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3. INTRODUZIONE

volume I |

La preparazione di nuovi fatti e i moti del 1831 - Carattere dei moti italiani del 1831

Verso il 1830 v'è una ripresa delle agitazioni politiche in parecchie parti d'Europa. Dal 1815 in poi molti Stati avevano avuto una vera e propria reazione di popolo non sempre contrastata da una minoranza attiva. Nella Francia sotto Luigi XVIII il Parlamento era stato più realista del Re, e in tutto il Regno si era manifestata una viva opposizione contro i sostenitori di larghe idee liberali (terrore bianco).
Nella Spagna Ferdinando VII aveva potuto ristabilire l'assolutismo, cosicché la tendenza politica, che vedemmo in Italia, assai bene rispondeva all'indirizzo generale, e quindi era naturale che i novatori italiani nella loro maggioranza si avvicinassero a novatori della rimanente Europa e soprattutto a quelli dei paesi che, come la Spagna, avevano subito l'influenza del Governo francese. Nel 1820, sia pure per opera di minoranze, si reclama il diritto del popolo di prender parte al governo di se stesso e si invocano costituzioni, non più quale concessione sovrana come era avvenuto in Francia con Luigi XVIII, ma come imposizione diretta del popolo. Quindi, se nei resultati il governo costituzionale può sembrare una riforma della monarchia assoluta, nei principii da cui parte, deve considerarsi come un atto schiettamente rivoluzionario. Nel Portogallo Giovanni VI tornando dal Brasile accettava la costituzione, nella vicina Spagna l'accettava Ferdinando VII sotto le imposizioni dell'elemento militare, cosicché la penisola iberica fu pervasa da un fremito di rivolta, che, come abbiamo veduto, ebbe una larga eco in Italia. Ed in quel torno di tempo insorgeva la Grecia chiedendo libertà interna e indipendenza dallo straniero, mentre si manifestavano, sia pure senza accennare a rivolte imminenti, sintomi di malcontento nella Inghilterra, nelle provincie belghe unite all'Olanda, nella Polonia, ecc, e dovunque si chiedevano libertà interne, miglioramenti economici ed anche indipendenza, laddove esisteva il Governo straniero. Contro le agitazioni c'era ancora forte resistenza, e, tranne qualche eccezione, le libertà furono presto combattute ed anche vinte. Nel Portogallo si procede per molti anni con un vero gioco di altalena fra costituzionali ed assolutisti, e la guerra civile acuita dal malessere economico e dall'amor proprio offeso per la perdita del Brasile e per la decadenza di altre colonie, sempre indebolisce il Governo. Inoltre per la scarsa educazione politica, di fatto la libertà poco si gode, non solo sotto gli assolutisti, ma anche sotto i costituzionali, giunti al potere per la violenza propria e timorosi di esserne allontanati dalla violenza, altrui. Nella Spagna ritorna l'assolutismo, nella Francia si continua a stringere i freni sotto Carlo X, succeduto a Luigi XVIII, segnando ufficialmente la decadenza delle libertà. Ma nella Grecia è per trionfare l'indipendenza, nella Inghilterra riforme elettorali ed economiche lentamente si compiono, in altre parti d'Europa i Governi tengono fermo, ma le opposizioni crescono e si preparano all'azione, tanto che verso il 1830 in parecchie parti d'Europa si compiono o sono per compiersi grandi novità.
In breve tempo la Francia muta dinastia e con Luigi Filippo d'Orleans ripudia i principi legittimisti del vecchio tronco reale borbonico e riconosce la dottrina del diritto popolare. Il Belgio si stacca dall' Olanda, crea una costituzione propria, si elegge un Re in nome di identici diritti. La Polonia reclama la sua indipendenza ed obbliga la Russia ad un grande sforzo di armi per domare la sanguinosa insurrezione. Uno spirito di rinnovazione e dì rivolta percorre la Svizzera e parecchi stati germanici, ed ormai pare che quasi tutta l'Europa per motivi diversi sia in subbuglio, e ben lontana da quell'ordine e da quella pace che si era sperata una quindicina d'anni avanti.
Anche l'Italia si muove. I processi che avevano preceduto e seguito i moti del 1820-21 avevan dimostrato la importanza del movimento novatore, contro il quale era impossibile resistere a lungo. Nello Stato pontifìcio, forse più che altrove, questo aveva profonde radici, e specialmente nelle provincie era alimentato, oltre che da cause comuni ad altre parti d'Italia, dalla avversione contro il potere teocratico, la quale faceva sì che in Romagna qualcuno pensasse di chiedere il governo austriaco, che pure per altri motivi era generalmente avversato. Dopo la morte di Pio VII e gli inevitabili rigori venuti in seguito ai moti del 1820-21, durante il pontificato di Leone XII (1822-29) e di Pio VIII (1829-30) il Governo pontificio aveva fatti molti processi contro i novatori, colpendo centinaia e centinaia di questi e molti presto graziando, nella speranza di poter discernere i nemici alternando il rigore alla clemenza, e fiducioso di conservare l'appoggio degli amici colla beneficenza, e col lasciare in cose estranee alla politica una certa libertà, che poteva da taluno anche credersi effetto di intima debolezza più che di sincera bontà e di calcolata prudenza.
Quindi si ritenne pure che facil fosse abbattere questo Governo, specialmente se si fosse riusciti a far insorgere contemporaneamente i Ducati di Modena e di Parma, così strettamente congiunti alle Legazioni pontificie, e retti, l'uno da un principe intelligente, Francesco IV, che si poteva forse guadagnare alla causa dell'insurrezione col miraggio di Regno più vasto, l'altro dall'ex Imperatrice dei Francesi che, debole e trascurata, non poteva opporre molta resistenza.
