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3. INTRODUZIONEvolume I |
Nuove agitazioniNon tutti gli emigrati si resero conto della politica sabauda, ma molti la compresero benissimo subito, altri la intesero più tardi, e tutti considerando il Piemonte come un sicuro asilo del liberalismo italiano, contribuirono assai, prima a far risorgere la fiducia delle popolazioni italiane verso il Piemonte, poi a farla crescere in modo da consentire alla politica sarda una parte preponderante nella unificazione d'Italia. L'aver in massima accolto gli emigrati, mentre altri Stati italiani li cacciavano, l'aver costretto solo pochi cittadini del Regno a lasciare la patria per ragioni politiche, l'aver conservato lo Statuto, che altrove non era rispettato, o veniva tolto addirittura, giovarono molto al Piemonte, verso il quale la fiducia di altri nasceva o veniva confermata per la considerazione che il Regno sardo aveva tutto l'interesse e molti mezzi per combattere la dominazione straniera e unificare l'Italia. Quando la gente riflessiva sa che gli alleati hanno tutto l'interesse a corrispondere alla fiducia in loro riposta li segue volentieri, mentre per lo meno nutrirebbe dei dubbi se dovesse fare appello soprattutto a sentimenti generosi e a gravi sagrifici. Tutta ciò nella sostanza a molti pareva chiaro fino dal 1848, e tutto ciò costituisce indubbiamente un elemento prezioso per intendere la storia successiva d'Italia.Altri emigrati dimoranti nei possedimenti sabaudi ed all'estero, e molti loro amici rimasti nei diversi Stati italiani, non avevano fiducia nel Piemonte, pur riconoscendone la forza e le peculiari condizioni che gli consentivano di osare con speranza di successo, senza grave pericolo d'essere assorbito in caso di sconfitta, anche più di quanto aveva osato nei secoli precedenti, durante i quali visse e crebbe soprattutto-profittando della politica delle grandi Potenze vicine. Quasi tutti costoro erano repubblicani, cresciuti di numero e di spirito, dopo l'armistizio di Salasco, cresciuti ancora dopo la battaglia, di Novara e dopo i fatti che la seguirono. Parecchi di essi costituirono a Londra il comitato nazionale italiano per dirigere l'azione rinnovatrice d'Italia e formare una repubblica indipendente (8 settembre 1850). Del comitato era anima Giuseppe Mazzini, che, svolgendo il noto programma democratico, più che mai diffidava dei principi, e cerniva di sollevare l'Italia per mezzo del popolo italiano e degli altri popoli d'Europa, già indipendenti e liberi, e magari dei popoli oppressi, che, insorgendo concordi contro gli oppressori, ne fiaccassero dovunque la potenza. Nell'uso dei mezzi peraltro e nei particolari dello scopo da conseguirsi i membri del Comitato e gli aderenti furono spesso discordi, il che nei primi tempi affievolì l'azione. Inoltre il trionfo dell'Impero in Francia, contrariò molto il Comitato, il quale aveva sperato in una Repubblica democratica desiderosa e capace di soccorrere tutti i popoli oppressi. Invece l'Impero avrebbe fatto l'opposto cominciando subito coll'incoraggiare gli operai francesi a curare i soli materiali interessi, secondo gli insegnamenti di quel socialismo che, a dire del Mazzini,. aveva «sostituito al problema dell'umanità un problema di cucina dell'umanità, ponendo come scopo della vita la ricerca della felicità, mentre la vita è una missione, il compimento di un dovere». Il modo diverso di apprezzare gli avvenimenti francesi accrebbe le discordie fra i repubblicani italiani: alcuni di essi videro con simpatia la fortuna di Napoleone III ritenendo che questi, dopo aver provveduto al benessere materiale della Francia, avrebbe pensato alla gloria di questa portandone i confini al Reno con una guerra che all'Italia avrebbe indubbiamente giovato. E forse (chi sa?) qualcuno di essi aveva intuito che Napoleone nel suo sogno di gloria francese avrebbe stretto intorno a sé i popoli latini, divisi politicamente, e taluni anche dilaniati da grandi dissensi interni. Della gloria francese raggiunta coll'aiuto dei popoli latini, questi sarebbero stati partecipi, dopo aver distrutto anzitutto il primato germanico, che della indipendenza morale e politica dei latini era il nemico più temibile. Quindi