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3. INTRODUZIONE

volume I |

Diffidenze di Governi e azioni di novatori - Piccole riforme di principi e cause potenti di profonde innovazioni

La frequenza dei tentativi rivoluzionarii da una parte accresce la sfiducia di molti novatori, che, come dicemmo passeranno, ad ingrossare le file dei riformisti, dall'altra contribuisce, sia pure in piccola misura, ad affrettare riforme interne da parte dei principi, non certo inspirate da tendenze rivoluzionarie, ma piuttosto da quelle stesse cause che nel secolo XVIII avevano provocato le riforme in varii stati d'Italia e d'Europa. E, come era allora avvenuto, pure oggi tali riforme accresceranno l'autorità del principe, ma col distruggere privilegi piaceranno pure ai novatori, che fra altro invocavano l'uguaglianza dinanzi alla legge.
Così in Piemonte, si ebbero simili riforme durante il lungo ministero del conte Clemente Solaro Della Margherita (1835-47). Era questi tenace sostenitore del legittimismo, che aveva difeso come ambasciatore a Madrid appoggiando contro la Regina Isabella le pretese di don Carlo, con tanto zelo da dover abbandonare la Spagna. E le stesse idee legittimiste conservava quando, ministro di Carlo Alberto, sopprimeva le giurisdizioni feudali in Sardegna (1836), promulgava il codice civile « conforme ai principi della religione cattolica e della monarchia Sabauda » (1837), e successivamente il codice penale e il codice di procedura penale (1839-1840). Tali riforme, e qualche altra di minor conto piacquero ai novatori, e per la ragione detta, e perché furono credute inizio di cose maggiori: essi trascurando gli scopi che Carlo Alberto e il suo ministro si proponevano, videro nelle riforme un omaggio ai loro principii, e forse anche, cedendo al bisogno di cercare l'appoggio di qualche potente, attribuirono a Carlo Alberto idee liberali e nazionali. Nella classe colta destò simpatie l'incoraggiamento dato da questo agli studi letterarii e storici, donde fra altro la raccolta dei Monumenta Italiae Hìstorica. Il contegno di Carlo Alberto verso gli studi permise ad insigni scrittori piemontesi di fare simpaticamente conoscere in Italia la Casa di Savoia e la sua storia. Luigi Cibrario, Alessandro Saluzzo, Giuseppe Manno, Cesare Balbo (solo per indicare i più noti), sia studiando le memorie della Casa regnante e la storia del Piemonte e della Sardegna sia scrivendo opere politico-militari, prepararono un ambiente assai favorevole al Piemonte ed a Carlo Alberto. E così quando il Gioberti pubblicò il Primato civile e morale degli italiani (1843) parve accreditarsi l'opinione che il Re di Sardegna potesse degnamente colle armi contribuire al risorgimento d'Italia, secondo il programma federativo dei neoguelfi. E tali convinzioni pian piano sviluppandosi anche per la posizione geografica del Piemonte, che naturalmente lo costringeva a combattere l'Austria, contribuiranno assai presto allo sviluppo di grandi avvenimenti. Un conflitto sardo-austriaco poteva essere per qualche tempo evitato anche per le cattive relazioni che Carlo Alberto aveva con Luigi Filippo, cui fra altro rimproverava le offese fatte ai principi legittimisti, ma doveva fatalmente accadere pure a causa degli interessi che esistevano tra Piemonte e Lombardo-Veneto. Carlo Alberto cercando di evitar l'urto accarezza l'Austria e colla Casa imperiale di questa stringe vincoli nuovi quando chiede per il principe ereditario Vittorio Emanuele la mano di Maria Adelaide figlia dell'Arciduca Ranieri. Ma ciò non gli impedirà di sentire la pressione dei molti interessi, che, ripetiamo, dovevano mutare queste relazioni. Anzitutto lo sviluppo economico del Piemonte e della Lombardia, faceva pensare alla necessità di provvedere larghi mezzi di comunicazione costruendo strade ordinarie e ferrovie secondo criterii industriali e commerciali, non sempre conciliabili colla politica estera. Cresceva pure il desiderio di aiutare la esportazione di alcuni prodotti delle terre piemontesi coltivate con sempre maggior cura da possidenti e da agricoltori, che nella nuova Società agraria trovavano un mezzo efficace per discutere questioni economiche, così strettamente congiunte colle questioni politiche. Quindi gli idealisti trovavano in questi fatti ed in altri analoghi una leva per muovere anche le masse apolitiche. E dinanzi a questo movimento il Governo non potrà rimanere indifferente.
