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3. INTRODUZIONE

volume I |

Le grandi riforme, le insurrezioni e le guerre (1846-49)

Lo scarso affiatamento fra le due parti del Regno, la poca disciplina dell'esercito, le offese assai di frequente recate all'ordine pubblico ed alla retta amministrazione, rendevano difficili le condizioni del Governo borbonico quando in tutta Italia si iniziarono le grandi riforme. Il desiderio di queste era già assai diffuso nel Regno e più diffuso ancora fra gli esuli napoletani, i quali sperarono di poter tornare liberi in patria dimenticando in quella occasione anche le aspirazioni schiettamente rivoluzionarie, che alcuni di essi avevano avute. Siamo giunti al tempo, in cui le grandi riforme costituiscono la caratteristica della politica e qualunque principe, che, magari mirò ad accrescere l'autorità propria col modificare le istituzioni del suo stato, passa facilmente per generoso riformatore.
E ciò avvenne in larga misura a Roma, quando a Gregorio XVI poco dopo i rigori usati contro i ribelli di Romagna, succedette il cardinale Giovanni Mastai Ferretti che prese il nome di Pio IX, mentre il programma dei neoguelfi era in onore, e, secondo esso, molti aspettavano il papa riformatore (16 giugno 1846). Il cardinal Mastai nella sua carriera, di diplomatico e di vescovo nulla aveva fatto per dimostrarsi fautore di novità, ma aveva osservato le debolezze del Governo pontificio e pensato di rimediarvi ritornando a sistemi amministrativi caduti coll'invasione francese, cosa questa, che molti altri volevano anche presso la Curia romana, e che era tutt'al più un indirizzo riformatore tutto proprio allo Stato ecclesiastico. Il Mastai soprattutto si era occupato di cose strettamente religiose dimostrando grande bontà di animo, facilità nel perdonare, transigenza continua, tanto più notata in un tempo, in cui l'autorità ecclesiastica veniva accusata, di aiutare i rigori del Governo. La amnistia con cui Pio IX festeggiò il trigesimo del suo pontificato (16 luglio), l'invito del cardinal Gizzi, segretario di stato, alle Congregazioni municipali ed ecclesìastiche ed ai notabili delle provincie, perché suggerissero i mezzi più idonei per migliorare l'educazione del popolo (8 agosto 1816), la censura laica della stampa (15 marzo 1847), il progetto di una unione doganale con Toscana e Piemonte, la riorganizzazione e l'ampliamento della Guardia civica, prima in Roma, poi in tutto lo stato (5 luglio 1817) fecero credere ad una politica innovatrice, che, sorretta. da forze popolari militarmente organizzate, avrebbe potuto unire i principi d'Italia per accrescere le relazioni reciproche dei loro popoli e provocare la guerra contro lo straniero, guerra che entrava nel programma dei novatori tutti d'ogni parte d'Italia. Di qui l'occupazione austriaca di Ferrara e le vivaci proteste del cardinal legato Ciacchi (17 luglio '47) che un coro di simpatie verso il Papa sollevarono in Italia insieme a minacce contro l'Austria. Questa presto ritirerà le sue truppe, ma il Papa continuerà ancora per qualche tempo a creare nuovi istituti amministrativi, che parvero andare oltre i confini di semplici riforme di dettaglio per condurre a mutazioni profonde del Governo pontificio, malgrado gli schiarimenti e le proteste del Pontefice desideroso di evitare una simile interpretazione de' suoi atti. Così egli affidava l'amministrazione del Comune di Roma a 100 consiglieri eletti per la prima volta da lui fra nobili, possidenti, commercianti, professionisti ed ecclesiastici, ma da eleggersi in seguito per opera dei consiglieri anziani stessi (2 ottobre 1847), e, si creava la Consulta di stato presieduta da un cardinale e costituita da cittadini scelti dal Governo su terne proposte dalle Congregazioni provinciali, Consulta chiamata a dare soltanto dei pareri e priva affatto del carattere di assemblea politica deliberante, come spiegò chiaramente Pio IX stesso rivolgendo la sua parola alla Consulta il 15 novembre 1847. Ma le spiegazioni del Papa non valevano a contenere l'entusiasmo del popolo regolato dalle varie società (Circoli del popolo) che in tutta Italia avevano acquistata una grande importanza. Nel suo Stato e fuori gli atti pontificii si interpretarono come un invito al popolo a governare se stesso e ad acquistare la propria indipendenza, L'organizzazione del Consiglio dei ministri (30 dicembre 1847), il proclama col quale il 10 febbraio 1848 Pio IX innalzava un inno alla religione ed al papato invocando sull'Italia credente, difesa dal mondo cattolico, la benedizione di Dio, furono intesi come un nuovo passo sulla strada delle grandi riforme e della guerra contro lo straniero. Il Papa invano aveva avvertito ch'egli non intendeva mutare le basi dello Stato, come altri avrebbe voluto, che egli non voleva far la guerra a nessuno: ormai gli atti pontifìcii venivano interpretati diversamente e nulla contava la interpretazione autentica data dall'autore di essi. Le dimostrazioni in tutta Italia, ed anche all'estero, non si contano più, le pressioni dell'opinione pubblica sui Governi italiani e sopra Pio IX diventano fortissime, e quest'ultimo s'induce a nominare presidente del Consiglio dei ministri Giacomo Antonelli, ritenuto fautore di grandi novità (10 marzo 1848) ed a concedere un vero e proprio Statuto (12 marzo 1848). Siamo ormai arrivati a radicali trasformazioni interne ed alla guerra contro lo straniero.