Verso la fine del 1830 un accenno di insurrezione si ebbe a Roma: novatori dello Stato pontificio e più ancora ospiti di questo, sperarono di abbattere il potere temporale dei Papi ed effettivamente tentarono nel dicembre di quest'anno e nel febbraio del 1831. Nei fratelli Bonaparte figli dell'ex Re di Olanda, invano sperarono i cospiratori: la vigilanza delle autorità pontificie, la indifferenza della popolazione mandarono a monte i tentativi, cui seguirono presto processi e condanne.
Con forze maggiori e meglio organizzate scoppiò l'insurrezione nelle Legazioni, dove si riuscì a profittare di moti sincroni e temporaneamente vittoriosi scoppiati nei vicini Ducati di Modena e di Parma, e dove si potè iniziare l'attuazione di un programma politico che oltrepassava i confini degli stati di allora.
Caduti i Governi di Modena e di Parma, estesosi il moto con varia fortuna alle Marche ed all'Umbria, giunte le bande rivoluzionarie sino a Civita Castellana, proprio alle porte di Roma, parve che uno Stato delle provincie unite dell'Italia centrale potesse ricevere ordinamenti duraturi e valida difesa da giovani e ardenti cospiratori, come Ciro Menotti, e da vecchi soldati, come il generale Zucchi.
Le popolazioni, specialmente nelle Romagne e nel Modenese, dettero un aiuto più o meno largo ai novatori, i quali, non solo riuscirono ad abbattere i Governi locali, ma impedirono che gli amici interni di questi li rialzassero, e resero necessario l'intervento austriaco in favore di essi.
I moti del 1831 misero in evidenza soprattutto la debolezza del Governo pontificio e la forza dei novatori, cosicché per evitare altre insurrezioni l'Austria, l'Inghilterra, la Prussia e la Russia presentarono il 10 marzo 1831 un memorandum alla S. Sede per consigliare riforme tali da contentare l'elemento laicale chiamandolo ad amministrare provincie e comuni che potevano divenire enti importanti coll' applicazione di un largo decentramento. In nome del Pontefice il Bernetti avvertiva l'ambasciatore francese che v'era l'intenzione di affidare l'amministrazione dei comuni a cittadini scelti coi criterii della possidenza, della coltura e del commercio, e che qualcosa di simile volevasi pur fare per le provincie (6 giugno 1831). Ma le intenzioni, se pur v'erano, rimanevano tali, fors'anche per lo scoppio di nuovi disordini in Romagna provocato dal disarmo delle milizie provinciali. Allora si ebbero conflitti specialmente a Cesena (gennaio 1832) e turbamenti altrove, tali da rendere nuovamente necessario l'intervento dell'Austria. Questa, che solo da pochi mesi aveva richiamate le sue truppe (25 luglio 1831), ora le rimandava, e, date le condizioni del paese, faceva capire che ve le avrebbe lasciate per un pezzo, provocando così i timori delle Potenze e specialmente della Francia cui più che ad altri dispiaceva il primato austriaco. Di qui l'occupazione francese di Ancona che cessò soltanto alcuni anni dopo colla partenza degli Austriaci dalle Romagne (1838), quando parvero più tranquilli i popoli e meno debole il Governo pontificio, che naturalmente desiderava l'allontanamento degli stranieri, e per la tutela della propria dignità, e per togliere credito alle voci che dovunque correvano intorno alla incapacità della teocrazia. Ma le voci seguitarono a correre, anzi non si tratta neanche di semplici voci, ma piuttosto di salde opinioni che confermano ancora l'apprezzamento che ci venne suggerito dal trattato di Tolentino e dalla restaurazione del poter temporale.
A Modena e a Parma, pur coll'aiuto austriaco, si ristabilirono i cessati Governi ed alla restaurazione seguiron processi, con poche condanne a Modena, ove morirono per sentenza del tribunale militare Menotti e Borelli, con assoluzione generale a Parma, ove il tribunale osservò che la Duchessa era spontaneamente partita, e che quindi non avevan compiuto atto di rivolta quei cittadini che avevano nel pubblico interesse assunto il governo della città. E Francesco IV e Maria Luisa reggeranno fino alla morte i loro Stati senza nulla mutare, cosa da tenersi presente soprattutto trattandosi di Francesco IV, che, sicumente aveva, almeno in parte, compreso il nuovo movimento italiano verso l'unità e riteneva ben fondati i timori più tardi nella sua corrispondenza esposti da Carlo Alberto il quale accennava persino a probabili aspirazioni borboniche incoraggiate da Luigi Filippo, il nemico dei conservatori d'Europa (1833). Certo la cieca fede riposta nel diritto divino e la stima della potenza dell'Austria impedirono a Francesco IV di profittare di quelle conoscenze, come la sua intelligenza avrebbe fatto supporre.
Dopo i moti del 1831 al solito aumentarono i rigori dovunque. Carlo Alberto incominciava il suo regno con processi ed esilii, l'Austria vigilava con maggiore zelo, e il Borbone di Napoli ne seguiva l'esempio, cosicché erano chiusi nelle carceri, o lasciavano il paese nativo, non solo molti compromessi nei moti dello Stato pontificio e dei Ducati, ma anche parecchi di terre italiane soggette ad altri Governi. E gli esuli nuovi si univano ai fratelli maggiori rifugiatisi dopo i moti e i processi precedenti all'estero o nel Granducato di Toscana o nel Ducato di Lucca, nel quale ultimo staterello la tranquillità e cortesia degli abitanti ben si conciliava colla mitezza del giovane Duca Carlo Lodovico, il quale dava così occasione ai sospetti di Carlo Alberto e di Francesco IV.


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