Oltre Ticino il Regno Lombardo-Veneto, anch'esso ogni giorno più attivo nel lavoro dei campi e delle officine, provava maggiormente il bisogno di libere comunicazioni e sentiva crescere quei vincoli che per la comunanza di indole e di aspirazioni lo univano alle provincie piemontesi, vicine al Ticino. Invece le leggi dello stato cercavano di conciliare, e con fortuna scarsa, gl'interessi del Lombardo-Veneto con quelli della rimanente monarchia e di impedire più che fosse possibile una maggiore armonia della vita lombardo-veneta colla vita delle altre terre italiane soggette in gran parte a Governi, sui quali l'Austria aveva il primato. Alcuni sudditi italiani dell'Imperatore credevano che una parte della ricchezza italiana andasse a profitto di non Italiani; e ciò non solo colle tasse riscosse nel Lombardo-Veneto, ma colle agevolazioni che negozianti e industriali delle varie parti dell'Impero godevano nelle provincie italiane a causa degli sforzi che l'Austria faceva per attrarre capitali e lavoro in altre provincie, Come in passato sotto il Regno d'Italia la Lombardia veniva danneggiata dai prevalenti interessi francesi, così ora danni riceveva per simili interessi delle provincie orientali dell'Impero.
Dal punto di vista intellettuale si verificavano fatti analoghi. Da Vienna mai si combattè direttamente la coltura italiana, ma s'incoraggiò sempre l'introduzione di sistemi e di individui non nazionali nelle scuole del Lombardo-Veneto, e con accortezza si attrasse la gioventù studiosa nelle scuole tedesche, mentre se ne ostacolò il passaggio nelle scuole degli altri Stati italiani. E le cure che il Governo dedicava a quanto più o meno riferivasi alla vita economica e intellettuale del paese, attestavano l'abile politica di Vienna, che a lungo andare avrebbe potuto crear nuovi vincoli fra la metropoli e il Regno Lombardo-Veneto, se i liberali italiani non se ne fossero accorti per tempo, e non avessero agitato la grande massa ignorante ed apolitica, la quale anche cullata dalla buona amministrazione non aveva per se stessa particolari antipatie contro l'Austria. E questa vigilava su tutto e su tutti: spingeva il suo sguardo al di là dei confini politici, specialmente nei Ducati e nelle Legazioni, e dai profughi di queste provincie negava e negherà sempre ricovero, anche quando il vicino Regno di Sardegna li accoglierà, magari vigilandoli, e così contribuirà a far nascere verso il Piemonte simpatie che avranno più tardi le loro conseguenze. E la magistraturai farà processi contro cospiratori, applicando severamente la legge che non sempre si volle, o non si seppe mitigare colla clemenza suggerita da opportunità politica. Così mostravasi severo Francesco I sul finire del suo regno firmando il 29 febbraio 1835 la condanna a morte di parecchi cittadini del Lombardo-Veneto, implicati in un processo che venne faticosamente instruito a Milano. Ed in tal modo confermò la condanna di parecchi cittadini di varie città e borgate italiane appartenenti, specialmente, alla classe dei negozianti e dei possidenti, sui quali pareva che il Governo potesse contar poco, e tra cui erano pure studiosi già insigni, come Cesare e Ignazio Cantù e Gabriele Rosa. Il nuovo Imperatore Ferdinando I giunse in tempo a commutare e mitigare lo pene stabilite in questo processo ed in altri processi ancora, che alla vigilia della sua nomina ad imperatore, o poco dopo si erano compiuti a Mantova, a Pavia, a Verona, a Vicenza: tutti processi che condussero a gravi sentenze, specialmente quello di Mantova col quale si ebbero le condanne a morte di Gaetano Prodieri e di due noti patrizi Giuseppe Arrivabene e Odoardo Gonzaga Valenti, condanne che si ridussero a tre anni di carcere duro dopo due sentenze di appello (pronunciata l'ultima dal tribunale supremo il 2 giugno 1835). Ferdinando commutò e mitigò pene di processi ancora non definitivi e dette