Pio IX in questo era stato preceduto e sarà seguito a breve distanza dai maggiori principi d'Italia, tra i quali sembrerà possibile una intesa a tutela reciproca della propria indipendenza. Il carattere nazionale attribuito alla politica romana si accentua: il giorno stesso, in cui a Milano comincia l'insurrezione, a Roma il ministro Gaetano Recchi ordina che la bandiera pontificia sia fregiata della cravatta tricolore (18 marzo), e pochi giorni appresso, cacciati gli Austriaci da Milano, e contro di essi dichiarata la guerra da Carlo Alberto, che pure metteva il tricolore, Pio IX pregava Leopoldo II di trattare coi Re delle Due Sicilie e di Sardegna per concludere coi rappresentanti del Lombardo-Veneto insorto una lega militare difensiva. Nulla di concreto si concluse, mentre peraltro le milizie toscane e napoletane si avviavano verso l'alta Italia e le milizie pontifìcie, ingrossate da volontarii marciavano verso la Romagna coll'ordine di tutelare i confini pontifìcii, diceva il Governo, coll'intesa di unirsi agli altri Italiani contro l'Austria, credevano molti. E di questa partecipazione diretta del Governo romano alla guerra parlava il Ministero il 25 aprile in un memoriale presentato al Pontefice, il quale quattro giorni appresso dichiarava di non poter fare la guerra. La politica di Pio ora apparisce chiara nella allocuzione ai cardinali. Egli con questa allocuzione e cogli atti successivi mostra di volersi limitare alla difesa del proprio Stato, e di voler conservare l'amicizia coll'Austria, pur non potendo impedire che alcuni suoi sudditi la combattano a proprio rischio e pericolo. Non insiste nella conclusione della lega militare difensiva da poco progettata e si limita a mettere le proprie truppe, che, senza suo ordine avevano passato il confine, sotto la protezione di Carlo Alberto, perché possano essere trattate come belligeranti, offre la propria mediazione e manda Mons. Monchini a Vienna per indurre l'Austria a lasciare il Lombardo-Veneto.
L' allocuzione del 29 aprile e l'indirizzo che conduceva subito, o doveva condurre presto, la politica pontifìcia agli atti sopra accennati e ad altri di simil natura, provocò la crisi ministeriale e la costituzione del Ministero Mamiani annunciato il 4 maggio 1848. Sotto questo si compiono le elezioni politiche, si convocano le camere: alto consiglio, e consìglio dei deputati (5 giugno), si allarga la libertà della stampa (3giugno) ma non si riesce a dare un indirizzo pacifico alle relazioni coi principi italiani e coll'Austria, nè ad impedire che questa, vittoriosa contro Carlo Alberto, occupi le Romagne (3 agosto) che vennero sgombrate solo dopo la resistenza di Bologna (7-8 agosto '48) e le vivaci proteste del nuovo Ministero Fabbri, succeduto il 7 agosto al Ministero Mamiani. I lavori parlamentari procedono a stento, ed il 20 agosto si prorogano al 15 novembre; l'ordine pubblico è spesso turbato sotto l'impressione delle sconfitte del Lombardo-Veneto e dell'armistizio che Carlo Alberto aveva dovuto concludere coll'Austria, e i Ministeri si succedono deboli ed incerti.
