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3. INTRODUZIONE

volume I |

Condizioni del Piemonte e della sua dinastia

Le simpatie verso la Casa di Savoia derivavano in parte dalle condizioni peculiari del Piemonte, come dicemmo, in parte dalla politica ultra conservatrice seguita dalle rimanenti monarchie italiane, che, esposte a maggiori pericoli della sarda, non potevano manifestare uno spirito antiaustriaco, né largheggiare in franchigie costituzionali. Esse dai fatti del 1848-49 avevano imparato come, generalmente per la debolezza delle dinastie, le costituzioni improvvisate sull'esempio di popoli stranieri e diversi, non frenavano le impazienze dei novatori più ardenti, mentre spaventavano quelle classi conservatrici, sulle quali le varie monarchie precipuamente si appoggiavano. In Piemonte la vecchia dinastia potè coll'aiuto dell'esercito, assai numeroso e disciplinato, della burocrazia e della magistratura, affezionate al principe, tenere fronte alle pretese dei novatori più spinti e conservar quindi le libertà costituzionali che chiamavano un ristretto numero di borghesi a collaborare colla aristocrazia e col principe. Giacché quella per la fiducia che godeva presso la grande maggioranza del popolo e spesso per la abitudine del comando, almeno pei primi tempi, seguiterà ad influire largamente sul Governo, occupando molti posti alla Camera ed al Senato e seguitando ad avere alti uffici militari e civili. Potrà pertanto la Corona chiamare intorno a sè uomini nuovi senza privarsi dell'opera e del consiglio di uomini abituati ormai per tradizione a considerare la propria fortuna strettamente unita a quella della Casa regnante. Quindi Vittorio Emanuele II, salendo al trono in momenti assai difficili, poteva fidare, e per la politica estera, e per la politica interna in forze che mancavano interamente, o scarseggiavano negli altri Stati d'Italia.
In Piemonte si era ancora lontani nella applicazione dello Statuto da quello spirito che prevalse più tardi, e che doveva necessariamente indebolire le antiche classi dirigenti ed isolare la Corona, facendo nascere l'opinione che tutta la vita del paese debba dipendere dalla volontà della nazione, manifestata periodicamente col suffragio elettorale. Quindi Vittorio Emanuele trovò larga adesione, quando sotto la responsabilità di Massimo d'Azeglio pubblicò il proclama di Moncalieri, che ai bigotti della Costituzione pareva una violenza della Corona, quindi Vittorio Emanuele fu confortato da larghe simpatie, assai superiori alle opposizioni, nella politica interna ed estera svoltasi sotto il ministero d'Azeglio e con maggiore intensità ed efficacia sotto il ministero di Camillo Cavour.
Il D'Azeglio, sgombrato il terreno dalla più urgente questione austriaca colla approvazione della pace austro-sarda, presentò al parlamento una serie di provvedimenti che dovevano svolgere largamente il principio statutario della uguaglianza negli istituti giuridici e nella equa ripartizione degli oneri e dei vantaggi. A questo desiderio parve soddisfare il progetto di legge, col quale il ministro di grazia e giustizia Giuseppe Siccardi proponeva di abolire il foro ecclesiastico. Questo progetto, combattuto da un gruppo di deputati nobilmente rappresentato da Cesare Balbo, e difeso da una maggioranza che trovò un efficace oratore nel giovine deputato Camillo Cavour, venne approvato, e mostrò, al disopra di qualsiasi altra considerazione, che si intendeva di respingere qualunque restrizione dello spirito statutario e si volevano favorire quei provvedimenti molteplici che (lo diremo colle parole di Cavour) « possano provare a tutti gli amici del progresso che questo si può ottenere mediante le nostre istituzioni costituzionali ». La discussione improntata a questi principi e la votazione che ne seguì, spostarono le basi del ministero d'Azeglio, che, perduto l'appoggio della parte più conservatrice, dovette cercare un compenso fra elementi più progressivi e chiamare a suo diretto collaboratore il conte di Cavour (1 ottobre 1850);
Questi come ministro di agricoltura col d'Azeglio, fino al 21 maggio 1852, e quindi come presidente del Consiglio dal 4 novembre dello stesso anno, tutto fece per isvolgere largamente in ogni ramo della pubblica amministrazione il concetto espresso nella difesa della legge Siccardi. Concludendo trattati di commercio colla Francia, coll'Inghilterra e col Belgio intese proteggere gli interessi economici sardi nei rapporti con quelle floride nazioni, ma non si lasciò sfuggire l'occasione di affermare (come fece difendendo dinanzi alla Camera il trattato colla Francia) che i benefìci materiali avrebbero consolidata « quell'unione tanto desiderabile che deve regnare tra i liberi popoli dell'occidente dell'Europa » (21 gennaio 1851). In tali principi insistette prendendo il 19 aprile 1851 il portafoglio delle finanze che gli dava un'autorità maggiore nel gabinetto, tanto che egli poteva in esso dirigere una corrente favorevole a riforme interne sempre più importanti, e altresì disposto a chiamare al governo Italiani di altre provincie. E così ritornavasi ad un principio che era stato applicato in un momento assai grave al tempo della guerra e delle annessioni del 1848, senza che ora esistessero quelle condizioni eccezionali. E Luigi Carlo Farini, compromesso politico romagnolo, divenuto pochi mesi dopo ministro della pubblica istruzione, parve indicare un indirizzo troppo audace e dovette presto ritirarsi col Cavour per lasciare il posto ad elementi più conservatori (21 maggio 1852). Ma questi caddero pochi mesi dopo dinanzi ad un nuovo ministero « francamente liberale » (4 novembre 1852). In questo Cavour ebbe la presidenza e le finanze, poi anche gli affari esteri, che richiedevano ormai la guida di un uomo autorevole che sapesse contemperare l'audacia con raffinata prudenza.
