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3. INTRODUZIONE

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Principi direttivi del Risorgimento italiano prima del secolo XIX

La indipendenza, la unità e la libertà d'Italia durante il secolo XIX, e solo durante questo secolo, furono desiderate dagli Italiani, i quali sembrerebbe che quasi all'improvviso intendessero la importanza di queste cose fino allora sol da scrittori vagheggiate, e che seguendo la inspirazione di questi esponessero con disinteresse e con eroismo sostanze e vita per assicurare tali beni alla patria terra. Sacrificii di persone, spesso notevoli anche per dottrina e per ingegno, mirabile valore di pochi pensatori e statisti, virtù eccezionali di qualche dinastia, difetti, eccezionali di altre case regnanti portarono in breve tempo al trionfo di un programma accettato più per sentimento, che per matura ponderazione. Quasi quasi parrebbe che quanti al trionfo di quel programma diressero i loro sforzi fossero stati dei puri idealisti e che sui libri e sugli esempi stranieri concepissero il loro programma, e lo attuassero solleciti per il puro amore del patrio bene. Gli uomini di media coltura, ed assai spesso anche studiosi di professione, ricordano con viva compiacenza, o con grave rammarico, secondo opposti punti di vista, come una schiera di pochi cittadini abbia data agli italiani una patria, facendo cadere i Governi precedenti, ai quali venne meno quasi improvvisamente l'appoggio delle classi dirigenti e l'amicizia delle potenze straniere. E procedendo per questa strada trovano che la rivoluzione francese scosse e magari (da un altro punto di vista) sconvolse l'Italia, e destò nuovi desiderii, creò nuovi bisogni e sotto la pressione, vuoi di eserciti stranieri, vuoi di cittadini e di diplomatici, creò un novus ordo, di cui i posteri si godono, secondo alcuni, i benefìci, secondo altri, i danni. Gli Italiani quindi aspettarono che pochi condottieri si movessero, e molti di essi, quasi intuendo che le innovazioni erano ben preparate si dettero a favorirle nella speranza di averne vantaggi spesso personali.
Senza dubbio parecchie di queste cose possono chiamarsi cause prossime del nuovo assetto d'Italia, certi fatti che i liberali esaltano, e che i sostenitori dell'antico regime deplorano, sono veri, e sono anzi i soli veri per chi volendosi spiegare un avvenimento politico non sa troppo allontanarsi dai tempi in cui vive, e degli amori e degli odii civili non giudica serenamente, e ben volentieri di fatto accetta il programma di un partito, oppure porta a cielo la virtù dei proprii amici, ed esagera e, magari, senza volerlo, immagina colpe e difetti dei proprii avversarii.
Ma la Storia che anche dei fatti recenti comincia ad occuparsi, apre ormai un'altra via nella quale risolutamente ci siamo messi anche noi, sicuri di compiere un dovere.
I principii direttivi del Risorgimento Italiano dovremo ricercare in periodi storici anteriori a quello che ormai suole da questo complesso movimento prendere nome. L'idea unitaria non sorge improvvisa nel secolo XIX, ma, sia pure incoscientemente e parzialmente, a questa si inspirarono governi e cittadini anche prima di allora, e potenze straniere allo svolgimento di questa idea efficacemente contribuirono. Il lento e sicuro assorbimento da parte dei Signori sabaudi di quel territorio per secoli congiunto a Milano ed a Pavia, lambito dalla Sesia e dalla Bormida, dal Ticino e dal Gravellona, è la conseguenza dell'affratellamento di popolazioni vicine e contribuisce ad accrescere tra queste vincoli d'ogni genere, in prevalenza politici ed economici. Questi ultimi vincoli che pure avevano tenuti congiunti tali territorii alla contea di Pavia e al ducato di Milano, non si spezzeranno per il mutare dei confini politici, ma codesti vincoli rimarranno e più d'appresso stringeranno le popolazioni soggette a Savoia con quelle dipendenti dalla Casa d'Austria. La pace di Aquisgrana, in armonia con trattati precedenti, volle ricompensare il Re di Sardegna per la sua politica, ma in sostanza creò nuovi rapporti fra il Piemonte e la Lombardia, e i territorii bagnati dal Ticino e dal Po congiunse politicamente a Torino, ma non li staccò davvero da Milano e da Pavia, dove tradizioni secolari e persistenti interessi economici naturalmente li attiravano. Il mercato di Pavia non perdette i ricchi prodotti della pingue Lomellina, né l'Ateneo pavese perdette gli scolari nati sulla destra del Ticino, né le doviziose famiglie, né le Opere pie pavesi vendettero le vaste tenute che ora un trattato di pace dichiarava politicamente soggette al governo di Torino. E quindi scambio di prodotti fra i due Stati, passaggio continuo di lavoratori, di agenti, di proprietarii da uno stato all'altro, e per mezzo di cose e di persone moventisi lungo e attraverso i confini, accrescimento di interessi e di idee comuni dalle provincie, anche interne, di Lombardia alle provincie del Piemonte, e reciprocamente, con innegabile progresso di quelle condizioni morali e materiali che saranno la vera base dell'unità politica nazionale.