grazie ed amnistie, cosicché, quando nel 1838 andò a Milano per la solenne incoronazione, parvero sincere le dimostrazioni ufficiali di fedeltà e di gioia, che a breve distanza di tempo si univano a quelle che erano state fatte per la sua ascensione al trono, dimostrazioni, a cui prese larga parte anche il popolo minuto, che, alieno, o quasi, dalla politica, vedeva nel Sovrano austriaco il restauratore dell'ordine e non era finora stato notevolmente colpito dalle misure di polizia e dalle sentenze dei processi che avevano toccato una parte piccola della popolazione, in genere agiata e colta. E le feste della incoronazione (settembre 1838) seguite da una larga amnistia e dalla distribuzione in beneficenza delle somme che i Comuni avevano stanziate per le feste, commissioni d'opere d'arte affidate ad artisti stimati, aumento di cattedre universitarie, tutto contribuì a produrre negli amici del Principe la persuasione che tranquilli e fedeli fossero i cittadini del Lombardo-Veneto, e a generare negli avversarii il timore che tale quiete nocesse al programma nazionale. Di qui una certa sicurezza di sè e relativa apatia nei primi, e cure assidue nei secondi per distruggere al più presto quella quiete stringendo le file dei seguaci, e cercando di muovere gli apolitici. E forse di questi pericoli si accorse presto l'alta burocrazia austriaca, ed, in parte almeno, tentò allontanarli, consigliando di respingere tutte le domande che dal Lombardo-Veneto si fecero a più riprese in favore di un più largo decentramento amministrativo, che esisteva in altre parti dell'Impero e che corrisponde pienamente ai criterii dall'Austria stessa applicati in Lombardia nel secolo XVIII. L'averli abbandonati oggi non poteva essere soltanto opera della burocrazia inclinata a divenire sempre più assorbente, ma derivava senza dubbio anche dal desiderio di non concedere alla classe dirigente italiana mezzi maggiori per segnalarsi e per influire sulla popolazione.
La diffidenza era del resto in questo periodo comune in tutti gli Stati d'Italia. A Modena Francesco IV occupavasi di tutto: sceglieva i capi delle amministrazioni comunali, gl'insegnanti delle scuole, gli amministratori delle Opere pie, vigilava la stampa, guidava il clero, magari poi accarezzandolo con onori e con doni: voleva insomma tener d'occhio tutto e tutti, giacché, considerando il proprio trono necessario al pubblico bene, tutto e tutti dovevano contribuire a consolidarlo, nessuno poteva impunemente. non dico attaccarlo di fronte, ma neppure correggerlo, modificarlo in una maniera qualsiasi. Opinione e sistemi non nuovi ed applicati prima e dopo anche da Governi che paiono molto lontani da Francesco IV, che forse più temibile di altri può sembrare, trattandosi di un uomo profondamente convinto e capace di morire per le sue idee. Col fervore e la tenacità di un apostolo egli perseguitò i nemici, e quando non ebbe le prove delle loro colpe, o non riuscì a coglierli, si limitò a tenerli in esilio, contribuendo in larga misura ad accrescere il numero degli emigrati politici così utili alla causa della unità e della indipendenza d'Italia. I fratelli Fabrizi, i Cialdini, i Fanti, i Panizzi, solo per citare alcuni dei maggiori, guadagnarono larghe simpatie all'estero, acquistarono cognizioni militari e abilità politica, e tutto, secondo le circostanze, usarono pel trionfo della causa nazionale.