Sotto il Ministero di Pellegrino Rossi doveva avvenire la riapertura della sessione parlamentare, ma, mentre il 15 novembre il Rossi recavasi al palazzo della Cancelleria per inaugurarne i lavori, fu assassinato nell'atrio del palazzo stesso, senza che si scoprisse il reo e senza che si prendessero provvedimenti efficaci per riparare al danno che la morte del Ministro avrebbe recato alla pubblica cosa. Il Consiglio dei deputati riprese, così per dire, i suoi lavori senz'altro, al Governo,
dopo il tentativo di un Ministero Galletti-Rosmini, salì il Muzzarelli, che dovette lasciare la via aperta alle incognite di una Costituente. Pio IX partì per Gaeta il 24 novembre abbandonando Roma in preda alle più grandi incertezze, in mezzo alle quali prevalsero i novatori più ardenti, che, convocata la Costituente (9 dicembre 1848) per mezzo di questa rovesciarono il potere temporale sostituendolo colla Repubblica romana (8-9 febbraio 1849). Armellini, Montecchi e Saliceti ebbero il potere esecutivo, che tennero in mezzo a difficoltà gravissime sino verso la fine di marzo: allora l'impressione prodotta dalla sconfitta di Novara indusse al ritiro i reggitori, dei quali peraltro uno, l'Armellini, tornò al Governo costituendo il triunvirato insieme coi nuovi nominati: Giuseppe Mazzini e Aurelio Saffi (29 marzo).

Come le riforme di Pio IX, e soprattutto l'interpretazione che a queste dettero i novatori, ebbero una larga eco in tutta Italia, così dovunque produssero grande impressione gli avvenimenti successi a Roma dall'aprile del 1848 in poi.
Nell'Italia Meridionale e nella Sicilia per il primo anniversario della elezione di Pio IX si fecero clamorose dimostrazioni, che al di là del Faro presero presto un carattere antiborbonico, in gran parte simile a quello che si era rivelato nel 1820. E ciò si vide meglio al principio del 1848 allo scoppio della insurrezione (12 gennaio) colla vittoria dei ribelli, prima nella Capitale, poi in tutta l'Isola, e colla costituzione di un Governo provvisorio, che convocò un parlamento nazionale siciliano, (diviso in due rami dei Pari e dei Comuni) il quale si rese arbitro delle sorti del paese. Il movimento siciliano tanto più commosse il Governo di Napoli in quanto era preceduto e seguito da dimostrazioni e da disordini nelle provincie continentali, e specialmente in Calabria, dimostrazioni e disordini che il Re sperò di calmare promettendo alle due parti del Regno una Costituzione unica sul tipo di quella che avea retta la Francia sotto Luigi Filippo, e che nel 1848 servì di modello ai principi riformatori italiani a Napoli e altrove (29 gen. 1848). La Costituzione promulgata il 10 febbraio parve calmare il Continente, che approvò la partecipazione del Governo alla guerra contro l'Austria e salutò con gioia le truppe regolari, che, sotto il comando di Guglielmo Pepe, tornato dal lungo esilio, partivano per l'alta Italia. Ma la Sicilia non si commosse affatto, e, pur dichiarando di voler partecipare alla guerra contro lo straniero (e di fatti manderà un piccolo drappello di soldati con Giuseppe La Masa) insisterà nella propria richiesta di una
amministrazione autonoma, ammettendo soltanto in comune fra Napoli e Sicilia la persona del Re. Il Governo di Napoli si trovò assai male. La guerra contro l'Austria diveniva più che mai pericolosa dopo la allocuzione pontificia del 29 aprile, e chiaro appariva che una vittoria italiana avrebbe giovato soprattutto a Carlo Alberto, specialmente ora che mancava il contrappeso della autorità pontificia. Era pure evidente che una sconfitta avrebbe più che mai nociuto e per motivi d'indole generale, e perché risultava impossibile un'intesa pacifica colla Sicilia, che proprio in quei giorni aveva dichiarata decaduta la dinastia borbonica (12 aprile 1848) ed aveva scelto come proprio Re Ferdinando Duca di Genova figlio secondogenito di Carlo Alberto. Quindi, e per questo, e per le condizioni interne del Regno, parve conveniente il richiamo delle truppe già in marcia verso la Lombardia, richiamo che non impedì a molti soldati ed al generale Guglielmo Pepe di seguitare il loro viaggio decisi a partecipare alla guerra, come in fatti fecero (22 maggio).