I Governi, anche se nemici fra loro, non potranno impedire questi rapporti, dovranno anzi renderli più agevoli per non impoverire i popoli soggetti e spingerli a violente rivolte, e così, garantendosi per il momento la pace, assisteranno impotenti alla preparazione lenta, ma sicura della propria rovina.
Come in altri tempi i popoli dei comuni e dei feudi, per secoli soggetti a leggi e ad amministrazioni diverse, pian piano si accostaron fra loro e più gravi differenze di leggi e di costumi presto eliminarono, raccogliendosi in nuovi stati relativamente grandi, od accrescendo gli antichi; così già stati sorti o modificati per quel movimento, si trovavano ora in procinto di sparire per dar vita ad un organismo più ampio e più vigoroso.
Invano nella Lombardia l'abile Governo di Carlo VI, di Maria Teresa e dei figli di questa cercherà di soddisfare i materiali e morali bisogni dei popoli guardandosi bene dall'offendere l'amor proprio dei cittadini ed aiutando il rifiorimento del lavoro e della ricchezza, quasi a dimostrare che la divisione politica fra terre italiane e terre italiane, non avrebbe affatto nociuto a nessuna di queste. Gli sforzi, del Governo di Vienna non erano fortunati, anzi pareva che il rispetto della nazionalità e degli interessi di Lombardia accrescesse nell'opinione dei popoli la stima del proprio valore, ed aumentasse in essi il desiderio di provvedere a sé, indipendentemente dai consigli e dalla volontà altrui, come il giovinetto che va diventando uomo si compiace del riconoscimento che i maggiori fanno delle sue virtù, e presto desidera di metter tali virtù alla prova al di fuori degli ordini e dei suggerimenti altrui.
La politica della Casa di Savoia che profitta della propria posizione per ottenere (ed è umano e ben chiaro anche senza pensare a larghi programmi nazionali) una potenza sempre maggiore, continua a rivolgere le proprie aspirazioni verso la Lombardia, e si accorge come gli ostacoli che a tali aspirazioni e magari ad aspirazioni minori, che il popolo aveva opposto in passato, ora vanno diminuendo, cosicché crede non lontano il coronamento dei propri sforzi. Più volte, quando una potenza straniera desiderava l'appoggio dei principi sabaudi offriva tutto o parte del territorio lombardo, e sul finire del secolo XVIII tale offerta rinnovò la Francia rivolgendosi a Vittorio Amedeo III per averlo alleato contro l'Austria signora di Milano.
La politica sabauda quindi non era ignota alla diplomazia, e questa non deve credersi tanto ingenua da offrire un compenso assolutamente irrealizzabile, la qual cosa avrebbe resa pressoché ridicola e quindi vana la sua proposta.
E se l'offerta francese, ora ricordata, Vittorio Amedeo III non accettò, devesi ricercar la ragione nella potenza attribuita all'Austria e soprattutto nel timore che la Francia rivoluzionaria colla sua amicizia accrescesse ancor dì più i pericoli della propaganda rivoluzionaria in Piemonte.
E verso la Lombardia non meno era attirata, la Venezia. La fusione delle provincie di terraferma colla metropoli delle lagune era avvenuta prima del secolo XVIII, efficacemente aiutata dalla politica della Serenissima e dai molteplici interessi anche materiali che univano fra loro e con Venezia le città poste nella zona d'influenza del porto veneziano. All'unione della coltura si era provveduto col migliorare ed ingrandire lo Studio di Padova, col farne quasi il moderatore della istruzione in tutto lo Stato, col renderlo il centro della educazione intellettuale di quella classe dirigente che nei consigli della Repubblica, nell'esercizio delle magistrature e delle professioni avrebbe dovuto far sentire la volontà e la forza di S. Marco.
