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3. INTRODUZIONE

volume I |

Carattere del movimento italiano verso il 1820-21 e sue conseguenze

La carboneria napoletana scese in piazza nel 1820, proprio dopo le notizie giunte dalla Spagna intorno al consolidarsi della costituzione che l' esercito aveva imposto al Re Ferdinando VII. La rivolta militare spagnola scoppiata nel gennaio del 1820, al principio dell'estate sembrava definitivamente vittoriosa: le Potenze non andavano d'accordo sui provvedimenti da prendersi contro di essa, e quindi la mancanza dell'intervento straniero faceva credere che le sorti della costituzione dovessero esser decise dal Re e dai ribelli.
Ciò incoraggiava i carbonari napoletani, che nel giugno del 1820 decisero in massima la insurrezione. Il 2 luglio successivo la rivolta scoppiò a Nola per opera di Silvati e Morelli ufficiali di cavalleria ivi di guarnigione, si estese rapidamente alla capitale e ad altri centri del Regno, e dall'esercito promossa e sostenuta ebbe tanta forza da costringere il Re a dare la costituzione di Spagna (7 luglio) ed a giurarla solennemente. Il 25 luglio l'insurrezione scoppiò a Palermo, ma la maggioranza dei ribelli chiese il Regno distinto sotto lo stesso principe regnante a Napoli e colla costituzione siciliana del 1812. A Napoli Re e carbonari furono d'accordo nel respingere la domanda dei Siciliani e si mostrarono disposti ad usar contro di questi pure la forza, anche quando gli isolani per evitare un conflitto si mostrarono disposti ad accordi, accettando la costituzione spagnola e mantenendo solo la richiesta di una amministrazione speciale. Il Governo di Napoli convocò i comizii elettorali per la formazione di un Parlamento unico, ma pochi Siciliani, e solo nella parte orientale dell'isola, accorsero alle urne, cosicché il Parlamento aperto a Napoli nell'autunno 1820 ebbe in realtà i soli rappresentanti del Continente.
II Governo di Napoli decise una spedizione contro la Sicilia affidandola al generale Florestano Pepe, il quale preferendo la diplomazia alle armi stipulò colla Giunta di Governo siciliana un trattato per cui in massima si concedeva all'isola una amministrazione propria della quale dovevano esser fissate le norme di pieno accordo fra Napoli e Sicilia. Il Congresso (Parlamento) di Napoli respingeva il trattato, che già aveva avuto un principio di esecuzione coll'ingresso dei Napoletani a Palermo, e dichiarava indivisibile il Regno delle Due Sicilie ed unico moderatore di esso il Parlamento e il Governo sedenti a Napoli.
Dato il contegno del Governo di Napoli, discutibile dal punto di vista della opportunità e della correttezza diplomatica, sembrerebbe che i costituzionali napoletani avessero una grande forza, ma realmente ne possedevano poca. Infatti non inspirarono fiducia alle grandi Potenze che li credevano pericolosi, non andavano troppo d'accordo col Re che evidentemente aveva ceduto alla violenza e cercava ritrarsi, non inspiravano fiducia ai Siciliani che anzi col respingere il trattato del Pepe gravemente irritavano, non inspiravano fiducia neppure a se stessi, tantoché i gregarii guardavano con sospetto i capi della insurrezione, e alcuni di questi, come Guglielmo Pepe, privavano il Parlamento del loro consiglio e non assumevano nella direzione della pubblica cosa quella importanza che i loro precedenti e la loro autorità, presso i carbonari avrebbero richiesta. I migliori presto compresero che un conflitto armato sarebbe scoppiato colle grandi Potenze, ma nulla di serio fecero per vincere, od almeno per cader con onore, e quando seppero che il congresso di Lubiana, ai quale ingenuamente lasciarono andare il Re Ferdinando, ebbe deciso di togliere la Costituzione a Napoli incaricandone l'Austria, al forte esercito di questa non seppero opporre che poche truppe male armate, e mal d'accordo sotto il comando di Gugliemo Pepe e di Michele Carascosa. La sconfitta di Rieti non poteva sorprendere nessuno, come nessuno potò essere sorpreso dal ritorno dell' assolutismo borbonico in mezzo ad un popolo che nella sua grande maggioranza la Costituzione non aveva nè desiderata, nè sorretta, mentre la minoranza costituzionale aveva troppi elementi volgarucci, tutti preoccupati di particolari interessi, e parecchi idealisti privi di senso pratico.