Frattanto convenivano a Napoli i deputati eletti per la Camera dei deputati e aprivano calorose discussioni col Re per la formola del giuramento, che molti di essi volevano lasciasse adito ad eventuali mutamenti della Costituzione. Una conciliazione parve trovata nello stabilire che i mutamenti avvenissero d'accordo fra le due Camere ed il Re, conciliazione raggiunta sotto la minaccia delle barricate in mezzo a deputati che dirigevano forze ostilissime al Re creduto nemica della libertà, e truppe fedeli al principe ed irritate contro i novatori. Si tentò di evitare un urto sanguinoso, proponendosi dal Governo di dispensare i deputati dal giuramento, purché si disfacessero le barricate. L'accordo fu troncato dall'incontro avvenuto su queste fra le truppe e i difensori dei deputati; i quali rimasero parecchie ore chiusi in un'aula di Monteoliveto, donde alla sera, dopo aver fatta una vivace protesta, usciranno respinti da un capitano svizzero (15 maggio 1848).
Il giorno appresso un nuovo Ministero presieduto dal principe di Cariati assumeva le redini del Governo, scioglieva la Camera, pur dichiarando di voler conservare lo Statuto, richiamava, come abbiamo già accennato, le truppe dall'Alta Italia, manteneva con una certa energia l'ordine pubblico sul Continente e preparava la sottomissione della Sicilia. La nuova Camera si riunì nel luglio, ma poco o nulla concluse, cosicché di fatto il Governo costituzionale può dirsi che non esistesse. Nel suo insieme l'autorità dello Stato fu rispettata ed il Re, non solo mantenne il trono, ma potè offrire ospitalità a due principi fuggiti dai loro Stati: a Pio IX, che, come accennammo, andò a Gaeta il 24 novembre 1848, ed a Leopoldo II, che lo raggiunse nel febbraio dell'anno successivo.
Leopoldo II aveva seguito nel 1847-48 il movimento liberale, aveva fatte pure delle concessioni dando anche lo Statuto, aveva preso parte alla guerra contro l'Austria, e aveva chiamato al Ministero nell'autunno del 1848 uomini notoriamente d'idee avanzate, quali Guerrazzi e Montanelli. Quest'ultimo era noto come fautore di una Costituente italiana, che avrebbe dovuto stabilire l'assetto d'Italia, e tale suo programma aveva esposto in un giornale da lui diretto La Costituente, che, divenuto Ministro, aveva affidato alla direzione di Antonio Mordini presidente del Circolo del popolo a Firenze e ardito propagandista repubblicano. Il Ministero Montanelli-Guerrazzi intendeva svolgere lo Statuto da Leopoldo concesso nel marzo del 1848, con criterii molto larghi, ed aveva fatte proprie le idee del Montanelli relative alla Costituente, per cui, dopo i rivolgimenti avvenuti a Roma sul finire del '48 e al principio del 1849, desiderava di prender parte alla Costituente italiana che da Roma avrebbe deciso le sorti dei Governi d'Italia. Il Granduca acconsentì alla proposta di presentare ai due rami del parlamento (Consiglio dei deputati e Senato) il progetto che decideva la partecipazione alla Costituente, ma, quando vide che il progetto era per essere approvato e per divenire esecutorio, non credette di dover correr l'alea di delibera/ioni probabilmente contrarie alla autorità sua, e preferì lasciare la Toscana e recarsi a Gaeta (20 febbraio 1849). I ministri Guerrazzi e Montanelli, associatisi l'avvocato Giuseppe Mazzoni, assunsero il potere esecutivo, e nominarono ministri nei posti rimasti vacanti, Costantino Marmocchi e Antonio Mordini. Non proclamarono la Repubblica, come si era fatto a Roma, mantennero assai energicamente l'ordine pubblico, che fu turbato qua e là da assolutisti, e da novatori ardenti, e aprirono trattative con Venezia, con Roma e con Sicilia per una azione politico-militare, che la inesperienza e la scarsa disciplina di tutti e la rapidità con cui si svolsero i fatti nell'Alta Italia, impedirono di condurre a compimento. Il triunvirato toscano, non riconosciuto dalle Potenze e neppure dagli Stati costituzionali italiani di Torino e di Napoli, ebbe molestie non piccole sul confine verso il Regno sardo e il Ducato di Modena, sia prima che si riprendesse la guerra austro-sarda, sia nel tempo che immediatamente seguì a quella breve campagna che segnò in Toscana la fine del triunvirato e il ritorno del Granduca (11 aprile 1849). Il Piemonte minacciò un intervento in Toscana, come minacciò un intervento a Roma, sia per acquietare l'amicizia di Leopoldo o di Pio riconducendoli nei loro stati, sia per impedire che gli Austriaci intervenissero, come pareva assai probabile.
