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3. INTRODUZIONE

volume I |

Progressi sostanziali del movimento nazionale e varietà formale di programmi

L'opera degli esuli in favore della unità italiana cresceva ogni giorno, e con nuove associazioni e per mezzo di amicizie e di parentele si aumentavano i rapporti fra gli esuli stessi ed i novatori rimasti in patria contribuendo a preparare un'azione più efficace e più sollecita.
Taluno restringendo i desiderii entro limiti più angusti proponeva di costituire in Alta Italia un Regno sabaudo più vasto coi Ducati e col Lombardo Veneto al quale l'Austria avrebbe rinunziato prendendo larghi compensi nell'Impero turco: Bulgaria, Serbia, Bosnia, ecc. Così infatti scriveva a Parigi nel 1829 I. B. Marrocchetti nel suo libro Indépendance de l'Italie, sostenendo una tesi che anche più tardi piacerà a molti, sembrando che non dovesse l'Austria rifiutare compensi che avrebbe potuto chiedere anche in nome della civiltà e che le avrebbero aperto verso l'Oriente vasti campi di attività politica ed economica. Così, ad esempio, scriveva anche Giacomo Durando nel suo libro La nazionalità italiana (1846).
Inutile osservare che, eliminata l'Austria, l'Italia si sarebbe facilmente unita, anche contro la volontà dei principi italiani e magari di quegli stessi novatori che limitavano le loro aspirazioni alla cacciata dello straniero, ed alla applicazione delle libertà interne.
Dopo l'insuccesso dei moti dell' Italia Centrale, che pure tante coscienze avevano animate in tutta l'Italia, gli esuli all'estero, gli amici all'interno continuarono l'opera, sostanzialmente unica nelle linee principali, e pian piano anzi, educando e spingendo l'elemento giovane, prepararono anche nell'azione una certa unità.
Le antiche sette segrete screditate dalle sconfìtte, indebolite dalle condanne e dalle diserzioni avranno un'azione sempre minore e lasceranno il loro programma a sette nuove che, modificando i particolari e regolando l'opera secondo 1' esperienza acquistala dalle sette più antiche collo studio della realtà, saranno più pratiche e più efficaci.
Nell'azione settaria dal 1831 al 1846 si segnalarono società che anche nel nome accennarono ad un programma nazionale e che nell'azione pratica si inspirarono ad idee già note, ma esposte ora con mirabile chiarezza, ed ora ed in seguito difese con un certo accorgimento e con molta costanza. La Giovane Italia che trovò in Giuseppe Mazzini ed in esuli, specialmente piemontesi, organizzatori
ed apostoli ardenti, la setta della Unità Italiana, che soprattutto nelle provincie meridionali ebbe seguaci arditi, i quali dal Mezzogiorno avrebbero voluto cominciare il Risorgimento nazionale, parlaron tutte di una Italia indipendente dallo straniero, unita all'interno e retta da libere istituzioni. Unità, indipendenza, libertà costituivano la base del programma settario destinato a grande fortuna, perché non era la creazione di un solitario o di pochi idealisti, ma la aspirazione di molti Italiani che anche in passato avevano per essa più volte combattuto, programma inoltre che nelle sue linee generali rispondeva assai bene ai bisogni del popolo italiano ogni giorno più estesi e potenti.