Venezia, posta fra i dominii di terraferma e i domini d'oriente, doveva lottare da una parte coi Signori di Milano, dall'altra coi Signori di Casa d' Austria che tenevano le montagne specchiantisi nell'Adriatico, e sempre più pericolosi diventavano, via via che la diminuzione della potenza mussulmana rendeva meno necessaria l'unione del leone di S. Marco coll'aquila bicipite.
E dall'altra le relazioni con Milano si facevano migliori: la zona della ghiara d'Adda lungamente contesa fra Venezia e Milano, la navigazione del Po e la lotta per il predominio delle terre rivierasche del grande fiume, perdevano molto della loro asprezza, anzi quelle terre, che erano state causa prima di lotte sanguinose, pareva che dovessero diventare un efficace mezzo di unione fra le due metropoli. Ed altrettanto avveniva per le relazioni di Venezia con Ferrara. Le cause di guerra erano via via cessate, e il territorio bagnato dal basso Po ormai sentitasi naturalmente legato a Venezia dal punto di vista economico, anche quando parte di esso era dal punto di vista politico congiunto ad un altro stato. E come la ghiara d'Adda colle terre limitrofe era divenuta tratto d'unione tra Venezia e Milano, come la Lomellina colle terre limitrofe era divenuta tratto di unione tra Milano e Torino, così le terre passate dal Duca di Ferrara al diretto dominio dei Papi, erano divenute tratto d'unione fra Venezia e i possedimenti della Santa Sede.
Nè per questo erano scemati gl'interessi che per secoli avevano agevolata l'unione di Ferrara con Modena, né Modena aveva interrotte le sue relazioni con Bologna, colla Toscana, con Parma e con Piacenza, né Piacenza cessava di essere unita dalla vicinanza e da forti interessi commerciali colla Lombardia, completando in tal modo quella corona di stretti e parziali rapporti che univano insieme i paesi dell'alta Italia, coi paesi dell'Italia centrale.
A rinvigorire poi codesta unione contribuivano efficacemente le due riviere che dai confini della Provenza a quei della Toscana si appoggiano alle Alpi marittime ed all'Appennino, fin dove questo quasi si confonde colle maestose cime degli Apuani. I Signori di Savoia già da un pezzo erano scesi al mare: la contea di Nizza prima, altre piccole signorie, come ad esempio Albenga e Finale, poi, avevano ingemmata la loro corona, anche quando difficili e scarsi erano i progressi della Casa sabauda nella valle padana, cosicché pareva che verso la marina essa fosse destinata a divenire grande e temuta. Le popolazioni a pie' delle Alpi, povere allora di agricoltura e quasi prive di lavoro industriale vero e proprio, erano anzitutto condotte a cercare scendendo il Po una vita meno disagiata, ma risalendo gli affluenti sulla destra del grande fiume toccavano la cima dei monti che impedivano la vista del mare, e al di là di questi figgendo lo sguardo venivano a conoscere città e terre, dove la ricchezza affluiva, prodotta dall'assiduo lavoro agricolo sulle dolci pendici dei monti specchiantisi nel Mediterraneo, e dalle industrie marinaresche, facenti capo a Genova ed a Marsiglia, e prospere dovunque nei graziosi paesi delle riviere.
Superati i passi montuosi, stabiliti rapporti economici tra la valle padana e il mare, Savoia doveva tali rapporti incoraggiare, renderli migliori e tentar magari di volgere a profìtto proprio l'attività che si svolgeva sulle vie marittime. E presto dovette guardare con vivo desiderio Genova che di quelle acque pareva signora, e che meglio di qualsiasi altra città rivierasca sembrava natural porto principale delle città padane, come i Genovesi avevano fatto di tutto per affermare, sia danneggiando le vicine città marittime, sia migliorando il loro porto, sia accrescendo le comunicazioni coi paesi di oltre Appennino. E alla conquista dei mercati padani, i Genovesi avevano sempre pensato e nella relativa fortuna di questa lotta avevano trovato una delle cause principali dei loro contrasti coi Veneziani, che risalendo il Po, e valendosi di vie terrestri tentavano di far giungere dovunque le loro merci. E da quelle lotte ne verrà la divisione dei mercati padani fra Genova e Venezia, mercati, che diventeranno, contro la volontà delle città contendenti, un mezzo per meglio conoscersi e quindi per intendersi in un avvenire non molto lontano. Pertanto in mezzo a contrasti evidenti le terre delle riviere contribuiranno a riunire città e stati d'Italia che parevano destinati ad essere eternamente nemici.