Quanto a Modena, il Duca Francesco V seguiva strettamente la politica austriaca, e nel marzo del 1848, rifiutate le riforme, partiva per Mantova, lasciando che l'insurrezione facilmente trionfasse nel Modenese e nello antico Ducato di Massa e Carrara. Queste ultime terre furono occupate dai Toscani, ma, dopo le vittorie piemontesi del maggio 1848 contro gli Austriaci furono annesse al Piemonte con dolore dei Toscani, che tanti interessi comuni avevano specialmente con Massa e Carrara.
Sorte simile toccava in quei giorni al Ducato di Parma e Piacenza, dove alla morte di Maria Luisa (16 dicembre 1847) si erano fermate truppe austriache a garanzia del nuovo Duca Carlo Lodovico di Borbone. Questi il 4 febbraio 1848 aveva concluso un trattato coll'Austria a garanzia dei proprii possessi, garanzia ch'era venuta meno colla sconfitta austriaca nel marzo dello stesso anno; cosicché il Duca, dopo aver invano tentato di salvar la Corona col mettere le basi di una Costituzione, dovette partire lasciando che il Ducato si annettesse al Piemonte e mandasse proprii deputati alla Camera subalpina (maggio-giugno 1848). Anche una parte del territorio ducale parmense, Pontremoli, aveva desiderato l'unione alla Toscana, proprio come aveva fatto un limitrofo territorio del Ducato modenese, e quindi pareva che sino dal 1848 territorii parmensi e modenesi piegando da una parte verso Torino, dall'altra verso Firenze, preparassero l'unione definitiva di due cospicue città, che dovevano avere una parte per motivi diversi molto importante nella unità di tutta Italia. Ma, com'è naturale, questo movimento parmense-modenese nel 1848 non giovava ai buoni rapporti tosco-piemontesi, e nell'anno successivo, all'approssimarsi delle nuove vicende guerresche austro-sarde, doveva pur mettere la Toscana in lotta sempre maggiore coll'Austria che per convenzioni e per interesse proteggeva i diritti ducali dei Borboni o degli Este-Lorena.
Il Regno di Sardegna negli avvenimenti di questi ultimi anni aveva avuta una parte principalissima. Carlo Alberto si era deciso per riforme relativamente audaci nell'ottobre del 1847, ma già negli anni precedenti qualche novità aveva compiuta che, come vedemmo, avevagli giovato nella stima dei liberali. L'abolizione di speciali giurisdizioni, incominciata parecchi anni prima, era ora proceduta con molta rapidità ed era stata seguita da altre riforme che raggiungevano l'apogeo
colla concessione dello Statuto (4 marzo 1848). Carlo Alberto mettevasi così al livello degli altri principi riformatori d'Italia, per quanto riguarda le libertà interne, e acquistando in tal modo la fiducia dei novatori italiani, si poneva a capo del movimento nazionale anti-austriaco (congiunto al movimento liberale) precedendo gli altri principi, come quello che maggiore interesse di tutti aveva per combattere l'Austria,
e come quello che disponeva di buoni soldati e di stimati capitani. proprio sulla frontiera austriaca. E quei novatori, che ricordavano la politica precedente di Carlo Alberto, non facevano obiezioni, forse pensando che egli avrebbe difesa toto corde la causa italiana, quale allora appariva, anche per il desiderio naturale e per le fondate speranze d'ingrandire il proprio Stato, desiderio che potevano nutrire in ugual misura anche altri principi italiani, ma speranza che appariva ragionevole solo per il Re di Sardegna, mentre essi dovevano rinunziarvi, e per mancanza di cospicui e idonei mezzi proprii e per scarsezza di simpatia in mezzo alle popolazioni soggette all'Austria.
