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3. INTRODUZIONE

volume I |

La reazione

La battaglia di Novara segna il principio della restaurazione. Poche terre italiane si oppongono ancora per qualche tempo. La città di Brescia combatte valorosamente per alcuni giorni (Le dieci giornate), ma è vinta, la Sicilia ritorna sotto il Governo borbonico e subisce nuovamente l'unione con Napoli, Roma dai Francesi è riconsegnata al Papa, essendo riuscita vana la difesa delle truppe già pontificie, dei numerosi volontarii romani e di altri accorsi da ogni parte d'Italia quasi a confermare che il concetto dell'unità italiana sempre più si estendeva, e dava nuovi frutti nel campo dell'azione (4 luglio 1849). Il generale Bartolommeo Galletti potò comandare soldati valorosi d'ogni parte d'Italia, che, raggruppati in numerose legioni ed in molti battaglioni furono bene guidati da ufficiali spesso già famosi per precedenti imprese, quali ad esempio, Giuseppe Garibaldi, Giacomo Medici, Luciano Manara. E sorte identica ebbe Guglielmo Pepe a Venezia, che potè fino al 24 agosto tener fronte agli Austriaci comandando ufficiali e soldati che vedevano in Venezia l'Italia e che credevano di rendere omaggio alla unità nazionale combattendo in favore di essa. Le difese di Roma e di Venezia prolungatesi fino all'estate del 1849, furono logica continuazione del lavoro unitario cominciato da lungo tempo e per il quale in sostanza, molto si era fatto nel 1848.
Le sconfitte del 1849 parve che dovessero distruggere in tutte le sue parti il programma nazionale e che non si potesse più parlare neanche di libertà costituzionale. Nel 1848, specialmente nel primo semestre, la monarchia costituzionale pareva universalmente accolta e gli assolutisti ed i repubblicani sembravano scomparsi. Ma presto le cose mutarono dovunque. Infatti dopo l'armistizio Salasco la monarchia Sarda molto perdette in Piemonte e fuori a vantaggio dei repubblicani delle varie scuole e degli antichi avversarii d'ogni innovazione i quali erano d'accordo coi repubblicani nel criticare i principi riformatori e per conto proprio attribuivano spesso gli errori di questi all'indole del sistema da essi sostenuto. Carlo Alberto dovette riprender le armi, sia per non aver potuto concludere coll'Austria una pace conveniente, sia per far cessare gli attacchi che nel suo stato e nella rimanente Italia riceveva, tantoché impreparato e senza la sicurezza di ricevere dal di fuori adeguati rinforzi, riprese una campagna che doveva riuscirgli fatale. L'aver ceduto alle critiche ed alle intimazioni, che dopo la battaglia di Custoza o l'armistizio Salasco gli piovvero addosso, l'aver permesso che un generale straniero, Czarnowski, guidasse le sue truppe e desse ordini al Re stesso, ai suoi figli, ai suoi generali, poco valse a far tacere le critiche dei democratici estremi, molto contribuì piuttosto a diminuire il prestigio monarchico e il prestigio personale di Carlo Alberto.
Gli avvenimenti di Toscana e di Roma nell'autunno del 1848 e al principio d'inverno del 1849, che portarono un fiero colpo ai monarchi costituzionali e condussero al potere i repubblicani, come a Roma (9 febbraio, proclamazione della repubblica), i repubblicani, alquanto temperati da partiti considerati affini, come a Firenze (febbbraio costituzione del triunvirato) confermano lo sminuire della forza monarchica, l'aumentare delle forze repubblicane, che ancor più si accentuarono dopo che i Sardi furono sconfitti a Novara (23 marzo 1849). Allora i repubblicani delle varie scuole si credettero destinati a reggere le sorti d'Italia, e novatori fra i più audaci assunsero il Governo a Roma, e provocarono l'insurrezione di Genova.
Messi in disparte questi audaci, per mezzo di forze interne o straniere, riprendevan coraggio gli ultraconservatori che negli ultimi disastri avevano dichiarato e dichiaravano responsabili i novatori più ardenti, come quelli che avevano spinti i Governi a guerre non preparate. Allora dovunque succede un periodo di reazione: gli spiriti temperati si allontanano, rimangono gli estremi: repubblicani ed assolutisti sembrano destinati a contendersi la direzione delle cose d'Italia: più forti i primi inaugurarono di nuovo l'assolutismo, larvato in Piemonte, con un Parlamento eletto da pochi e ligio al Governo, palese altrove coi principi restaurati o liberati dai freni che aveva l'insurrezione poco prima creati. Un osservatore superficiale, ignaro della recente e lontana storia d'Italia, e sciolto dai partiti politici contendenti, avrebbe potuto giudicare ristretta in questi limiti la lotta, e che fosse escluso quel partito medio il quale si era per un momento fatto innanzi sostenuto da un gran numero di cittadini. Ma così non era. L'accrescersi delle falangi assolutiste e dei drappelli repubblicani è semplice effetto di reazione impulsiva, e non può durare. Il lavorio che si era compiuto in Italia, specialmente nell'ultimo trentennio, non si poteva distruggere, e le esagerazioni stesse dei repubblicani e degli assolutisti contribuiranno a metterne in evidenza gli effetti.
Ma poi non dimentichiamo che in Italia già da un pezzo erano praticamente piccole le differenze tra i principali partiti. Paragonando i più lontani, assolutisti e repubblicani, non dobbiamo immaginare che i primi rappresentassero sul serio il dominio esclusivo d'una ristretta classe di persone diretta da un solo, e che i repubblicani, fossero tutto il popolo senza distinzione alcuna, compresi coloro, che, privi di coltura e viventi lontani dalla vita civile più intensa, parevano sol curanti di personali e materiali interessi: tutt'altro. La monarchia austriaca e le altre monarchie che reggevano l'Italia, tranne in parte la napoletana e la pontificia, troppo avevan perduto dell'antico regime monarchico e ormai pareva che si reggessero sulla moltitudine, anziché sopra una determinata classe. E mentre ciò produceva un graduale indebolimento di esse, e sostituiva il governo personale al governo di un sistema, avvicinava più che non sembri la monarchia alla repubblica togliendo ad entrambi quel carattere esclusivista che teoricamente assai bene distingue l'una dall'altra.

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