano fatto al paese veniva negato, il male si esagerava grandemente, quindi pareva che la dinastia dovesse al primo urto cadere. Evidentemente condizioni nuove di ambiente, più volte ricordate, scotevano i Borboni e con essi il Regno delle Due Sicilie, anche indipendentemente dal valore e dalla insipienza dei singoli principi, preparando nuovi ordinamenti più conformi ai bisogni del Mezzo giorno e dell'Italia tutta. Altrettanto dicasi dello Stato pontificio e del Granducato di Toscana retti da principi personalmente virtuosi ed amanti del pubblico bene, ma così consapevoli della propria debolezza, che quasi non si muovevano per non farsi male. Anzi il primo chiamava per giunta a proprio sostegno nella sua capitale una guarnigione francese, mentre il secondo aveva solo nel 1853 lasciati partire i soldati del suo imperiale parente di Vienna. A Modena s'invocava la protezione austriaca e paventavasi per analoghe ragioni ogni novità. E più che mai questo facevasi a Parma, dove l'assassinio del duca Carlo III aveva fatto passare la corona al piccolo figlio Roberto e la direzione del governo alla vedova Luisa di Berry, ignara dei costumi del paese, incuriosa di conoscere i bisogni di questo, e pavida di qualsiasi innovazione democratica, come cieca seguace del più puro legittimismo francese. Nel Regno Lombardo-Veneto dopo il diffondersi delle idee nazionali nessun Governo straniero potevasi dire sicuro; e men di altri era sicuro il Governo austriaco, che le classi ricche accusavano d'impoverire economicamente il paese, che le classi povere avversavano per l'obbligo della coscrizione e per la severa applicazione delle tasse. Tutti poi erano più o meno commossi per le perquisizioni poliziesche e per i processi che colpivano spesso anche cittadini d'integra vita, cosicché ben pochi, specialmente nelle città e borgate popolose, difendevano il Governo straniero. E tutto il bene che l'Austria e gli altri Governi d'Italia facevano ed avevano fatto, od era coperto di oblio, o negato, tutto il male era messo in evidenza e con ogni mezzo esagerato. Così l'opera riformatrice compiuta dai primi Borboni a Napoli nel secolo XVIII, o si nascondeva, o si ricordava soltanto per mettere in peggior luce con il contrasto la politica dei loro successori. La condotta dei Borboni nel 1799 contro i repubblicani, nel 1820-21 verso i costituzionali, e prima e dopo di allora verso i diversi novatori, era presentata come effetto di naturale perversità di animo e di incorreggibile cattiveria di cuore. Di descrivere l'ambiente, in cui quei fatti erano avvenuti, di fare confronti con fatti simili svoltisi in ambienti somiglianti, nessuno si occupava. E quanto ai Papi chi studiava la vita reale dello Stato pontificio? Chi si accorgeva che ormai il papato tendeva a divenire una istituzione esclusivamente religiosa, a capo della quale i cattolici in tempo non lontano avrebbero messo uno straniero togliendole così ogni segno di ristretta politica italiana? Chi fra i novatori scrupolosamente esaminava la condotta dei Pontefici e dei loro amici in relazione colle condizioni del paese? E chi pensava a fare altrettanto in Toscana, dove pure erano evidenti le conseguenze di una politica lorenese, che, dati i tempi, poteva servire a molti di modello, e dove le virtù personali dei principi, l'amore al pubblico, il disinteresse, erano innegabili? E a Modella chi fra i novatori rammentava le cure usate da Francesco IV per lo sviluppo economico del paese, il desiderio che egli nutrì di fare il bene, la coscienza che riponeva nel compimento di ciò che stima il proprio dovere? E chi teneva conto al successore Francesco V dello zelo che questi poneva nel seguire i paterni esempi? E nel Lombardo-Veneto la amministrazione onesta ed adatta ai bisogni del paese, Ingiustizia civile bene impartita, l'alta coltura incoraggiata e relativamente libera, le larghe amnistie non rare dal 1856 in poi, e la cavalieresca condotta dell'arciduca Massimiliano, venuto nel 1857 a rappresentare in Milano il fratello Imperatore, eran tenute in poco o nessun conto. Anzi i liberali si scagliavano contro i non pochi amici, che osavano trovare in questi Governi qualche cosa di buono, temendo che la folla apolitica