Pochi settarii volgari, molti settarii nobilissimi andarono in esilio, pochissimi si lasciarono cogliere dalle condanne che seguirono alla restaurazione dell'assolutismo. Ad alcuni emigrati il Governo borbonico assegnò poi il luogo di dimora all'estero ed una pensione, ma parecchi di loro perdettero questa assai presto e si unirono ad altri esuli, che pensione mai non avevano avuto, nel fare in Italia e all' estero una propaganda attiva contro i Borboni. E la propaganda riuscì efficace, ora per l'interesse che alcuni stranieri avevano a pensar male del Governo di Napoli, ora per la simpatia, che in mezzo a popoli sempre men teneri delle persecuzioni politiche, destavano molti emigrati, veramente insigni per altezza d'ingegno e per dignità di vita.
Mentre il Governo costituzionale napoletano era per cadere, in Piemonte scoppiava una insurrezione antiassolutista ed antiaustriaca. In Piemonte, condizioni in parte simili a quelle di Napoli portavano a simili conseguenze. Ufficiali ed impiegati invocavano l'uguaglianza anche per la propria carriera e parevano ottimi elementi per una rivolta della borghesia che la restaurazione delle antiche leggi sabaude metteva in disparte. Molti patriotti piemontesi erano pure dispiacenti della politica estera assai remissiva di Vittorio Emanuele I e vedevano in essa un pericolo indiretto alla indipendenza del paese, a quella indipendenza che sotto il Governo francese si era perduta con gran dolore dei più. Anzi al principio del secolo, anche, al di fuori del desiderio di ristabilire la dinastia sabauda caduta, si era notato un movimento di difesa contro la politica e persino contro i costumi e la lingua di Francia, e, mentre Napoleone cercava di guadagnarsi la nuova generazione, specialmente aristocratica, facendo educare in collegi di sua fiducia i giovinetti, un gruppo di questi, Cesare Balbo, Luigi Ornato e pochi altri avevano formata la società la Concordia che aveva lo scopo di conservare puri da contatti francesi la lingua ed i costumi italiani. Ora il timore veniva dall'Austria e pareva a molti opera di buon patriottismo unirsi ai cospiratori lombardi per abbattere il Governo austriaco e congiungere anche politicamente Lombardia e Piemonte da un pezzo già congiunti per importanti interessi materiali e morali. I novatori italiani dopo il 1815 dovunque univano alle aspirazioni di una politica interna fondata sulla uguaglianza civile e sulla partecipazione diretta del popolo al Governo, anche il desiderio della indipendenza dei singoli stati e della unione tra questi come elemento necessario per garantire le libertà interne e soddisfare ai bisogni sempre più grandi e numerosi che avvicinavano l'una all'altra le diverse regioni italiane. E questa tendenza si rivela fortissima in Piemonte, sia per i maggiori rapporti che esso, relativamente alle altre regioni, aveva colla Lombardia, sia per i pericoli indiretti, a cui era esposta la politica piemontese da parte dell'Austria
dopo la decadenza della Francia.

Certo gli ultimi avvenimenti d'Europa avevano turbato rispetto al Piemonte l'equilibrio, che da secoli consentiva a questo di vivere sicuro fra due potenti Stati, nemici tra loro, e tale equilibrio non si era interamente ristabilito col sottomettere a Savoia anche la Liguria. Il moto piemontese ha carattere essenzialmente militare, e i soldati che chiedevano la Costituzione di Spagna dopo avere scartata la Costituzione siciliana che molti avrebbero preferita, domandarono la guerra all'Austria rispondendo assai bene alle condizioni sopra accennate, e forse cercando anche di giustificare la propria ribellione al Re col dire che avrebbero accresciuti i possedimenti di questo. Ma la prospettiva di una guerra contro l'Austria non piaceva al Governo, il quale, conoscendo, forse meglio dei cospiratori, le forze austriache e la debolezza propria, si confermava nella opposizione a qualsiasi alleanza coi novatori, alleanza per se stessa ritenuta pericolosa agli interessi della dinastia e del paese.
I moti scoppiarono rapidamente a Sansalvario fuori le porte di Torino, ad Alessandria, a Fossano, nella capitale stessa, e, data la resistenza d'una parte delle truppe ed il contegno della maggioranza dei cittadini, la guerra civile parve inevitabile, ove il Governo non avesse tosto ceduto.