non si creda che tutti i repubblicani italiani fossero d'accordo nel giudicare severamente Napoleone; anzi alcuni di essi, ripetiamo, non solo vedevano con simpatia la sua vittoria, ma da questa aspettavano grandi beneficii per l'Italia. Questi repubblicani ed altri ancora credevan pertanto che si dovesse guardare con occhio benevolo lo svolgimento della politica napoleonica, nel frattempo organizzando saldamente i novatori italiani in Italia ed all'estero e provocando accortamente dei moti insurrezionali, sia per tener desta l'attività degli amici, sia per dimostrare all'Europa che una questione italiana esisteva e che non era stata, davvero risoluta colle battaglie del 1849 e coi fatti a queste seguiti. Nel principio di organizzare erano d'accordo tutti i liberali, compresi quelli che avrebbero voluto dare all'Italia una federazione repubblicana o monarchica, o che speravano di riunire l'Italia tutta sotto una sola monarchia: differivano invece sulla opportunità dei singoli moti insurrezionali, che alcuni avrebbero voluto rinviare, altri provocare in un luogo soltanto, altri infine eccitare contemporaneamente in più luoghi. Da questa varietà di apprezzamenti verranno: dispersione di forze, discordie fra i patriotti, recriminazioni ed attacchi reciproci che spargeranno la diffidenza trai gregari, produrranno il raffreddamento dell'entusiasmo, non permettendo di poter degnamente utilizzare questo elemento prezioso di vittorie popolari. In mezzo a tali contrasti si agita un gruppo di repubblicani raccolto intorno a Giuseppe Mazzini deciso sempre all'azione, dovunque e ad ogni costo. Questo gruppo non si arresta dinanzi alle obiezioni degli amici repubblicani, o dei patrioti di altra scuola che spesso portano maggiore acume nello esame della realtà, maggiore prudenza nel preparare e iniziare l'azione. Mazzini crede che l'operare giovi sempre: una sconfitta, creando vittime, può contribuire quanto una vittoria al trionfo della giustizia, il sagrifìcio, il martirio di oggi, preparano la vittoria di domani. Il suo spirito profondamente religioso subisce l'influenza delle massime e della storia del cristianesimo, per cui il martire non è soltanto meritevole di onori per il disinteressato sacrificio di sè, ma pur anche per l'aiuto dato al trionfo della buona causa. Di qui la spinta, o l'approvazione che Mazzini da generalmente a tutti i moti, di qui l'inno di gloria che innalza alle numerose vittime che questi fecero in Italia prima e dopo il 1849. Ebbero pertanto il suo appoggio, sentirono il suo spirito e profittarono del suo consiglio, e talora della sua direzione, i comitati rivoluzionarii organizzati fino dal 1850 in Lombardia, in quella Lombardia, dove il Governo austriaco colla vigile polizia e colle forti guarnigioni non poteva lasciare ai cospiratori molta probabilità di riuscita. Scoperti alcuni di questi a Mantova, si raccolsero le prove della vasta organizzazione rivoluzionaria che si era formata nel Lombardo-Veneto. E così nel 1852-53 si instruirono processi, si pronunziarono condanne, e a morte e ad altre gravissime pene, condanne, che inspirarono ira e pietà anche per le doti preclare di alcuni condannati, i quali, come Grazioli, Grioli, Da Canai, Montanari Poma, ecc, tra gli uomini di lor condizione, sacerdoti, professionisti, nobili, ecc, si consideravano egregi per non comuni virtù personali (martiri di Belfiore). La scoperta della polizia, la sua vigilanza, la discordia e la scarsa preparazione dei cospiratori impedirono allora un largo movimento rivoluzionario; anzi, tutto si ridusse ad un tentativo in Milano, che venne facilmente represso (6 febbraio 1853). Le discussioni, cui dettero luogo i preparativi che precedettero il tentativo del 6 febbraio a Milano, indebolirono in molti la fiducia nei moti poco studiati, e accrebbero le discordie fra i repubblicani, alcuni dei quali allontanatisi da Mazzini, non di rado accingevansi ad entrare addirittura nelle file di quei monarchici liberali che speravano nella Casa di Savoia, file, che si accresceranno ancora coll'adesione di repubblicani non mazziniani o di liberali, che per l'addietro avevano fidato in altri principi. |
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