Allora nelle varie parti d'Italia i Governi sempre più tornavano ai sistemi già in uso prima delle grandi riforme, e i vinti del 1849 nei paesi nativi ed all'estero si organizzavano per tentare novità. Il Governo sardo ne aveva un saggio vigilando la condotta degli emigrati dimoranti nel suo territorio, e poteva saperne di più volgendo lo sguardo al di là del Ticino ed esaminando i rapporti dei suoi rappresentanti all'estero. E, com'è naturale, di tutti i mezzi valevasi per avere buone informazioni e per agire in conseguenza. E studiava specialmente la propaganda dei cospiratori nel Lombardo-Veneto, della quale cominciò a profittare apertamente quando i processi di Mantova ed il tentativo del 6 febbraio 1853 a Milano accrebbero il rigore del Governo austriaco. Il ministero sardo ordinò di allontanare gli emigrati dal confine lombardo
e fece processi a chi dalla Lomellina aveva tentato di portare armi e munizioni ai ribelli di Lombardia, tentando così di purgarsi presso le Potenze e presso l'Austria dall'accusa di fomentare disordini contro questa; ma al tempo stesso protestò contro il sequestro eseguito dalle autorità austriache sul patrimonio degli emigrati Lombardo-Veneti, in parte dimoranti nel Regno sardo e divenuti sudditi di questo.
Di qui il richiamo degli ambasciatori: dell'austriaco da Torino e del piemontese da Vienna, di qui l'accentuarsi ed il chiarirsi della politica sarda che ormai prendeva un carattere schiettamente nazionale e si poneva di fronte allo straniero. Qualunque Stato italiano avrebbe pagato ben caro un simile atteggiamento, forse perdendo la propria indipendenza, il Piemonte nulla vi perdette, protetto soprattutto dalla posizione sua, che spingeva l'Europa, e specialmente la Francia, a premunirlo da un assorbimento austriaco. Potè così il Cavour mantenere la sua politica audace, che altrove sarebbe stata fatale, e potè ritemprare l'animo dei Piemontesi coll'accrescerne la fiducia in se stessi e nell'avvenire della loro regione e dell'Italia. E se non teniamo conto di tali peculiari condizioni del Regno sardo non capiremo molte leggi promulgate sotto il ministero Cavour, specialmente relative a materie economiche ed ecclesiastiche. Fra queste ricordasi la legge per la soppressione di alcuni Ordini religiosi, presentata dapprima come un provvedimento finanziario destinato a procurare i mezzi per aiutare i chierici poveri, ma rivelatasi presto come legge voluta, per indebolire la potenza del clero, che sembrava pericolosa, mentre lo Stato si andava spogliando di cospicue forze conservatrici tradizionali. E neppure capiremo provvedimenti minori contrarii allo spirito municipale di molti Piemontesi, ed apertamente diretti a favorire aspirazioni nazionali, attirando verso Torino gli sguardi e le speranze di molti Italiani d'ogni provincia. E meno intenderemo la politica estera, e specialmente alcuni speciali episodii di essa, quale ad esempio quello relativo alla guerra di Crimea. Un contrasto fra gl'interessi delle Potenze occidentali e la Russia nell' Oriente aveva consigliato Francia e Inghilterra a difendere i Turchi contro i Russi nella guerra che questi avevano nel 1854 dichiarata per difendere i cristiani dell'Impero ottomano e specialmente per provvedere alla sorte dei territorii danubiani soggetti alla Turchia, ma per mille ragioni assai cari alla Russia ed all'Austria. Il Regno sardo fu lieto di unire le proprie truppe a quelle dell'Inghilterra e della Francia dando così alle grandi Potenze la prova che la Sardegna era capace di trattare degnamente questioni d'indole generale, ed offrendo ai proprii ufficiali occasione
propizia per dimostrare il progresso compiuto dopo la sconfitta di Novara. Il ministero sardo sperava inoltre di mettere in cattiva luce l'Austria rimasta in diffidente aspettativa, e di attirare le simpatie dell'Europa sulle cause sostenute dal Piemonte contro l'Austria. E di ciò erano tutti così convinti, che il Dabormida, ministro degli affari esteri, avrebbe voluto accettare l'alleanza delle Potenze occidentali a condizione che queste s'impegnassero ad intervenire per indurre l'Austria a togliere il sequestro dai beni degli emigrati lombardo-veneti divenuti sudditi sardi. La condizione posta dal Dabormida non poteva essere accettata, ma fu bene che venisse fatta, tanto per rivelare l'interessamento che la sorte degli emigrati destava pure nelle sfere politiche sarde, quanto per dare al conte di Cavour, divenuto ministro degli affari esteri dopo il ritiro del Dabormida, una forza nuova per sostenere nei rapporti colla diplomazia europea una politica nazionale.

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