A Parma meno rigore e più tranquillità, Gli amici stranieri della straniera Duchessa governarono il paese con una certa temperanza, ma questa non bastò per renderli accetti, soprattutto perché allontanavano dall'alta amministrazione la gente del paese, la quale così diventava sempre più ostile al predominio straniero rappresentato dal Governo ducale e notoriamente sostenuto dall'Austria. La vita privata di Maria Luisa veniva pur male giudicata ed aggiungeva esca all'incendio, di cui si videro le faville nel giugno del 1845 e grandi fiammate due anni appresso, e quindi la morte parve pietosa colpendo la Duchessa alla vigilia di grandi avvenimenti che certo le avrebbero tolto la quiete e il trono (dicembre 1847). Truppe austriache recatesi per assistere ai funerali della Duchessa, rimasero a tutela del suo successore, Carlo Lodovico di Borbone. Questi, venuto nel Ducato lucchese il 1817 colla madre Maria Luisa di Borbone, dopo la morte di questa (1824) aveva governato da solo con una certa bonomia, ed aveva acquistate larghe simpatie in mezzo al suo piccolo popolo e tra gli ospiti, specialmente inglesi, che allora assai numerosi frequentavano le terme dei Bagni di Lucca. La larghezza d'idee religiose e politiche, l'innegabile bontà dell'animo, una certa facilità nello spendere e nel beneficare gli avevano procurata una fama superiore a quella che circondava allora principi anche di maggiori stati, cosicché pareva che di questa egli dovesse profittare in rivolgimenti italiani che si credevano prossimi. Carlo Alberto nei primi anni del suo Regno ne diffidava e temeva che aspirasse alla corona d'Italia. E il Re di Sardegna certo apponevasi giustamente nel dichiarare probabile in un tempo più o meno prossimo l'unità italiana, ma errava assai col credere probabile che a capo del nuovo Stato potesse giungere Carlo Lodovico. Questi infatti aveva nel suo piccolo stato pochi novatori che fino dal 1831 pensavano ad un Regno d'Italia, ma non aveva un esercito, nè interessi molto gravi che spingessero il popolo italiano a confidare nelle sue forze ed a credere nei suoi propositi unitarii. Lucca poteva dare all'unità nazionale elementi preziosi, ma non era certo in grado di porsi a capo del movimento unitario. Il benessere economico rivelato anche da una fiorente cassa di risparmio instituita nel 1837, la diffusione della pubblica istruzione furono pienamente riconosciuti anche dal Congresso degli scienziati riunitosi nella capitale del Ducato il 1843 e diventarono presto un forte aiuto per l'incremento delle idee unitarie, ma non poterono imporre a Carlo Lodovico una politica audace contraria alle tradizioni ed alle forze del paese. E quando questo chiese larghe riforme interne e resistenza allo straniero, il Duca, che pure temperate riforme aveva in passato concesso, si sentì impari all'ardua missione desiderata dai suoi popoli, e lasciò la Corona affrettando l'unione del Ducato al vicino Granducato di Toscana (settembre 1847). E il popolo, che trent'anni prima aveva tale unione aspramente combattuta, ora la accettava di buon grado, giacché, come il dicembre 1847 scriveva la Riforma, giornale liberale sorto in quei giorni, non si trattava coll'unione di sottomettersi ad uno Stato per lungo tempo nemico, ma di fare un passo verso l'unità italiana.
E difatti la Toscana, cui s'univa in quei giorni Lucca, era forse lo stato più italiano che allora esistesse, quantunque diretto da una dinastia d'origine straniera e strettamente congiunta coll'Imperatore d'Austria. Tanto Ferdinando III, morto nel 1824, quanto il figlio e successore Leopoldo II, avevano governato con mitezza, pur lasciando la pena di morte già abolita da Pietro Leopoldo, rispettivo padre ed avo e ristabilita dai Francesi. E non potevano certo essere invitati a togliere privilegi aristocratici od ecclesiastici, nè a liberare i commerci ed il lavoro da inceppi, né a trattare con larga fiducia gli ospiti italiani o stranieri, che accorrevano in Toscana, nè a curare lo sviluppo o la libertà della scienza. Dati i tempi, destavano ammirazione questi vantaggi ed altri simili che si considerano come necessarii nella vita moderna, e, che del tutto, od in parte, erano ignoti in altri stati italiani. Cospiratori colpiti dai varii Governi della penisola trovarono in Toscana tranquillità ed aiuto, senza limitazione fino al 1831, con qualche limitazione più tardi, quando l'intensificarsi delle agitazioni e le vive rimostranze dei Governi inspirarono qualche timore nel Granduca e lo indussero ad un relativo stringimento di freni. Professori, chiari per valore scientifico, ed insigni per idee innovatici, fuggivano le molestie