Il re Vittorio Emanuele I, contrario alla guerra contro l'Austria, contrario alle mutazioni interne non volle acconsentire, né d'altra parte si assunse la responsabilità di difendere colla forza la propria politica e preferì abdicare in favore di Carlo Felice dando intanto la reggenza al principe Carlo Alberto di Carignano, finché il nuovo Re, allora a Modena, non fosse giunto a Torino. La debolezza di Vittorio Emanuele, le idee innovatrici ed antiaustriache attribuite a Carlo Alberto dettero coraggio ai cospiratori, che, facendo pressioni e minaccie, indussero il Reggente a concedere la Costituzione di Spagna colla riserva peraltro della reale approvazione. Carlo Alberto, consultatosi coll'Arcivescovo, coi reggitori del comune di Torino e con alcuni autorevoli amici della Corona, ritenne così di evitare mali maggiori senza compromettere nulla in modo assoluto e definitivo. Invece i novatori credettero di aver tutto assicurato e sognarono Costituzione ed ingrandimento dello Stato sotto la guida di Carlo Alberto, ritenuto da tempo loro fautore e stimato capace di condurli, volente, o nolente Carlo Felice. E ad Alessandria parlarono persino d'un Regno d'Italia. I fatti dovevano presto togliere ogni illusione. La dinastia sabauda durante l'esilio e dopo, si era sempre mostrata nemica di novità e strettamente legata alle grandi Potenze conservatici: all' esercito di queste aveva unito il proprio contro Napoleone nel 1815, alle tendenze di queste aveva inspirata la propria politica interna ed estera, ed una prova di attaccamento alle Potenze stesse aveva data anche di recente col mandare al Congresso di Lubiana i suoi rappresentanti che si erano dimostrati del tutto favorevoli all'intervento austriaco a Napoli. Ora sarebbe stato troppo il pretendere che Savoia bruscamente facesse causa comune coi novatori, contro i quali aveva approvato gravi provvedimenti, e troppo il pretendere che volesse col suo esercito poco numeroso e discorde fomentare in Lombardia rivolte mal preparate, e impegnarsi in una guerra senza nessuna speranza di vittoria. Queste e simili ragioni sarebbero bastate per giustificare l'opposizione al moto piemontese, anche se la dinastia sabauda non avesse creduto che novità e guerre fossero per ora avversate dalla grande maggioranza del popolo e anche se non avesse stimato pericoloso fare concessioni sotto la minaccia dei ribelli. Quindi fu logica la condanna delle novità fatta da Carlo Felice, quindi logica, sebbene fosse non assolutamente necessaria, la richiesta dell'intervento austriaco, quindi inevitabile il ritiro di Carlo Alberto, che, dal Re invitato, prima si recò a Novara dove si concentravano molte truppe assolutiste, e poi lasciò lo Stato, obbedendo senz'altro agli ordini sovrani.
Gli avvenimenti in pochi giorni precipitarono: contro le forze assolutiste di Novara comandate dal generale Latour, in soccorso delle quali venne di Lombardia il generale Bucina con un esercito austriaco, poco resistettero nelle vicinanze di Novara le milizie costituzionali, già indebolite da interne discordie e da diserzioni, e Carlo Felice potè presto assumere il Governo, nella pienezza della propria autorità, senza essere costretto a nuovi atti di rigore: giacché in tutto il Piemonte ed a Genova, dove pure erano scoppiati disordini ritenuti anche più pericolosi per le peculiari condizioni della città, il Governo assoluto fu universalmente obbedito. Del movimento rivoluzionario peraltro rimase uno strascico, assai penoso per le condanne numerose a morte e ad altre pene pronunziate da un tribunale straordinario militare (R. Delegazione) e per il licenziamento di impiegati ordinato da una commissione straordinaria di scrutinio. A questo si aggiunsero i danni che a cospicue famiglie vennero dall'esilio dei loro cari, e quelli che alla dinastia stessa recarono gli esuli nella loro propaganda all'estero (l'esilio fu la pena che in realtà ebbe larga applicazione dopo questi moti pei quali due sole condanne a morte furono eseguite contro Laneri e Garelli) prima che grazie sovrane riammettessero in patria molti distinti cittadini. La confisca dei beni accrebbe spesso la pena, ma a questo generalmente rimediò presto la grazia sovrana che assegnò alle famiglie dei condannati le rendite dei beni loro.