Così le aspirazioni, dei Signori di Milano prima, dei Signori di Savoia poi, alla conquista di Genova non parranno più il frutto di volgare ambizione, ma piuttosto l'effetto naturale e fatale dei bisogni, specialmente economici, che univano la valle padana alla Liguria. Così i Visconti e gli Sforza profittando delle discordie interne di Genova per farsene signori, fino dal secolo XV compivano un'opera sostanzialmente utile al loro ducato ed a Genova stessa, così i Savoia nel secolo XVII, tentando di profittare del malessere interno di Genova per dominare questa, cercavano di compiere una impresa per il momento non matura, ed esageravano, forse per amor di potenza, il bisogno che i loro popoli già sentivano e sempre più sentiranno, di unirsi alla Liguria.
Genova come città mediterranea non potè certo interamente sottrarsi alle grandi potenze che si contendevano i domini di questo mare, e nei secoli XVI e XVII, mentre Spagna prevaleva, dovette necessariamente a questa piegarsi, tanto più considerando che vaste zone di territorio, nelle quali in Italia e altrove i suoi commerci esercitava, erano alla Spagna soggette. Questo predominio Spagnolo rese povera la politica estera di Genova, distrasse la politica estera di altri stati italiani, ma giovò nel fondo alla unità italiana.
La Toscana per la posizione sua aveva naturalmente relazione coll'alta Italia e con Roma, e per la sua coltura, specialmente letteraria, era conosciuta e studiata in ogni parte d'Italia. Le sue interne divisioni erano molto diminuite e fin dal secolo XVI Firenze primeggiava nella politica e nella ricchezza, dopo che anche Siena aveva dovuto rinunziare alla sua indipendenza. Pochi feudi imperiali, Lunigiana e Garfagnana, che ad altri politicamente obbedivano, e la repubblica di Lucca ben poco potevano contro il primato di Firenze. Anzi Lunigiana e Garfagnana sembreranno anelli per unire Toscana ad altre terre italiane. A due passi la piccola Lucca, tenevasi in disparte vivendo per la protezione di imperatori, spesso ottenuta pagando in contanti, e per gl'interessi che univano la sua classe dirigente coi grandi centri industriali dell'Europa, dove si riconoscevano stimati mercanti quegli stessi uomini che a Lucca erano cittadini e padroni. Ma il popolo delle campagne perdeva pian piano l'antica avversione contro Firenze, cosicché al decadere della prosperità mercantile dei cittadini lucchesi all'estero, ed alla conseguente decadenza del loro potere in patria, presto avverrà un avvicinamento di questa a Firenze ed alle altre città italiane.
Firenze pertanto esercitando il suo primato rappresenterà sotto il governo dei Medici e poi dei Lorena la Toscana in Italia ed all'estero.
E la Toscana da varie parti toccando gli Stati pontifici, e specialmente per le terre di Romagna e di Maremma quasi confondendosi con questi, contribuirà a metterli in rapporti più stretti coll'alta Italia. Firenze inoltre seguiterà a sentirsi unita a Roma per la coltura, specialmente artistica, e attraverso l'arte e gli artisti potrà rinvigorire quelle tendenze unitarie che altre cause rendevano ormai evidenti.