li sostenesse, o non seguisse con sufficiente entusiasmo il moto rivoluzionario. Senza dubbio il Governo straniero e i Governi italiani a questo congiunti dovevano cadere per un complesso di ragioni che siam venuti via via esponendo: bontà di amministrazioni e virtù di persone, come debolezze e difetti di nemici, avrebbero potuto ritardare la caduta, non evitarla, e così è chiaro perché lo sforzo dei novatori sarà appunto diretto a trovare virtù, e energie nelle proprie file e tutto il contrario nelle file avversarie. Quindi si spiega come fatti avvenuti in Piemonte, sostanzialmente identici a fatti avvenuti altrove, fossero in modo assai diverso giudicati; quindi si spiega come i ricordi del passato quando sembrassero nuocere al prestigio della Dinastia sarda venissero nascosti, tacendosi ad esempio le vittime dovute alla reazione sarda in Piemonte nel 1796, vittime forse meno illustri, ma certo più numerose di quelle fatte dai Borboni a Napoli nel 1799. Per questo si dimenticava la reazione piemontese sviluppatasi grandemente al principio del secolo XIX, si dimenticavano i fatti del 1821, le repressioni avvenute nei primi anni del regno di Carlo Alberto, o tutt'al più se ne parlava sottovoce e solo per attribuire quanto in quei ricordi v'era di spiacevole per un liberale, esclusivamente alle pressioni austriache che profittavano della bontà di principi e di principesse piemontesi. E se qualcuno di questi, o nel passato, o nel presente, avesse avuto bisogno d'indulgenza per qualche debolezza personale, l'indulgenza, e indulgenza plenaria, sarebbe stata toto corde concessa, affinchè la dinastia sabauda, pura di ogni macchia, ricca di ogni virtù pubblica e privata, potesse dirigere le sorti d'Italia. Tutte piccole cose, diciamo noi, sia che si esalti troppo un Governo, sia che se ne deprimano troppo altri. Il Piemonte più che la sua dinastia era in grado, come già dimostrammo, di porsi a capo del movimento italiano, sicuro di arrischiar nulla, fiducioso di acquistar molto. Le altre regioni d'Italia alla guerra contro lo straniero ed alla unità interna indubbiamente erano disposte, ma non avevano i mezzi per assumere nel campo della azione una parte direttiva e dovevano invece seguire, magari, perdendo qualcosa. E in questa rapida sintesi che deve mettere in evidenza i principii direttivi del Risorgimento più che le virtù e i difetti di singoli individui, ci basti l'avere dimostrato che alla vigilia di una grande guerra contro lo straniero, doveva fatalmente il pensiero degli Italiani rivolgersi all'esercito piemontese, come principalmente all'esercito piemontese si era rivolto nel 1848. La prima volta al condottiero di questo esercito facilmente i liberali perdonarono il contegno più volte discusso da esso tenuto, prima come reggente nel 1821, poi come re un decennio più tardi; la seconda volta al condottiero del medesimo esercito rinforzato per numero, disciplina ed armi ricorderanno plaudendo la fede serbata allo statuto, l'opposizione costante contro lo straniero. Piccole cose anche queste, noi crediamo, contrariamente al parere dei contemporanei, ma pur meritevoli d'esser ricordate, insieme con altre che noi crediamo più importanti. Le ragioni delle sconfitte del 1848-49 devono cercarsi al di fuori di Carlo Alberto, che tutt'al più potrà ritenersi il rappresentante di un determinato ambiente, e già lo facemmo; le cause delle vittorie militari e diplomatiche del 1859-60 devono cercarsi al di fuori di Vittorio Emanuele e dei suoi amici costanti, o d'occasione, guardando alle condizioni in cui erano allora l'Italia e l'Europa ed ai precedenti svariati, specialmente politici, che dovevano necessariamente avere le loro conseguenze. Le cose dette già molto giovano per intendere queste osservazioni; nel progresso del nostro rapido studio verrà brevemente accennato il resto. Il conte di Cavour sembra che avesse fino dal principio della sua vita politica una idea assai chiara della missione che al Piemonte spettava in Italia. Certo assai presto con ogni mezzo agevolò questa missione, attirando forze vive al suo paese, allontanando avanzi di antiche energie, ormai indebolite, o quasi morte, guardando con occhio acuto alle condizioni dell'Europa