governative dei paesi nativi, e specialmente nella Università pisana ottenevano cattedre, intorno alle quali si stringevano giovani ardenti d'ogni regione italiana. I Governi d'Italia accusavano di debolezza, e magari di connivenza, coi liberali il Granduca, il quale accordando relativa libertà di parola e di stampa permetteva la pubblicazione della Antologia, dell'Archivio Storico Italiano, e le discussioni economico-politiche della Accademia dei georgofili, nella quale si mostravano liberamente i rapporti che passano fra l'economia e la politica ed anche su quest'ultima si facevano osservazioni spesso acute e audaci. E in Toscana Giuseppe Giusti poteva tranquillamente, e con poche noie, scrivere i suoi versi e il prof. Giuseppe Montanelli con altri colleghi dell'Università pisana, fra cui Centofanti e Puccinotti, poteva nel 1843 proporre larghe riforme politiche e trattare persino di innovazioni religiose. In Toscana potè vivere senza gravi molestie, se se ne eccettui in un breve periodo posteriore al 1831, Francesco Domenico Guerrazzi, ed unire all'esercizio della avvocatura la missione di scrittore audacemente demolitore. In Toscana gli emigrati dei varii Stati poterono largamente diffondere le loro idee e generalmente non ebbero a soffrire per le pressioni dei loro Governi. Quindi si cita come assai singolare la consegna del romagnolo Renzi compromessosi nel moto di Rimini del 1845, avvenuta in un periodo nel quale l'intensificarsi delle sommosse romagnole pareva provocato, od aiutato dagli esuli ricoveratisi nella vicina Toscana e dagli amici di questi. L'inusitato contegno del Granduca, che pure corrispondeva a condizioni nuove del suo Stato e degli Stati vicini, giovò alla propaganda repubblicana in Toscana, e proprio nel 1845, specialmente per opera di Carlo e Sebastiano Fenzi e di Antonio Mordini, si costituiva in Firenze una società repubblicana, che si mise presto in relazione con Giuseppe Montanelli e con parecchi studenti dell'Università pisana, i quali dettero al movimento antilorenese una forza notevole.
Lo Stato pontificio, che nel 1845 aveva avuto col Granduca fieri contrasti a causa delle frequenti sommosse romagnole, soprattutto per queste pareva ormai incapace di reggersi con dignità propria e con vantaggio dei cittadini. La rivolta del 1831, gli strascichi di quella del 1832, la occupazione austro-francese lo avevano fatto credere debolissimo. Per calmare e rincorare gli amici verso il 1835 tentò nella amministrazione civile ed in quella giudiziaria d'introdurre un poco di decentramento, ritornando in parte alle tradizioni pontificie anteriori al periodo napoleonico, ed accostandosi alquanto ai consigli, che pochi anni prima le grandi Potenze avevano espressi nel loro memorandum. Era un principio di riforma che venne applicato specialmente dal cardinale Lambruschini, Segretario di Stato, pure nella nomina degli impiegati, scelti, con una certa larghezza anche fra i laici, come questi da un pezzo chiedevano. Ma gli effetti non furono quali il Pontefice si aspettava: le concessioni furono trovate insufficienti, e specialmente la piccola nobiltà di Romagna parlò con una maggiore insistenza di Governo assolutamente laico, e, sia durante l'occupazione austriaca, sia dopo, non nascose la propria opposizione. Questa aveva allora un largo seguito nel paese, cosicché Gregorio XVI, che nel 1841 visitò l'Umbria e le Marche, non si recò in Romagna, certo temendo che qui sarebbero scarseggiati gli omaggi ufficiali e forse i ricevimenti sarebbero stati turbati da dimostrazioni ostili. E due anni appresso scoppiarono disordini a Savigno, si tentò dì sollevare Bologna e di occupare Imola. Ai Romagnoli si univa il Nizzardo Ignazio Ribotty, che, dopo l'insuccesso dell'impresa, riusciva a fuggire insieme con alcuni compagni. Altri subirono gravi condanne che scemarono il numero dei riformisti ed accrebbero le falangi dei rivoluzionari. Questi suscitarono disordini continui nelle varie città romagnole, donde nuovi processi affidati a tribunali ordinarii e a commissioni militari, fra cui due ne vennero create nel 1845, prima a Forlì, l'altra a Ravenna, proprio negli ultimi tempi del pontificato di Gregorio XVI, il quale moriva il 1.° giugno 1846. Egli lasciava un'amministrazione poco stimata e poco attiva, una popolazione in gran parte malcontenta ed un indirizzo politico molto discusso anche fuori dello Stato pontificio, dove ebbe lieta accoglienza l'opuscolo di Massimo d'Azeglio; Gli ultimi casi di Romagna, il quale metteva in vista le difficili condizioni del paese ed invocava larghe riforme. La elezione di Pio IX parve dovesse a queste riuscire.