La scarsezza della preparazione, la vigilanza dell'Austria e degli altri Governi impedirono che i moti si estendessero alle rimanenti parti d'Italia. Si ebbero però dei tentativi nello Stato pontificio colla rivolta di parecchie città, specialmente nelle Marche, ove l'opposizione antipapale aveva dato segni non dubbi fino dal 1817 a Macerata, e dove la preparazione della rivolta era ben nota al Governo, che parecchi processi aveva di già istruiti. Agitazioni si minacciarono nelle Romagne dove abbondavano i cospiratori, che stavano in relazione con novatori d'altre regioni d'Italia e specialmente del Lombardo-Veneto, e che prove sicure di attività avevano date nel passato. Cosi dicasi, però in proporzioni minori, dell'Umbria, così dei Ducati, dove, scoperto qualche cospiratore, si istruirono processi e si pubblicarono decreti contro i promotori di novità i quali furono temuti assai anche laddove non erano scoppiati moti.
Infatti ormai si nota una certa comunanza di aspirazioni in quasi tutta Italia, si osserva che, se da motivi diversi nasceva il malcontento, uguale ne era quasi sempre il risultato, e si volevano dovunque trasformare i Governi esistenti e stringere rapporti più stretti tra regione e regione, cosicché, pur tenendo conto delle inevitabili eccezioni, potrebbe concludersi che le idee di indipendenza, di unità e di libertà considerate nella loro essenza andavano sempre più sviluppandosi, e non già nella mente di qualche solitario pensatore, ma nella coscienza e nell'azione di molti cittadini. Come già accennammo, gran parte di questi erano necessariamente organizzati in sette segrete per sfuggire al rigore delle leggi, ed in segreto facevano propaganda e preparavano programmi, spesso assai precisi, come quelli dei carbonari di Napoli e di Piemonte. Talora formarono anche programmi, inspirati a larghe idee nazionali, come fino dal 1819 si vide nel patto dell'Ausonia, il quale parla di un' Italia unita sotto una repubblica democratica con largo decentramento amministrativo e colla capitale in Roma. Programma, che può dirsi nelle sue linee generali completo, che tutte le quistioni fondamentali tocca e risolve, dagli ordinamenti militari e finanziarii a quelli religiosi, i quali ultimi in un tempo di risorgimento della fede si riguardavano meritevoli di grande studio, specialmente nei rapporti col Pontefice, che nella sua duplice qualità di capo d'una Chiesa universale e di signore d'un territorio italiano, interesse grandissimo destava in Italia ed all'estero.
Sedati i moti del 1820-21, gli esuli di uno stato italiano trovarono spesso accoglienza in un altro senza aver bisogno di recarsi all'estero, dove di regola erano naturalmente accolti bene, finché non offendevano le leggi del paese. Roma fu piena di profughi napoletani, il Granducato di Toscana e il Ducato di Lucca accolsero profughi d'ogni parte d'Italia, profughi, che, per quanto vigilati, fecero propaganda di loro idee, e i migliori tra essi alle idee guadagnaron simpatia colla bontà dell'ingegno e dei costumi. In Italia ed all'estero profughi di varie provincie trovandosi insieme impararono a conoscersi meglio ed a stringere vincoli più forti con grande beneficio della unità nazionale. Tornati in patria diffondevano con grande zelo i loro principii e l'amore verso i compagni d'esilio fra parenti ed amici che per lettere ricevute avevano già imparato a provare gli stessi affetti ed a capire il medesimo ideale. Ma per alcuni anni pochi tornarono in patria: parecchi anzi non rividero più la terra nativa, perché morirono in Grecia e nella Spagna, mentre combattevano, nella prima per la indipendenza, nella seconda per la costituzione, che in nome delle grandi Potenze fu tolta dalle truppe francesi. E i loro posti furono via via presi da altri Italiani, che lasciavano alla spicciolata la patria, per isfuggire ai processi, che più o meno dovunque, e specialmente nello Stato pontificio, si continuarono a fare, segno che il movimento di nascosto seguitava.
Peraltro fino al 1830 nuovi moti non ci furono, se ne togliamo qualche disordine sporadico, come la sollevazione del Cilento (1827) dovuta a cause locali, che peculiari condizioni di ambiente ed accortezza di novatori seppero volgere a detrimento dei Governi del tempo ed a preparazione di profonde mutazioni.

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