e dell'Italia e cercando di regolare, or frenando, ora incitando, quel movimento che da un pezzo era cominciato, e che, senza una guida esperta, si sarebbe compiuto probabilmente più tardi, con maggiori sagrifici di persone, ma fors'anche con maggiore vantaggio dei caratteri individuali e della compagine politica nazionale. Probabilmente persuaso che Napoleone III perseguiva un sogno di grandezza latina, convinto che desiderasse di prendere ogni occasione per dare alla Francia i confini naturali dai patriotti invocati, ritenne di poterlo avere amico offrendogli da una parte la Savoia, necessaria per portare il confine francese alle Alpi, ed aiutandolo ad indebolire la potenza tedesca togliendo all'Austria il Lombardo-Veneto per ingrandire il Piemonte, il quale sarebbe potuto essere anche in avvenire un prezioso alleato della grande politica francese. Persuadere Napoleone che tutto ciò avrebbe recato gloria e potenza al suo Impero era cosa molto facile, ma non tanto agevole riusciva il persuaderlo che la costituzione di un grande Regno nell'alta Italia non avrebbe fatalmente e in breve tempo condotto alla unità ufficiale, od almeno reale dell'intero paese, obbligando tutti i territorii italiani a stringersi, o, come stati soggetti, o, come provincie, al maggior fratello più ricco, più forte, adagiato nella fertile valle del Po od in diretto i apporto coi popoli più potenti e più attivi d'Europa. La missione quindi che il Cavour proponevasi presso Napoleone richiedeva tutta la sua abilità diplomatica. Procacciatasi la fiducia dell'Imperatore con una politica interna inspirata a criterii d'ordine e di libertà, necessarii in Italia e molto apprezzati a Parigi, acquistata la stima di esso con una politica estera inspirata a concetti, che, almeno apparentemente, dovrebbero procurare, armonia degl'interessi internazionali, potè per mezzo dei rappresentanti sardi a Parigi, e specialmente dell'abile Salvatore Pes di Villamarina, e di una stampa ben diretta, far nascere la convinzione che il Piemonte solo era in Italia uno stato degno di vivere, e capace di poter risolvere la questione italiana, non solo nell'interesse proprio e dell'Italia, ma con beneficio dell'Europa in generale e della Francia in particolare. L'importante era anzitutto la condanna dei rimanenti Stati italiani, come primo passo per dare all'Italia un altro assetto, od almeno un governo diverso ai suoi territorii. E non parlavano alcuni emigrati napoletani di porre un Murat, congiunto di Napoleone, sul trono delle Due Sicilie? E il trono dei Lorena in Toscana non poteva darsi ad un altro principe, che accrescesse in Italia l'influenza francese, e magari la potenza della famiglia napoleonica? Con questo non pretendiamo dire che proposte formali in tal senso venissero fatte: in cose tanto importanti, specialmente nella vita moderna, la diplomazia ha mille altri modi per farsi intendere. E nel 1858 ai bagni di Plombières bastava che Napoleone e Cavour di tali prerogative della diplomazìa facessero uso, e si limitassero a stabilire formalmente che occorreva anzitutto cacciare l'Austria dal Lombardo-Veneto per mezzo di un esercito franco-sardo che sarebbe sceso in campo, appena l'Austria avesse dichiarata la guerra al Piemonte. A suo tempo si penserà a preoccupare l'opinione pubblica annunziando l'idea di costituire in Italia quattro grandi stati: uno in alta Italia col Lombardo-Veneto fino all'Isonzo coi Ducati e colla Romagna; il secondo nell'Italia centrale colla Toscana, l'Umbria e le Marche ; il terzo coll'attuale Regno delle Due Sicilie; il quarto con Roma e colle poche terre circostanti lasciate al Papa il quale si sarebbe messo a capo di una confederazione italiana. Dei vecchi principi sarebbero rimasti soltanto Vittorio Emanuele II e Pio IX, quindi restavano disponibili due corone per due principi amici di Napoleone. Il trattato formale d'alleanza fu firmato a Torino al principio del 1859 (18 gennaio) e pochi giorni dopo fu seguito da una alleanza intima tra le Case Bonaparte e di Savoia col matrimonio del principe Girolamo cugino di Napoleone colla principessa Clotilde figlia di Vittorio Emanuele II (30 gennaio). |
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