A render più debole il Governo pontificio contribuivano le provincie del Regno delle Due Sicilie, col quale esso aveva strettissime relazioni, specialmente economiche, per lo scambio dei prodotti agricoli e per lo spostamento della popolazione, cospicuo soprattutto fra l'Abruzzo e Roma. E il Regno non era davvero molto forte, ne godeva sempre molta tranquillità. I moti gravissimi del 1820-21, avevano indebolita dovunque l'autorità del Governo e rese più che mai difficili le relazioni fra Napoli e Sicilia; i moti del 1831 scoppiati così violenti nell'Italia centrale avevano accresciute le speranze dei novatori, che, profittando del malessere economico di alcune provincie e persino della epidemia colerica del 1837, avevano tentato di volgere a vantaggio delle loro idee il malcontento delle popolazioni. All'opera di questi cospiratori, più che alla deliberata opposizione politica dei più, si devono i disordini minori, già ricordati, della Sicilia e del Napoletano, disordini, che furono assai facilmente repressi.
Gli stessi moti calabresi del 1844, ch'ebbero a Cosenza il loro centro, hanno press'a poco la medesima caratteristica, e rappresentano le ansie di una classe di possidenti che temono l'avvicinarsi di una profonda trasformazione economica, e il malessere di poveri contadini, che vorrebbero profittarne, e non sanno. Generalmente non si ha coscienza degli effetti che in questi paesi produssero i tentativi di riforme del secolo XVIII, le riforme affrettate ed imposte violentemente sotto il Governo francese e la brusca restaurazione del 1815; e così con molto semplicismo, del malessere, generale, o quasi, s'incolpa il Governo, e contro il Governo si appuntano le armi di molti. Come rimediare? Gli ignoranti di ogni tempo, specialmente laddove scarsa è la iniziativa privata, hanno pronta una risposta stereotipata. Tutto sarà salvo, rovesciando il Governo. E siccome al Governo caduto occorre sostituirne un altro si rievocano governi di altri tempi, si prendono a prestito da altri popoli parole ed istituzioni mal comprese e si opera generalmente con idee poco chiare e con poco senso pratico. Né a togliere questi difetti bastano le sette segrete (la setta dell'Unità Italiana, della Giovane Italia ed altre simili), né il contatto che molti giovani ricchi delle provincie recandosi a Napoli hanno con persone colte. Tutt'al più questi giovani educati a Napoli tenteranno di dare al movimento provinciale un carattere politico e nazionale, anticipando di qualche tempo l'opera lenta che in seguito dovranno produrre la trasformazione graduale della vita paesana. Quindi, questi moti, lasciati a se stessi, non avrebbero rovesciato tanto presto il Governo borbonico, ma l'avrebbero indebolito e l'avrebbero spinto a repressioni vittoriose, e soprattutto alla eliminazione di quei condottieri intellettuali, che in buon numero andarono o furono cacciati in esilio. Ma il Governo borbonico, pur avendo un'idea chiara dell'opera diretta che a suo danno questi novatori avrebbero compiuta fra le popolazioni del Regno, non previde che fuori dello stato avrebbero guadagnato alleati alla causa loro recando danni forse anche maggiori al Governo stesso, sia contribuendo a creare un'opinione ostile, sia procurando ai moti ed alle insurrezioni efficaci aiuti esterni.
Lo sbarco dei fratelli Bandiera, il carattere nazionale ch' essi dettero al loro intervento, e che segnalarono anche in una lettera scritta al Re. dimostrò presto l'interesse che anche fuori delle provincie meridionali si prendeva agli avvenimenti in queste accaduti.
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