Nel periodo stesso acquistano nome e vigore i sostenitori aperti (da alcuni Governi tollerati) di altro programma unitario che metteva innanzi a tutto la indipendenza e rispettava i diversi stati d'Italia. Questi per altro avrebbero dovuto unirsi in confederazione sotto il primato del Pontefice per provvedere ai bisogni generali d'Italia e portare mutamenti nelle loro istituzioni interne in armonia coi principii di libertà e di uguaglianza.
I neoguelfi nel sostenere questo programma non combattevano i principi italiani, anzi speravano di avere 1' appoggio di essi, come tante setto anteriori o sincrone confidavano o avevano confidato nell'appoggio di qualche principe italiano o straniero.
Infatti sin dalle origini del movimento cospiratorio dopo il 1815, si fidò successivamente in qualcuno: Napoleone I, Carlo Alberto di Carignano, Francesco IV di Modena, Luigi Filippo di Francia, e via via, il Borbone di Lucca, e di nuovo Carlo Alberto divenuto re di Sardegna suscitarono grandi speranze assai prima del 1848, come le susciteranno più tardi un Murat ed un altro Savoia.
Naturalmente i principi invocati nulla potevan creare, ma erano ben capaci di contribuire alla indipendenza italiana con lo inspirar confidenza nei deboli e col mettere a disposizione del movimento politico le forze organizzate dei loro Stati e dei loro amici. E pur naturale che la fiducia verso i principi fosse spesso effetto di illusione, e che, durante le cospirazioni, nessun di essi volesse associarsi francamente alle sette; ed è quindi naturalissimo che queste nella amarezza della delusione si scagliassero contro quei principi che avevano poco prima invocati, e si rivolgessero ad altri, o si persuadessero talora che più savio sarebbe stato agire da sé. Così Mazzini, dopo aver invitato con una sua lettera Carlo Alberto appena salito al trono, a scrivere sulla sua bandiera: unione, libertà, indipendenza, alla fine del 1831 in nome della congrega centrale della Giovane Italia, invitava i suoi amici a diffidare di Carlo Alberto, che aveva tradita una volta la patria, e a diffidare pure della Casa Bonaparte, che, specialmente per opera del giovane Luigi Napoleone, s'era di recente mostrata fautrice di novità.
E simile contegno tennero nel passato e terranno in avvenire tutte le sette aumentando in sostanza le diffidenze dei Governi e rendendoseli generalmente nemici. E questo accadrà più che mai negli anni vicini al 1831. Carlo Alberto in Piemonte, Francesco IV a Modena, Gregorio XVI a Roma, Ferdinando II a Napoli, Francesco I e Ferdinando I nel Lombardo-Veneto si sentiranno solidali nella lotta contro le sette e qualche volta riusciranno ad associarsi persino il Granduca di Toscana e il Duca di Lucca, che pure avevano in passato data prova di tanta tolleranza e mitezza. E la storia d'Italia fino al 1846 ci presenta una serie di cospirazioni scoperte, di moti non riusciti, di processi e di condanne che conducono pochi alla morte, molti alla prigione, moltissimi all'esilio.
La lotta aspra tra principi e sette agevola il movimento riformista, che, così antico in Italia, buoni frutti aveva prodotto nel secolo XVIII, che era molto forte dopo la restaurazione, tantoché, sia pure ammettendo in astratto elementi rivoluzionari, ma nel fatto chiedendo riforme, aveva provocati i moti del 1820 e 21, e, malgrado l'insuccesso di questi, si era mantenuto in vita ed aveva influito non poco pure nei fatti che accompagnarono le rivolte del 1831. Questo movimento, ripeto, si estese assai rapidamente, e, rispettando i principi nazionali, domandò soltanto riforme amministrative, giudiziarie ed economiche, insieme con una di lesa dei principi e degli interessi italiani contro lo straniero.
Gli insuccessi dei rivoluzionali giovarono molto alla parte riformista ed avvennero in ogni parte d'Italia. Nel 1833 una cospirazione repubblicana scoperta in Piemonte condusse alla morte od a lunga prigionia parecchi, quali i fratelli Ruffini, Efisio Tola, Andrea Vochieri, Giovanni Biglia, e mandò in esilio altri, come l'abate Vincenzo Gioberti che più tardi si accosterà ai riformisti e diverrà il principale apostolo del partito neoguelfo. E l'anno appresso i rivoluzionari, che come i condannati del 1833, accettavano i principi della Giovane Italia, tenteranno una spedizione in Savoia colla partecipazione dello stesso Mazzini, ma saranno facilmente respinti e verranno sottoposti a nuove condanne. Queste renderanno ancor più grande l'odio dei cospiratori contro i principi e contribuiranno ad accrescere all'estero i buoni rapporti fra gli esuli italiani ed i novatori, esuli, o no, di altre nazioni europee, francesi, svizzeri, tedeschi, polacchi, ungheresi, russi, con grande beneficio della causa italiana, che potò così venir meglio conosciuta all'estero, dove in mezzo a non pochi diffidenti e nemici troverà pure caldi ammiratori. Di qui frequenti riunioni internazionali di cospiratori, di qui la formazione di gruppi rivoluzionari organizzati per la difesa di tutti i popoli oppressi, gruppi, che ebbero talora una forza cospicua come avvenne della Giovane Europa, che, costituita a Berna il 19 aprile 1834, parve una minaccia repubblicana assai temibile, specialmente per l'Austria, per la Russia e per la Confederazione germanica. Oltre alle cospirazioni ed ai rivoluzionarii del Piemonte, si devono ricordare analoghe cospirazioni scoperte in altre parti d'Italia.
Nel Regno delle Due Sicilie scoppiano a varie riprese moti pericolosi: l'epidemia colerica del 1837 alimenta a Catania, a Siracusa ed in altri minori centri della Sicilia disordini gravi, di cui profittano con ogni arte i nemici del Governo. Nello stesso anno, e successivamente nel 1841 e nel 1844, disordini scoppiano a Penne, ad Aquila ed a Cosenza. Anzi in questa ultima città prendono il carattere di una vera e propria insurrezione italiana, cui i fratelli Bandiera avrebbero dovuto portare aiuto nello interesse della unità nazionale. La Romagna più volte si agita, ed anche alla vigilia del pontificato di Pio IX, col tentativo di Rimini mostra con quanta tenacità molti dei suoi figli si mantengano ostili al potere temporale dei Papi (1845).

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