Difatti nel Lombardo-Veneto un movimento notevole verso il Piemonte esisteva da un pezzo; una unione lombardo-piemontese era vagheggiata fino dai moti del 1821, dì essa avevano parlato più volte i cospiratori negli anni successivi, mentre altri dimostravano che risponde benissimo ad interessi materiali e morali, preparando così il terreno per farla divenire più che mai popolare allo annunzio delle riforme di Carlo Alberto. E molti cittadini soggetti all'Austria avevano negli ultimi tempi seguite con simpatie verso il Re di Sardegna le controversie che questi aveva avute col vicino Impero, specialmente per la esportazione dei vini e per il sale destinato alla Svizzera. Quindi era ben naturale, che, scoppiando la rivolta contro l'Austria, i ribelli si volgessero verso Carlo Alberto, e che questi portasse i suoi soldati al fianco di essi.
E ciò avverrà presto. La insurrezione del Lombardo-Veneto preparata, come in altre parti d'Italia, da un lavoro intenso delle classi dirigenti, che pian piano scossero una buona parte del popolo minuto, tranquillo ed apolitico, era già apparsa matura, o quasi, da qualche tempo, almeno se guardiamo ai timori della polizia, al linguaggio degli emigrati ed al contegno di cospicui cittadini che nel Regno Lombardo Veneto trattavano col Governo. Congregazioni provinciali, come quella di Bergamo, chiedevano un'amministrazione distinta, alleggerimento del servizio militare, radicali riforme di tributi, costruzione di ferrovie che avrebbero ravvicinati popoli italiani anche politicamente divisi. E su tale concetto insisteva nel congresso degli scienziati a Venezia Cesare Cantù in un eloquente discorso tenuta in presenza del Viceré austriaco e chiuso nel nome di Pio IX eroe di bontà e dì riconciliazione, che pose la croce alla testa del progresso (settembre 1847). Proposte e parole, che per il luogo e per il tempo e per la accoglienza ricevuta, prendevano un carattere particolare tutto a vantaggio del movimento nazionale. In quel periodo poi anche le condizioni generali d'Europa sembravano favorire grandi rivolgimenti.
Una lenta trasformazione si andava da un pezzo effettuando dovunque. Le industrie, specialmente nella Francia, nel Belgio e nei paesi germanici, si svilupparono assai seguendo molto da vicino e tentando di superare le industrie inglesi. La borghesia rinvigorita faceva grandi sforzi, da una parte, per assorbire l'aristocrazia, e per dirigere dall'altra la classe lavoratrice, che, specialmente nei grandi centri industriali, cercava di ribellarsi. I Governi di diritto divino, rinnegati in Francia da Luigi Filippo, si sentivano scossi altrove: erano attaccati dai fìlosofi, e specialmente erano minacciati dagli operai delle grandi città, i quali ponendo innanzi a tutto il materiale interesse volevano acquistare il potere, scioglierlo dai vincoli della tradizione, ed usarlo a soddisfazione dei proprii interessi. La borghesia non sentiva nessuna tenerezza per le monarchie di diritto divino, ed in Francia, come aveva sostenuta Luigi Filippo, così volentieri avrebbe accolto un altro governo, purché salvi fossero stati i diritti del capitale e rigorosamente mantenuto l'ordine pubblico. Essa non solo aveva negato all'Orleans appoggio entusiastico, ma negli ultimi tempi, erasi impensierita della arrendevolezza mostrata dal Governo verso gli operai che chiedevano la statizzazione di alcune industrie e domandavano leggi protettrici del lavoro. Quindi la borghesia offesa negli interessi, non aveva in genere nessuna voglia di scaldarsi per Luigi Filippo, e parte di essa era magari disposta a lasciarlo cadere per opera dei militari, che trovavano troppo remissiva la politica estera, e per opera degli operai, che credevano lenta ed incompleta l'opera del Governo diretta a loro favore.