Roma poi, senza smentire il suo carattere di universalità, in sostanza da secoli diveniva sempre più italiana. La costituzione del governo diretto pontificio e la tendenza accentratrice, a cui non poteva il Pontefice sottrarsi, avevano pian piano creata in Roma una capitale politica ed amministrativa vera e propria, non dissimile da Firenze, o da Torino. Le autonomie delle varie parti dello Stato pontificio e di Roma stessa, rispettate per secoli, si erano pian piano indebolite, specialmente dal Quattrocento in poi, ed anche città veramente cospicue come Perugia, Bologna, Ferrara, Ancona avevano dovuto contentarsi di deboli amministrazioni locali soggette alla direzione del Governo centrale romano. E questo seguendo l'indirizzo tracciato da altri Governi d'Europa, teneva le fila di tutte le amministrazioni dello stato, distruggeva le aspirazioni politiche delle varie città, e tutto, o quasi tutto, riuniva nelle mani del Pontefice sovrano. Questi naturalmente doveva sentire più che in passato i doveri di principe italiano, e quanto alla politica spicciola quotidiana era costretto a considerare tali doveri superiori a quelli che i grandi Papi del medioevo avevano sentito in relazione con tutti i popoli cristiani. Ed il nuovo carattere degli Stati pontifìcii contribuisce senza dubbio a far cadere la scelta del pontefice sopra un prelato italiano ed a riempire le congregazioni romane di prelati e di laici italiani, che per autorità e per numero avranno sempre la prevalenza assoluta sopra l'elemento straniero, certo non ufficialmente escluso, ma ridotto ai minimi termini. E in tutta la vita romana si provò questo indirizzo. Le confraternite nazionali che si creeranno o si rinvigoriranno in questo periodo per assistere gli stranieri ospiti di Roma, saranno in prevalenza italiane; italiane degli stati pontifìcì, italiane degli altri stati. Le famiglie non romane stabilite definitivamente a Roma saranno in prevalenza italiane, e contribuiranno ad accentuare il carattere italiano della Metropoli, quel carattere italiano, che in un certo senso pertanto, può considerarsi causa ed effetto della vita che si vive a Roma. La chiesa resta cattolica, il capo di essa rimane capo dello stato, ma senza dubbio l'importanza di questo nelle contingenze della vita ordinaria è tale, che lo spirito italiano della politica non può essere soffocato dallo spirito internazionale della religione, spirito che rimane vivo in teoria, ma è privo di vera e propria efficacia in pratica. Quindi Roma segue assai d'appresso la sorte delle altre grandi città italiane: non è ancora in prima fila, non potendo certo distruggere tanto presto il suo passato di città universale, ma non respinge il carattere di città nazionale, non si stacca più nettamente nella politica sua dalla politica delle altre città vicine. E raccogliendo nel suo seno italiani di ogni provincia contribuirà a fonderli, e, sia pure in proporzione modesta, eserciterà sopra di essi un'attrazione superiore a quella che aveva sempre esercitato e che seguiterà ad esercitare sopra gli stranieri.
Come capo di stato e come erede di feudali diritti il Pontefice potrà molto nelle vicine provincie dell'Italia meridionale. Egli da una parte eserciterà governo diretto in alcune terre poste entro i confini dello stato di Napoli (Benevento e Pontecorvo), e indirettamente si terrà vincolato il governo dello stato medesimo, che egli considera come soggetto feudalmente alla Santa Sede. Ma forse maggiore attrazione eserciterà per mezzo di quei cittadini napoletani da motivi diversi chiamati a Roma, per mezzo del clero potente assai in quelle provincie per aderenze e per ricchezza, per mezzo dei rapporti economici che la vicinanza e la posizione dei suoi stati rendono facili e necessarii, e che sono assai cospicui tra Roma e le provincie napoletane, specialmente degli Abruzzi e della Campania. Queste provincie soprattutto, e per l'allevamento dei bestiami e per la esportazione dei grani, avevano stretti rapporti con Roma e contribuivano efficacemente ad unire questa colle altre provincie del Napoletano.
E ciò senza dubbio diveniva ogni giorno relativamente facile per la unione stretta delle varie provincie meridionali con Napoli. La tendenza accentratrice moderna si era pur qui manifestata. La monarchia napoletana e la monarchia spagnola avevano avuto in comune il desiderio di rendere assoluto il potere sovrano e di unificare l'amministrazione. Impresa difficilissima e che alla fine della dominazione spagnola era ancor lontana dal suo compimento, impresa difficilissima, alla quale Carlo VI di Absburgo, e i primi re di Casa Borbone dedicarono le loro forze ottenendone resultati non adeguati al loro lavoro, ma pur sempre notevolissimi. I rapporti fra Napoli e le sue provincie crebbero, l'autorità dei varii signori feudali, ecclesiastici e laici, diminuì; come conseguenza delle relazioni cresciute fra la Metropoli ed i centri minori s'intrapresero costruzioni di strade, che divennero presto assai numerose nei dintorni di Napoli, meno altrove, cosicché anche per questa parte incompleta rimane l'impresa. Ma i pochi risultati ottenuti anche da questo punto di vista contribuiscono certo ad aumentare l'importanza di Napoli, ad accrescere le relazioni di questa città colle altre e quindi a spiegare l'aumento d'influenza che città, come Roma, poste fuori dello stato, esercitarono in questo per mezzo delle provincie di confine, colle quali avevano stretti rapporti.
