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3. INTRODUZIONE

volume I |

La politica del Regno di Sardegna

Ed in Piemonte come si discusse, or lodando, or biasimando, quasi sempre eccessivamente, Carlo Alberto, si fece così di Vittorio Emanuele con grave danno del principio monarchico. Il Governo sembrava che dovesse imporsi, non più per l'autorità sua, ma per i meriti dei governanti, i quali dovendo reggersi sopra un popolo sempre meno disciplinato e docile, dovettero ricorrere a mezzi svariati, talvolta anche poco buoni, per far accettare la propria politica.
Questa nel Regno di Sardegna, dopo la approvazione della pace conclusa coll'Austria parve per alcun tempo diretta al miglioramento economico del paese ed alla riorganizzazione dell'esercito che era stato crudamente colpito nelle ultime guerre. Il Ministero d'Azeglio, che tenne il potere sino al 21 maggio 1852, ebbe la responsabilità del Governo nei primi difficilissimi mesi del nuovo Regno, durante i quali venne costretto, fra altro, a ristabilire l'autorità regia a Genova ribellatasi dopo la disfatta di Novara, e a condurre in porto la pace coll'Austria. E dovette pure tenere una politica prudente verso gli emigrati che dagli stati italiani ove di fatto erasi restaurato l'assolutismo, si recavano in Piemonte. Ai Governi, che cacciavano, o lasciavano partire i principali compromessi politici, piaceva indubbiamente che questi venissero accolti in Piemonte, ed il Governo toscano, per esempio, pregava il Governo sardo di non creare difficoltà alla dimora di sudditi toscani che per la vicinanza alle case loro si recavano nelle limitrofe terre liguri. Ma nessuno Stato poteva desiderare che i suoi sudditi emigrati nel vicino Piemonte complottassero, d'accordo o no, cogli ospiti, contro i Governi del loro paese, e che nella politica piemontese vedessero un incentivo a preparare rivolte per accrescere il territorio della Casa di Savoia. Il Governo sardo, da parte sua, né poteva, né voleva contrariare in genere le aspirazioni degli esuli, dalle quali era facile prevedere un vantaggio per il Piemonte, se questo fosse riuscito ad apparire sostenitore di principii liberali, sia pur temperati, e fautore di una politica nazionale, che avesse potuto destare speranze nelle popolazioni direttamente soggette allo straniero. Ma non credeva neppure sempre utile sbilanciarsi troppo con pericolo di complicazioni interne ed estere. E per questo, soprattutto nei primi tempi, la politica sarda fu piuttosto incerta; si accolsero gli esuli, ma si invitarono a lasciare i paesi confinanti colla Toscana o colla Lombardia, si accolsero anche notorii repubblicani, ma si sottoposero alla vigilanza continua della polizia, che li fornì di speciali libretti personali per poterli meglio riconoscere come faceva con tutti gli emigrati, ma tenne d'occhio, specialmente essi, temendo che da soli, od uniti coi repubblicani del paese, attentassero alle istituzioni monarchiche. E tale sorveglianza in principio si esercitò con particolare zelo sul confine lombardo, in quei paesi che avevano stretti rapporti quotidiani colle città soggette all'Austria, e che erano affollati da emigrati lombardo-veneti, i quali, appunto profittando di tali rapporti quotidiani si tenevano facilmente in relazione con parenti ed amici rimasti in patria. Nel contegno verso tali emigrati sembra che il Governo sardo desiderasse togliere all'Austria qualunque motivo di lagnanza, e togliere agli emigrati il mezzo di organizzare rivolte che senza nessuna speranza di successo avrebbero irritata l'Austria contro il Piemonte punto preparato ad un'azione decisiva.

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