Nei paesi germanici invece la borghesia ha molto da chiedere anzitutto nel campo politico, e molto da chiedere hanno gli operai nel campo politico ed economico. Qui l'aristocrazia in genere è ancora forte, ed assai forti son pure le monarchie appoggiate alle tradizioni e bene spesso care ad una gran parte della popolazione. Nei paesi germanici inoltre esiste un movimento unitario assai forte accresciuto dallo sviluppo del lavoro e della ricchezza, cui sembra che barriere troppo alte siano opposte dai confini politici, dannosi specialmente allo scambio delle merci. La Confederazione germanica, quale era uscita dal Congresso di Vienna, e quale erasi sviluppata per opera delle due maggiori Potenze, Prussia ed Austria, non poteva rimediare a questi e ad altri simili inconvenienti, e quindi doveva profondamente modificarsi, o sparire; modificarsi, o sparire, con molta probabilità, a vantaggio di quel sistema che tenesse nel dovuto conto il bisogno di unità nazionale e il desiderio di accrescere il numero delle persone chiamate a dirigere direttamente o indirettamente la pubblica cosa. Quindi, non una questione, ma più questioni conducono alle insurrezioni di Berlino è di Vienna ed ai moti di Brunsvik e di altri stati germanici, che, durante il 1848, e per qualche tempo anche prima e dopo quest'anno, sono in preda ad una viva agitazione. Gli avvenimenti delle tre grandi metropoli: Parigi, Berlino, Vienna e degli altri minori centri d'Europa qui occorre ricordare, in genere solo per intendere come i novatori italiani dalle notizie dei movimenti stranieri si sentissero incoraggiati ad iniziare la loro azione ed a persistervi.
La sommossa di Vienna, e le rivolte di altre terre e città dell'Impero, specialmente dell' Ungheria, hanno importanza anche maggiore come quelle che, occupando in diversi e lontani paesi, gli eserciti austriaci ne indeboliscono la resistenza nel Lombardo Veneto e rendono più che mai difficile il loro intervento in altre parti d'Italia. Infatti l'insurrezione incomincia appena giungono le notizie della rivolta di Vienna. Venezia si libera dagli Austriaci ed affida le proprie sorti a pochi cittadini guidati dalla prudenza e dalla attività di Daniele Manin o di Nicolò Tommaseo (17 marzo 1848). Milano dopo le sue Cinque giornate di lotta caccia le truppe austriache e, nominato un Governo provvisorio, provvede a garantire l'indipendenza conquistata (18-22 marzo 1848). Carlo Alberto porge la mano agli insorti del Lombardo-Veneto e fidando nelle forze di questi e negli aiuti di tutta Italia e specialmente delle Due Sicilie, di Roma e di Toscana, conduce le sue truppe contro l'Austria (27 marzo 1848). La campagna è breve: l'esercito sardo e le truppe regolari e volontarie, che di fatto combattevano per il medesimo scopo, procedono qualche tempo tra vittorie ed insuccessi (Cornuda, Cullatone e Montanara, Goito, ecc), ma gli Austriaci riusciti a riportare su Carlo Alberto a Custoza (24 giugno) un successo, che parve decisivo, riuscirono a far sospendere la guerra (armistizio Salasco, 9 agosto 1848).
Il Re Sardo a Milano, dove si ritirò sollecitamente, venne male accolto, e accolto male fu pure nel suo Regno, dove molti cittadini accusarono di incapacità e peggio il vinto Sovrano, mentre colle loro agitazioni rendevano più difficile una pace onorata coll'Austria.
Nell'anno successivo, al principio della primavera, l'esercito sardo condotto dal generale polacco Czarnowski riprende la guerra, mentre, fatte poche eccezioni, l'Italia tutta pareva impreparata, non solo ad una guerra offensiva contro una grande potenza militare, ma persino ad una guerra difensiva (20 marzo 1840). Gli Austriaci riordinatisi e rinforzatisi durante 1'armistizio, appena denunciato questo, passarono il confine, e, non trattenuti dal generale Ramorino a Cava Manara, tagliaron fuori una parte delle truppe piemontesi raccolte in Lomellina e riportarono una vittoria decisiva a Novara (23 marzo 1849). Carlo Alberto abdicò e partì per l'esilio, Vittorio Emanuele II divenne re e concluse un armistizio che darà presto luogo alla pace (Milano 6 agosto 1849), pace, che solo una nuova camera eletta dopo vivaci esortazioni sovrane (proclama di Moncalieri, 20 novembre 1849) approverà al principio dell'anno successivo (20 gennaio 1850).
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