Invece relativamente forte era il distacco tra Napoli e la Sicilia. Qui esisteva quanto bastava ai bisogni di un piccolo stato civile e le relazioni esterne riuscivano forse meno profìcue con Napoli piuttosto che colle coste e colle isole degli altri stati meridionali. La Sicilia, specialmente l'occidentale, non sentiva il bisogno d'unirsi con Napoli, ed anzi temeva il primato di questa metropoli credendolo dannoso ai proprii interessi materiali, ed in un certo senso anche alla propria dignità. E Palermo in Sicilia contava molto per il numero e per la ricchezza dei suoi abitanti, per le memorie del passato, per il prestigio che aveva come capitale, prestigio che, sebbene le fosse contrastato da altre città, andava crescendo per quella tendenza all'accentramento che pure si sentiva in Sicilia, naturalmente in misura molto modesta, ed assai minore di quella che sentivasi altrove. Le riforme asburghesi e borboniche, precedute da poveri tentativi sabaudisti subito dopo la caduta del Governo spagnolo, non ebbero fortuna, e l'isola per tutto il secolo XVIII parve aliena da quella fusione, che invece si delineava nettamente nelle altre parti d'Italia. Ma sarebbe assai pericoloso dare a queste apparenze un valore assoluto. Dobbiamo ricordarci che proprio in questo secolo funzionarii napoletani sono mandati in Sicilia, che il porto di Messina è dal governo comune particolarmente curato, che cittadini siciliani hanno uffici ed onori alla Corte: tutte cose queste che accennano a nuovi rapporti fra Napoli e Sicilia e che dovranno avere necessariamente le loro conseguenze.
Delle altre isole mediterranee degne di particolare menzione, la Sardegna fino dal secolo XIV sembrava disinteressarsi degli affari dell'Italia peninsulare: la caduta del Governo pisano e lo stabilimento di quello aragonese pareva che dovessero spostare verso occidente la vita dell'isola. E di fatti nobili iberici vennero in Sardegna e per lungo tempo le sorti di questa dipesero quasi esclusivamente dalla volontà di essi sostenuta dalla forza della madre patria. Ma gli stranieri venuti in Sardegna subirono alla loro volta l'influenza dell'ambiente, non ebbero in realtà una decisa volontà propria e piuttosto il lor volere sottoposero alle tendenze ed ai costumi dell'isola, cosicché, malgrado qualche contraria apparenza, potrebbe concludersi che la Sardegna non fu guadagnata alla Spagna, ma piuttosto appartenne a se stessa e visse realmente di vita propria. All'interno due centri si contesero il primato: Cagliari e Sassari, due classi: nobili e chierici ebbero effettiva signorìa, impedendo la formazione d'un vero e proprio primato, che avrebbe fatalmente condotto all'accentramento ed alla uniformità amministrativa.
La Casa di Savoia prendendo la corona di Sardegna rispettò usi e leggi dell'isola, ma per la vicinanza di essa alle sue terre del Continente, per il bisogno di vigilar molto il nuovo acquisto ebbe modo e desiderio di vincolarlo sempre di più agli altri suoi possedimenti, e cominciò presto a mandarvi propri funzionarii civili e militari ed a prepararne la stretta unione amministrativa, mentre d'altra parte incoraggiava i sardi a passare in Piemonte. Le ricchezze minerarie del paese, le ricchezze agrarie di alcune parti di esso invoglieranno presto anche i cittadini più operosi di terraferma a passare nell'isola, e così, non solo per opera del Governo, ma per attività dei privati, vincoli nuovi uniranno questa al continente.
La vicina Corsica colla penisola italiana ebbe sempre vincoli politici e naturali, e fino oltre la metà del secolo XVIII la repubblica di Genova vi tenne il governo. Prelati genovesi vi ebbero le alte cariche ecclesiastiche, soldati e funzionarii genovesi ne ebbero l'amministrazione civile e la difesa militare. Ma il governo di Genova, parte per il piccol numero dei cittadini che poteva mandare in Corsica in mezzo ad un popolo che non riconosceva la superiorità civile altrui, parte fors'anche per la scelta poco felice dei proprì rappresentanti, in genere troppo avidi, relativamente ad un paese piuttosto povero, dovette spesso ricorrere alla forza e non potè a sufficienza mantenere e molto meno aumentare naturali relazioni fra la Corsica e la Liguria. Invece, al di fuori dell'opera dei governi, la Corsica ebbe buoni rapporti colla vicina Toscana specialmente dal secolo XVII in poi, rapporti che non crebbero certo ma che neppure finirono quando la Corsica passò sotto il dominio francese, e fu quindi attirata verso una nazione che ha forti mezzi di naturale attrazione ed una politica mirabile di assorbimento che rimane sempre costante ed efficace attraverso le mutazioni dei governi. La Corsica quindi ostile a Genova, naturalmente proclive a Toscana, ma per le vicende politiche restata in potere della Francia, non tarderà a subire l'influenza di questa con grave danno del carattere nazionale e forse anche della grandezza di un'Italia che ormai si avvia fatalmente alla sua unità politica. Questa unità infatti sembra dover essere la natural conseguenza dei fatti esposti, conseguenza che opera di nazioni straniere, errori o virtù di cittadini potranno affrettare o ritardare, ma che nessuno ormai potrà impedire.
Anche un altro motivo che aveva precipuamente nociuto allo sviluppo della unità, poteva considerarsi eliminato: intendo dire la esistenza di forti città regionali che tenessero moralmente e materialmente soggette le provincie vicine e che soprattutto le affascinassero collo splendore di una grande politica propria. A questa rovina o quasi, varie cause avevano, secondo i casi, contribuito. Negli stati soggetti a domini stranieri aveva contribuito il fatto stesso che il governo straniero poteva conservare e magari accrescere (come infatti talora avvenne) l'autorità amministrativa della città principale, ma non poteva mai concedere a questa l'onore e la forza di una direzione politica qualsiasi, cosicché le città di provincia non potevano in genere sentire nessun bisogno di sostenere il primato di una città che, magari in altri tempi, era stata la loro capitale naturale e temuta. Le città di Calabria e di Puglia, ad esempio, sapevano che il centro amministrativo era a Napoli, ma sapevano pure che le fila della amministrazione facevano capo a Madrid o a Vienna, e sapevano soprattutto che le loro sorti politiche erano decise nell'una o nell'altra città straniera. E quando a Napoli tornò un re, troppe difficoltà si opponevano alla creazione di un forte stato regionale e la monarchia, fosse essa in mano dei Borboni, o di altra dinastia, non poteva contare sopra una lunga vita, anche se altre cause non avessero concorso ad indebolirla.
Altrove nocque l'indiretta influenza straniera e la decadenza commerciale di alcune metropoli regionali, ed in qualche caso nocquero le due ragioni prese insieme. A Genova, indebolita commercialmente, e politicamente troppo proclive verso la Spagna, verrà meno il timoroso rispetto dello città minori; a Firenze nessuno in Toscana contrasterà il primato politico, ma molte città non si sentiranno così legate ad essa da non poter pensare ad altri centri che al pari e meglio di Firenze rispondano ai loro bisogni, specialmente quando il lavoro più accurato e più proficuo dei campi accrescerà spesso l'agiatezza e la stima di sé. Altrove, come a Venezia, la rovina dei commerci toglierà forza alla capitale, e le città di terraferma non temeranno più una metropoli che impoverendo indebolisce pure la sua forza politica, mentre esse date all'agricoltura seguitano a prosperare, e facendo a meno dell'antica dominante, si rivolgono verso altri centri specialmente di Lombardia, ove sono chiamate da antichi e da nuovi interessi.
E così le città minori intorno a Milano, soggetta prima alla Spagna e poi all'Austria, scoronata ormai senza speranza di risorgimento politico, si sentono politicamente uguali e via via l'antica soggezione dimenticano, pronte a seguire nuove strade che già dal secolo XVIII appaiono aperte, sebbene non ancora sufficientemente larghe e sicure.
Ed in Piemonte Torino non esercita di fatto l'autorità che le leggi gliassegnano. Considerandolo riguardo alla posizione sua nello stato ingrandito colla, pace di Aquisgrana, non appare moralmente e materialmente signore soprattutto di quei territorii che sono bagnati dalla Sesia e dal Ticino. Lo stato sabaudo, che sempre più si avvicina alla uniformità amministrativa, pareggia in molte cose importantissime della vita quotidiana la capitale alle provincie, e, mentre riconosce la fine del primato politico, che un tempo avevano avuto nei paesi limitrofi alcune città come Casale, Vercelli, Novara, non riesce a distruggere gli avanzi morali e spesso economici del primato stesso, nè ha la forza per volgerli ad esclusivo vantaggio di Torino. E questo, mentre non può certo invocare un primato storico molto antico e molto grande, come altre città italiane, vedrà la sua forza sempre indebolita dai rapporti che le vicine provincie uniscono alla Lombardia. Anzi non potrà contare sulla loro soggezione assoluta senza tutelare gli interessi che esse hanno oltre Ticino, interessi, che si posson certo garantire in molti modi, fra i quali il più spedito e sicuro sarebbe il togliere al Ticino il carattere di confine. Torino per altri motivi che nasceranno o si svilupperanno nel secolo XIX, darà una parte cospicua al movimento unitario, ma fin dal secolo XVIII ha tutto l'interesse a favorire le relazioni fra la Lombardia e le provincie della destra del Ticino, che sono alla Lombardia indissolubilmente legate. Non è quindi presumibile che Torino possa opporsi all'unità nazionale, anche se questa dovrà distruggere il suo carattere di capitale.
Palermo pure ha poco da fare: sotto l'Absburgo e sotto i Borboni migliorando i rapporti fra la Sicilia e Napoli s'indebolisce il prestigio della antica capitale dell'isola, le provincie, specialmente orientali, si vanno pian piano avvicinando al continente e tolgono forza a Palermo, cui verso la fine del secolo XVIII rimane poco più del prestigio proveniente dal passato e del vigore dovuto alle forze proprie della città e di qualche terra della Sicilia occidentale ancor vincolata alla antica metropoli.
Roma come capitale è certo in condizioni ancora assai buone. Il duplice ufficio di capo della cristianità e di dominante d'un piccolo stato italiano le conferisce un prestigio che invano cercheremmo in altre città italiane, prestigio il quale sembra che debba assicurarle la fedeltà assoluta delle sue provincie. Ma prima di accettare questo giudizio, che ha tutta l'apparenza della verità, dobbiamo ricordare che il prestigio di Roma è forse piuttosto morale, che alcune provincie dello Stato pontificio sono proclivi assai verso città soggette ad altri stati e che, ad esempio, le Legazioni sono per motivi economici gravissimi assai legate all'alta Italia ed alla Toscana. Le Marche sono in condizioni analoghe e per giunta hanno interessi cospicui nel Regno di Napoli, cosicché la forza di Roma sopra di esse, considerata ben inteso Roma come capitale di un piccolo stato, è più apparente che reale, e deriva soprattutto dal nome di Roma e dalla unione che qui avviene dei due poteri politico e religioso, unione che, mentre giova a Roma capitale, nuoce al Governo dei Papi, come vedremo fra poco.
Quindi può concludersi che nessuna grande città italiana dispone di provincie così fedeli o ha in sé una forza tanto grande da potersi dire sacrificata, ove perda gli onori, in genere più apparenti che reali, di essere chiamata capitale di uno stato. Può dirsi inoltre che le provincie poste intorno a queste deboli capitali hanno ormai grandi interessi che le spingono verso altre, cosicché le capitali non solo perdon poco rinunziando ad esser tali, ma sarebbero fatalmente spodestate qualora volessero resistere ad un movimento tanto generale e potente, e ne avrebbero, come suoi dirsi, il danno e le beffe.
Qualche resistenza, forse colla speranza di successo, potrebbe opporla Roma, non già perché essa abbia da contare sulla obbedienza delle provincie, ma perché si trova in condizioni peculiari come capitale del mondo cattolico. Priva delle provincie, può sperare di rimanere una capitale, a differenza delle altre grandi città italiane. Peraltro, considerando che il movimento in Italia è nella sua essenza provinciale e che quindi nessuna grande città storica possiede i mezzi per mettersi alla direzione di esso e diventare naturalmente una forte e rispettata capitale di uno stato unitario, Roma può serena guardare questo movimento, sicura di non averne danno. In mancanza di una città che s'imponga al paese colla propria azione materiale e diretta, come l'ebbero altri grandi stati stranieri, gli Italiani dovranno offrire la capitale a Roma. Ragioni geografiche, che pure hanno il loro valore, si uniranno alle ragioni sopra ricordate per il trionfo di memorie storiche, le quali saranno invocate con successo per assegnare il primato a Roma. E questa accetterà senza sacrificio, anzi con notevole vantaggio, specialmente, se, accogliendo la capitale di un grande stato in luogo della capitale di un piccolo regno, potrà pure conservare la suprema direzione del mondo cattolico.

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